I perché di un mito: SAVOY BALLROOM (HARLEM, 1926-1958)

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Mito del tutto meritato, quello della Savoy Ballroom ad Harlem (NY), considerata il tempio del Lindy Hop. Il locale di Lenox Avenue, attivo dal 1926 al 1958, fu infatti per tanti motivi un luogo decisivo nello sviluppo della cultura musicale di origine afroamericana.

La rinascita di una scena mondiale Swing in questi anni ha sottolineato soprattutto l’importanza dell’aspetto interculturale e danzante: in un’epoca di segregazione e razzismo questa sala da ballo era di fatto l’unica a New York (o meglio sarebbe dire negli Stati Uniti) in cui neri e bianchi potevano ballare insieme senza problemi. A differenza del Cotton Club o della Roseland Ballroom, qui i musicisti Jazz (spesso coloured) non suonavano per un pubblico bianco; il fatto stesso che fosse situata ad Harlem dava agli afroamericani la libertà di frequentare questo club, che divenne infatti il centro della vita notturna di quella parte della Big Apple (nome anche di un celebre ballo danzato al Savoy).

Dal punto di vista della storia del ballo e del costume è innegabile che qui, a partire dal 1927, nacquero una serie di balli, tra cui il Lindy Hop, destinati ad influenzare i decenni successivi. Qui si svolgevano le gare più importanti, qui i più bravi ballavano nel cat’s corner, dando sfoggio della loro bravura e cercando ingaggi per una carriera professionale (che poi si realizzò con il gruppo dei Whitey’s Lindy Hoppers). Da Shorty Snowden a Frankie Manning e Norma Miller (e tanti altri), qui ballavano i migliori.

Ma, come raccontato nel bel libro che trovate qui sotto in fotografia (che mi sento vivamente di consigliare a chi vuole leggerlo nella versione originale, l’unica al momento disponibilie), anche dal punto di vista musicale questi club avevano un qualità impensabile al giorno d’oggi.

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La musica dal vivo scorreva a ritmo continuo, senza interruzioni spesso dal pomeriggio alla mattina, con band di tutto rispetto (create a volte apposta per questo club) e i vertici dei musicisti Jazz. Nella mega-sala del Savoy (capace di contenere fino a 4.000 persone!) suonarono tra gli altri Chick Webb (direttore dell’orchestra resident principale, fino alla sua morte), Ella Fitzgerald (che qui si fece le ossa), Billie Holiday, Charlie Parker, Louis Armstrong, Cab Calloway, Benny Goodman, Count Basie, Fletcher Henderson (il primo che proprio in questo locale sperimentò i suoi arrangiamenti Swing), Sidney Bechet, Duke Ellington. Protagonisti delle epiche e celebrate battles of the bands, ma anche di una evoluzione musicale influenzata su questo dancefloor dalle reazioni entusiastiche (o meno) dei ballerini. Con un’alternanza di generi nelle varie serate che includeva ritmi latini (il mambo in primis), ma anche serate di musica più melodica adatta al fox trot e a diversi altri generi di ballo. Insomma un’epoca in cui il successo commerciale della musica da ballo si accompagnava ad un’alta qualità musicale. Per questo tra l’altro ho deciso di fare partire proprio dall’anno di apertura di questa sala da ballo harlemita il mio progetto di dj set storico-danzante intitolato THE SWING ERA: 1926-1946 SONG-BY-YEAR, con cui ho girato alcune città d’Italia durante la scorsa primavera.

Il modo migliore per rendersene conto è guardare i pochi documenti d’epoca disponibili e sentire le testimonianze di alcuni protagonisti, raccolte da Ken Burns nel documentario sul Jazz che abbiamo recensito in un precedente post di questo blog. Eccone un’estratto:

Savoy Ballroom (da “Jazz” di Ken Burns)

Comunque, il ruolo che ebbe questo luogo nella vita culturale del Novecento non può essere descritto meglio di quel che è stato scritto sulla targa commemorativa posta all’indirizzo che fu del locale e che è stata inaugurata nel 2002 da Frankie Manning e Norma Miller, che trovate qui sotto. Purtroppo infatti l’edificio storico, memoria dell’Era dello Swing (e non solo), è stato demolito per fare spazio ad un’area residenziale.

Un saluto e ovviamente: viva la Savoy Ballroom!

🙂

Mazz Jazz

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Una grande orchestra Jazz: EARL HINES A CHICAGO (1928-1947)

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Se si volesse scegliere una sola Big Band che ha fatto la storia, sarebbe facile pensare in primis alla formazione diretta da Basie (lo Swing per eccellenza), all’orchestra di Ellington (dal livello stratosferico che andò ben al di là del solo Jazz) o alla titolata compagine di Goodman (soprannominato The King of Swing).

