SPIRIT DE MILAN

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A chi ci vive ma non conosce la storia di Milano.

A chi non aveva dei nonni che gli preparavano riso e latte.

A chi crede che a Milano ci siano solo bauscia e non sa che è stata una grande città operaia.

A chi non ha mai visto un quadro di Sironi con i paesaggi industriali della Bovisa di inizio Novecento.

A chi non conosce i piatti tipici milanesi.

A chi crede che a Milano nessuno più parli il dialetto.

A chi non crede che lo Swing possa convivere con Jannacci.

A chi viene da fuori a vivere a Milano e ancor più dei milanesi prende i peggiori difetti-stereotipo della milanesità.

A chi non sa che la prima Camera del Lavoro sindacale d’Italia a fine Ottocento fu fondata a Milano.

A chi non ha capito che con la campagna elettorale di Pisapia Milano ha riscoperto le sue radici autentiche.

A chi non è mai passato davanti all’edificio della cristalleria Livellara.

A chi crede che tutti i milanesi siano freddi e distanti.

Ecco, a tutti voi io consiglio di passare una serata qui:

Spirit de Milan

Vi si aprirà un mondo, una sorpresa magnifica quasi nascosta all’interno di una straordinaria cattedrale/transatlantico di archeologia industriale.

Perché si può essere orgogliosi di Milano, restando aperti al mondo.

Perché si può parlare di Milano, senza escludere nessuno dai suoi confini.

Perché si può rivendicare Milano come contesto internazionale, ma al contempo con radici locali forti.

Chissà poi che con un po’ di fortuna non incontriate anche il Drago:

Giorgio Gaber – La Ballata del Cerutti Gino

Andemm bagai!

🙂

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LE SIGLE DA FONOMESCITORE

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Nelle situazioni migliori una selezione musicale proposta da un fonomescitore/dj è una forma di comunicazione continua tra la consolle e la pista da ballo. Uno scambio reciproco di energia ed entusiasmo, che rende così speciali alcune serate di musica.

Non vi è dubbio che il Jazz (e gli altri generi che hanno radici nell’albero del Blues) sia una forma musicale che si esprime per eccellenza dal vivo, suonata da musicisti. Così è nata e così è giusto che continui ad essere, per manifestare tutta la sua potenza e carica vitale. Bisogna quindi sostenere in ogni occasione i giovani e non giovani musicisti che rendono unica la nostra scena!

Ma è anche vero che anche un dj ha la possibilità di accompagnare i danzatori e gli ascoltatori in un viaggio che può essere una piacevolissima esperienza di condivisione. In tal senso cerco di caratterizzare le mie selezioni musicali per varietà e originalità, nei limiti delle mie capacità, provando quando possibile a sperimentare proposte che siano un’evoluzione del concetto di “normale” dj set. Cercando di coinvolgere attraverso una selezione che sia capace di sorprendere (oltre agli immancabili classici riempipista che sono un diritto sacrosanto dei ballerini!) e di coinvolgere. Con l’occhio ovviamente puntato al dancefloor, cogliendo i riscontri e le sensazioni che arrivano dalla pista.

A tal proposito, ho pensato di introdurre d’ora in poi una sigla di apertura e una sigla di chiusura delle mie proposte musicali. Magari non in tutti i contesti, magari non proprio come primo e ultimo brano, ma mi piace l’idea di caratterizzare le mie selezioni con un brano allegro, riconoscibile e ballabile verso l’inizio e un brano più meditativo, ma sempre danzerino, in chiusura. Di sicuro ci avranno già pensato altri colleghi e le buone idee sono d’ispirazione.

Ho scelto anche i due brani, che hanno un significato particolare per il sottoscritto e le qualità indicate, almeno a mio modesto parere.

Per aprire le danze, trovo azzeccatissimo la versione di Shake that thing, un classico di New Orleans, suonata dalla band raccolta intorno a Woody Allen (meglio ultimamente come musicista, piuttosto che come regista, visto che dopo una stupenda fase iniziale ha lasciato troppo spazio a concessioni commerciali). Una band composta da grandi musicisti newyorchesi di Jazz tradizionale, che in questo caso riescono a scatenare il ritmo con un solo trio. Dopo infatti la morbida introduzione del clarinetto di Allen, si inseriscono il banjo e il basso a farci muovere gli happy feet. Il canto di Eddy Davis (the “minstrel of Manhattan”) aggiunge un tocco simpatico al tutto. Altre versioni di questa canzone sono più veloci e travolgenti (su tutti quella della Preservation Hall Jazz Band, sempre un successo assicurato sulla pista da ballo), ma trovo in questa il giusto tributo all’origine di tutto, New Orleans, da proporre ad inizio serata. Inoltre c’è anche un piccolo motivo autobiografico: credo che il concerto di questa band capitanata da Woody al Teatro Smeraldo di Milano nel 1996 sia stata la prima occasione (almeno che io ricordi) in cui ho ascoltato dell’Hot Jazz.