Vorrei però proporre un’organizzazione (come la chiamava il suo capobanda) che ebbe sede prevalentemente a Chicago, tra il 1928 e il 1947. Sto parlando ovviamente di Earl Hines, che fu direttore dell’orchestra resident al Grand Terrace (NB sì, proprio il locale di Al Capone) fino alla sua chiusura nel 1940 e che poi continuò con altri ingaggi tra Chicago e ripetuti tour in giro per gli Stati Uniti (anche nel Sud, dove furono la prima formazione con musicisti neri ad esibirsi).

Ci sono una serie di motivi che mi fanno ritenere questa orchestra particolamente importante nella storia del Jazz del Novecento. Intanto la qualità musicale dei suoi componenti, che non aveva nulla da invidiare alle altre formazioni che divennero poi più celebri. Volendo citare solo una selezione dei fantastici musicisti che gravitarono intorno alla Big Band di Hines: il sassofonista/clarinettista Budd Johnson, il sassofonista/arrangiatore Jimmy Mundy, il trombettista/violinista Ray Nance, il trombettista Freddie Webster, il trombonista Trummy Young, i pianisti Teddy Wilson e Nat “King” Cole (che in alcune occasioni sostituirono Hines, impegnato nella direzione). Dulcis in fundo: Dizzy Gillespie e Charlie Parker, che proprio prima di segnare indelebilmente la storia della nostra musica con la svolta Be Bop suonarono per alcuni anni con questa orchestra (ed è un grandissimo peccato che non siano rimaste registrazioni di questo periodo!).

Non ho ancora menzionato proprio lui, Earl Hines, uno dei pianisti Jazz più importanti e talentuosi di sempre, che ha composto, eseguito ed improvvisato alcune pagine fondamentali della storia musicale del secolo scorso. Sì perché con il suo trumpet style piano, insieme ad Armstrong, portò il Jazz dallo stile New Orleans al solismo della seconda metà del Novecento (e il piano dallo Stride allo Swing), cioè a quello che viene considerato il Jazz vero e proprio e che poi verrà chiamato anche Swing tra gli anni ’30 e ’40.

Non si può a tale proposito ad esempio non conoscere questa loro registrazione del 1928, un dialogo musicale che contiene in nuce tutta la storia musicale dei gloriosi decenni a seguire:

Armstrong-Hines: “Weather Bird” (1928)

Non è un caso che Hines si trovasse a Chicago, la città dove si è verificato questo scambio/passaggio decisivo tra influenze, migrazioni e stili musicali, che ha portato il Jazz da New Orleans a New York (intendendole come simboli rispettivamente del Jazz tradizionale e di quello moderno). E in diretta dalla Grand Terrace negli anni ’30 venivano radiodiffuse delle popolarissime trasmissioni di musica dal vivo, che anticiparono il successo di Goodman e prepararono il campo alla Swing Craze.

Si può ascoltare su YouTube ad esempio un prezioso documento di queste conduzioni radiofoniche (con il presentatore che introduce i brani nella pause tra l’uno e l’altro), risalente al 1937:

Earl Hines & His Orchestra broacast from the Grand Terrace, Chicago (1937)

E se in fatto di Swing Earl Hines non aveva nulla da invidiare agli altri grandi dell’epoca, il ruolo storico della sua formazione è legato anche alle evoluzioni musicali che la musica conobbe negli anni finali di questa formazione, in cui Gillespie e Parker si trovarono fianco a fianco a suonare diretti dal pianista originario dei dintorni di Pittsburgh. Non pochi hanno infatti sostenuto che alcune delle innovazioni del Be Bop avessero radici nel suo stile di improvvisazione pianistica, ispirato a sua volta dal modo di suonare i fiati nel Jazz.

Giusto quindi dare risalto a questo grande artista e a tutti i componenti della sua straordinaria Big Band nel periodo d’oro del Jazz (in cui scalava le vette delle classifiche di vendita e ascolto!).

Buona estate e buone danze a tutti!

🙂

Mazz Jazz

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TUTTO IL JAZZ IN 6’22”: “Locomotive” di Thelonious Monk (1954)

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Quello che segue non è che un divertissement, un piccolo gioco basato su gusti e pareri soggettivi (e in quanto tali più che legittimamente opinabili). Vorrei che come tale fosse letto. Sento infatti spesso contrapporre il grande Jazz classico (quello che arriva fino al Be Bop, più o meno) al Jazz moderno, come se fossero oggetti distinti e non comunicanti. Con molto rispetto e senza polemica alcuna mi trovo a dissentire, pur essendo un grande appassionato e (spero) intenditore soprattutto di Jazz ballabile (e di tutti i suoi derivati in campo Blues) della prima metà del Novecento.