Che sigla di apertura sia allora! 🙂

Shake That Thing – Woody Allen and his New Orleans Jazz Band

Quando invece si giunge verso la conclusione della serata, trovo che il modo migliore e non troppo traumatico per segnalare che la chiusura si sta avvicinando sia far risuonare questa stupenda interpretazione di Peggy Lee:

Is That All There is? – Peggy Lee

Un brano straordinario, scoperto da poco per caso come sigla (per stare in tema) di un episodio della settimana serie della saga di Mad Men. Adattissimo per il suo andamento melodico ad accompagnare le danze verso una felice buonanotte, ma anche per il suo testo (che propongo in calce a questo post) veramente interessante e oserei dire filosofico. Un giusto tributo a quelle serate speciali che ci lascino un retrogusto esistenziale profondo. Il divertimento è una cosa seria!

Con questo è tutto per oggi, se capitate in pista quando le propongo mi farebbe piacere avere un vostro parere sincero (mi trovate in consolle o in pista a ballare), grazie intanto a tutti per la lettura e alla prossima!

Mazz Jazz

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I remember when I was a very little girl, our house caught on fire.
I’ll never forget the look on my father’s face as he gathered me up
In his arms and raced through the burning building out to the pavement.
I stood there shivering in my pajamas and watched the whole world go up in flames.
And when it was all over I said to myself,
“Is that all there is to a fire?”

Is that all there is?
Is that all there is?
If that’s all there is my friends
Then let’s keep dancing
Let’s break out the booze and have a ball
If that’s all there is

And when I was 12 years old, my daddy took me to a circus.
“The Greatest Show On Earth.”
There were clowns and elephants and dancing bears.
And a beautiful lady in pink tights flew high above our heads.
And as I sat there watching, I had the feeling that something was missing.
I don’t know what, but when it was over,
I said to myself,
“Is that all there is to a circus?”

Is that all there is?
Is that all there is?
If that’s all there is my friends
Then let’s keep dancing
Let’s break out the booze and have a ball
If that’s all there is

And then I fell in love, with the most wonderful boy in the world.
We would take long walks by the river
Or just sit for hours gazing into each other’s eyes.
We were so very much in love.
Then one day, he went away and I thought I’d die.
But I didn’t.
And when I didn’t I said to myself,
“Is that all there is to love?”

Is that all there is?
Is that all there is?
If that’s all there is my friends, then let’s keep-

I know what you must be saying to yourselves.
“If that’s the way she feels about it why doesn’t she just end it all?”
Oh, no, not me.
I’m in no hurry for that final disappointment.
‘Cause I know just as well as I’m standing here talking to you,
That when that final moment comes and I’m breathing my last breath
I’ll be saying to myself-

Is that all there is?
Is that all there is?
If that’s all there is my friends
Then let’s keep dancing
Let’s break out the booze and have a ball
If that’s all there is

IL BRANO SWING PERFETTO: Rex Stewart – Tain’t Like That (1945)

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La perfezione non è propriamente di questo mondo, ma a volte ci si imbatte in piccole gemme musicali poco conosciute, che racchiudono nei loro 3 minuti di durata tutto il mondo e l’essenza dello Swing.

Come nel caso, a mio modesto parere, di questo brano del 1945, Tain’t Like That di Rex Stewart:

Rex Stewart – Tain’t Like That (1945)

Resta inteso che questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare e che ho già segnalato in passato sulla pagina Facebook di Mazz Jazz. Ma vale la pena ogni volta di meravigliarsi e stupirsi per la maestria e la bellezza di questa musica.

Prima di spendere qualche parola su questo brano meraviglioso e perfetto nella sua composizione/esecuzione (sia per il ballo che per l’ascolto), una breve premessa necessaria e un’introduzione a Rex Stewart, personaggio molto interessante della storia Jazz.

La premessa è d’uopo, nel senso che è utile specificare cosa si intende in questa sede quando si usa il termine Swing. Appropriandomi infatti da un lato degli studi di LeRoi Jones (aka Amiri Baraka), che ci ricorda come questo termine non sia altro che un sinonimo di Jazz adottato per motivi sociali e politici negli anni ’30 e ’40, dall’altro di quanto sostenuto dal critico Hugues Panassié (“non c’è Jazz senza Swing, e viceversa“), non faccio altro che riferirmi alla nostra musica, nel periodo in cui raggiunse la cima delle classifiche prima d’ascolto radiofonico e poi di vendite discografiche.

Ma veniamo a Rex Stewart: cornettista di talento, membro dagli anni ’30 di una della orchestre per eccellenza dello Swing, quella di Duke Ellington, proprio negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale decise di intraprendere una carriera in proprio, con una Big Band da lui stesso diretta. E a giudicare da pezzi come questo, il risultato continuò ad essere splendido. Intraprese anche successivamente l’attività di critico musicale, pubblicando alcuni libri in cui analizzò a fondo la storia degli anni ’30 e ’40, di cui era stato tra i protagonisti.

Quali gli ingredienti fondamentali di questo brano, che è impossibile ascoltare senza muovere a ritmo qualche parte del corpo?

  • la lieve introduzione col piano, che mette subito di buonumore
  • la potenza della sezione dei fiati, con il suo gioco di call and response nei chorus iniziali, sostenuta sempre dalla sezione ritmica
  • il gioco a intermittenza tra i momenti con i fiati tutti insieme e gli assoli (nell’ordine: trombone, chitarra, cornetta, sax)
  • assoli creativi ma brevi di durata, che mantengono continuo e inalterato il ritmo
  • una velocità incalzante, ma non esagerata in termini di bpm

Proprio il caso di citare il Duca: It don’t mean a thing, if it ain’t got that Swing!

Un ultimo regalo. Una delle convinzioni che animano questo blog è che il ballo sia una forma profonda di comprensione e interpretazione musicale. E allora, senza ulteriori indugi, in conclusione vi propongo di ammirare come Tain’t Like That viene danzata da uno dei miei artisti preferiti sul dancefloor, quel geniaccio di Nathan Bugh:

Nathan Bugh and Gaby Cook in San Francisco 2014.09.24

Insomma: viva lo Swing!

🙂

Mazz Jazz

CHE COS’È IL JAZZ?

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Sgombriamo subito il campo da dubbi: una risposta univoca a questa vera e propria domanda da un milione di dollari non esiste.

Si può però tentare di avvicinarsi ad una definizione attraverso alcune testimonianze d’epoca qualificate e un video molto istruttivo, oltre ad un abbozzo di una personale chiave di lettura.

Cominciamo raccogliendo alcuni pareri importanti, in risposta appunto alla domanda del titolo:

Louis Armstrong: «È la mia idea di come si dovrebbe suonare una canzone.»

Jimmy Rushing: «È qualcosa che dondola nella testa e poi esce dalla bocca dopo essere passato dal cuore.»

Ella Fitzgerald: «Ecco si sente una specie di uh… uh… insomma non so, fai dello swing, ecco.»

Wingy Manone: «È la percezione di un aumento di tempo benché si continui a suonare con lo stesso tempo.»

Gene Krupa: «È l’assoluta e ispirata libertà dell’interpretazione ritmica.»

Hugues Panassié: «Il Jazz per essere tale deve avere swing, altrimenti non è Jazz.»

Glenn Miller: «È qualcosa che si deve sentire, una sensazione che si può comunicare agli altri.»

Come si può vedere anche questi importanti artisti e critici non forniscono degli elementi concreti, ma direi che comunque rendono bene l’idea, almeno dal punto di vista musicale.

Avendo una mezz’ora (ben spesa) a disposizione si può guardare anche questo video, in cui Franco D’Andrea (uno dei più grandi jazzisti italiani di sempre) spiega e analizza il celebre brano “Take the A Train”, sigla di una delle orchestra Jazz per eccellenza, quella di Duke Ellington (compositore tra i più importanti del Novecento, non solo in ambito jazzistico). Mi sembra molto interessante ed efficace nell’offrire uno sguardo da dentro la nostra musica:

Franco D’Andrea – Take the A train

In conclusione vorrei proporre una chiave di lettura più personale, per affrontare la questione. Di getto mi viene da scrivere che il Jazz è quella forma musicale che esprime l’energia di liberazione dell’estro e della fantasia, quella forza con cui strumenti come il clarinetto, la tromba e il sax si liberano dalle costrizioni dello spartito classico e librano le loro note nelle nostre menti. Ma mi rendo conto che si potrebbe facilmente dire che il mio è un parere di parte.

Allora ho pensato di provare ad articolare in maniera più diffusa in futuro, su questo blog, una risposta che individui come caratteristiche principali del Jazz le stesse qualità della letteratura che Italo Calvino, uno degli intellettuali che più apprezzo, propose di portare nel nuovo millennio in un suo capolavoro postumo, le Lezioni americane.

Alla domanda “cosa è il Jazz?” risponderò individuando in esso questi 6 punti:

  • Leggerezza
  • Rapidità
  • Esattezza
  • Visibilità
  • Molteplicità
  • Coerenza

Sarà questo quindi uno dei miei impegni per i prossimi post su questo blog. Magari non nell’immediato, visto che è impresa la quale richiede un minimo di dedizione e tempo. Ma di sicuro torneremo a parlarne.

Intanto, come sempre, buon ascolto, buona lettura e buone danze a tutti!

🙂

Mazz Jazz

PS

L’immagine a corredo dell’articolo è tratta dall’omonima rubrica che il critico e musicista André Hodeir curava negli anni ’40 e ’50 sulla francese Jazz Hot, la rivista forse più importante nella storia del Jazz.

ALLA SCOPERTA DEL JAZZ: Ben Webster, Johnny Hodges – The Complete 1960 Sextet Jazz Cellar Session

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Un consiglio a chi volesse cominciare a scoprire il Jazz: ascoltare questi due Maestri del sax (alto per Hodges e tenore per Webster) che suonano nel 1960 insieme ad uno straordinario sestetto in una cantina di San Francisco, senza pubblico (gli ultimi 5 brani dell’album invece furono registrati nel 1961 a Los Angeles in formazione a otto). Magari per un primo ascolto l’ideale sarebbe proprio un’atmosfera raccolta e notturna, per assaporare al meglio ogni nota e ogni assolo di questi straordinari artisti.

Hodges e Webster, che non erano più dei giovanotti al tempo di queste incisioni, si erano conosciuti molti anni prima in una delle orchestre per eccellenza del Jazz, la formazione del Duca Ellington. La sintonia tra i due si può cogliere nel continuo scambio di assoli, rimandi e ribattute (interplay), in cui si inseriscono a turno anche gli altri musicisti. Tra questi assolutamente da citare, senza far torto agli altri, il grande chitarrista Herb Ellis (protagonista di alcuni interventi straordinari nei primi 12 brani) e il batterista Mel Lewis (qui nei brani dal 13 al 17 e che di lì a poco inaugurerà la felice esperienza della sua Big Band diretta in compagnia di Thad Jones, protagonista anche delle prime edizioni di Umbria Jazz).

Mi permetto di suggerire questo album perché, al di là delle definizioni spesso troppo strette tra i generi musicali, contiene ad altissimo livello tutti gli ingredienti fondamentali della nostra musica: uno Swing insuperabile nell’andamento ritmico, una maestria invidiabile nelle parti improvvisative (che connettono l’epoca del Jazz classico da cui i due Maestri provengono alla nuova stagione del Jazz moderno nata con la svolta Be Bop), una conoscenza profonda dell’armonia Blues. Insomma, un’ora abbondante di musica che è un viaggio formidabile all’interno della storia (non solo) afroamericana.

Musica da godere attraverso l’ascolto o il ballo. Magari tutte e due le cose insieme (intendendo il ballo come un livello approfondito di ascolto e interpretazione).

Riservandomi qualche altro approfondimento di guida all’ascolto dell’album nei commenti (per non allungare troppo questo articolo) e consigliando vivamente l’acquisto del cd originale (purtroppo il vinile non è reperibile), magari in uno dei non molti negozi di dischi specializzati superstiti, ecco un link YouTube intanto con cui potere cominciare a farsi un’idea. E che idea, mamma mia che Musica:

Ben Webster, Johnny Hodges – The Complete 1960 Sextet Jazz Cellar Session

Tracklist:

  1. Ben’s Web – 5:08
  2. Side Door (Don’t Kid Yourself) – 5:49
  3. Blues’ll Blow Your Fuse – 4:21
  4. I Can’t Believe That You’re in Love with Me – 2:46
  5. Dual Highway – 3:14
  6. Big Ears – 4:50
  7. Shorty Gull – 3:48
  8. Ifida – 4:36
  9. Big Smack 4:51
  10. I’d Be There 5 :16
  11. Just Another Day – 5:48
  12. Lollalagin Now – 2:51
  13. Exactly Like You – 2:52
  14. I’m Beginning to See the Light – 4:00
  15. Val’s Lament – 4:10
  16. Tipsy Joe – 8:29
  17. Waiting On The Champagne – 3:24

Musicisti:

Brani 1-12

  • Ben Webster – Sax tenore
  • Johnny Hodges – Sax alto
  • Lou Levy – Piano
  • Herb Ellis – Chitarra
  • Wilfred Middlebrooks – Contrabbasso
  • Gus Johnson – Batteria

Brani 13-17

  • Ben Webster – Sax tenore
  • Johnny Hodges – Sax alto
  • Ray Nance – Tromba
  • Lawrence Brown – Trombone
  • Emil Richards – Vibrafono
  • Russ Freeman – Piano
  • Joe Mondragon – Contrabbassista
  • Mel Lewis – Batterista

Mazz Jazz