Convinto come sono che sia Jazz tutto ciò che ha swing (inteso in questo caso non come genere musicale degli anni ’30-’40, ma più in generale come andamento e struttura ritmica incalzante, sincopata e oscillante che ha origine nella musica nata a New Orleans), al di là delle epoche e dei sotto-generi, ho provato a cercare un brano che racchiudesse più elementi possibili delle varie onde creative con cui il Jazz si è manifestato nel corso del secolo scorso. E ho scelto Thelonious Monk, non per caso, ma perché fu uno dei più grandi compositori del secolo scorso e un genio che ha traghettato con la sua personalissima e unica interpretazione la nostra musica dalla prima metà alla seconda del Novecento.

Ho trovato questo brano, intitolato siginificativamente Locomotive, quasi a indicare il movimento incessante di un treno che è partito da New Orleans ed è arrivato a New York (le due città per eccellenza del Jazz). Proprio nella Grande Mela il Sommo Sacerdote del Be Bop (cit. Leroi Jones) incise nel 1954 per l’etichetta Prestige un album con due quintetti distinti. Luoghi e date di questa incisione non sono stati scelti a caso, avendo intenzione di disegnare un collegamento ideale tra tutti i rami della musica di origine (non solo) afroamericana.

Il quintetto in questione era così composto:

  • Thelonious Monk (piano)
  • Frank Foster (tenor saxophone)
  • Ray Copeland (trumpet)
  • Curly Russell (bass)
  • Art Blakey (drums)

Neanche bisogno di dire che era una formazione di tutto rispetto, comprendendo tra gli altri un sassofonista dell’orchesta Swing per antonomasia (quella di Count Basie) e alla batteria il futuro fondatore e animatore dei grandiosi Jazz Messengers.

Ecco il brano che vorrei brevemente analizzare, per mostrare come a mio modesto parere contenga così tanti (non proprio tutti, quella è un’esagerazione adatta ai titoli) ingredienti del Jazz:

Thelonious Monk – Locomotive

Ho provato a prendere qualche nota durante l’ascolto ripetuto di questa stupenda composizione:

  • c’è un riff iniziale piano = non è quel che faceva sempre anche Basie?
  • il riff prosegue con l’insieme degli strumenti = tecnica propria dello Swing
  • a 0’51” comincia l’assolo di piano = ecco lo stile di Monk (Sommo Sacerdote del Be Bop, ma non solo)
  • a 1’37” le ripetizioni di piano = ricordano il Blues che è l’anima del Jazz
  • a 2’10” l’assolo di tromba = I remember Clifford (e quindi l’Hard Bop)
  • arriva improvvisamente a 2’45” un primo breve rhythm change = sembra preso proprio dal classico standard I got rhythm!
  • da 3’34” assolo di sax tenore = personalmente mi fa venire in mente Lester Young (e quindi tutto il cosiddetto Cool Jazz che a lui si ispirò)
  • a 4’08” un altro spiazzante rhythm change = non sarà un po’ Free Jazz?
  • sorpresa a 5’11” con il piano di Monk = usa una tecnica che era dello Stride Piano
  • il finale ascendente = come facevano le big band dell’epoca d’oro dello Swing

Non è questo appunto altro che un piccolo esercizio di stile (come direbbe Queneau) e non vuole essere altro che uno spunto per l’ascolto e la discussione, magari soprattutto con chi si sta avvicinando a questa musica straordinaria attraverso il ballo e vuole scoprirne/capirne di più. Vi assicuro tra l’altro che può servire anche a sentire di più la musica attraverso la danza, che è una forma interpretativa profonda che passa dal movimento corporeo e dalla musicalità.

Qualcunque siano le vostre preferenze musicali, buon Jazz a tutti!

🙂

Mazz Jazz

PS

Per chi fosse interessato ad approfondire, segnalo che Monk re-incise questa sua composizione, con qualche  variazione solistica e armonica, nel 1967 nell’album Straight, No Chaser (vedi copertina qui sotto).

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ALLA SCOPERTA DEL JAZZ: il documentario di Burns/Marsalis (2001)

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A chi volesse avvicinarsi a questo fantastico mondo musicale, vorrei consigliare la visione di Jazz, un documentario suddiviso in 10 puntate girato dal regista Ken Burns (candidato all’Oscar e vincitore di Emmy per altre sue opere di questo genere sulla storia statunitense), con la supervisione artistica di Wynton Marsalis e critica di Stanley Crouch).

I documenti e le testimonianze sono ricchi e interessanti, anche per l’accurata ricerca di immagini e filmati d’epoca. Tra i tanti intervistati segnalo i “nostri” Frankie Manning e Norma Miller, insieme a vari storici, giornalisti e musicisti importanti della storia del Jazz. Non è così scontato purtroppo che in una storia del periodo dal punto di vista musicale i critici tengano presente anche il ruolo decisivo che ebbe il ballo, sia per il successo commerciale che per l’evoluzione musicale.

Il periodo trattato arriva fino a quasi i giorni nostri, partendo ovviamente dai primordi del Blues. Ragguardevole anche la colonna sonora, frutto di una selezione accurata, che è stata poi raccolta in 5 cd, che fanno da corredo al film (vedi copertina in calce a questo post). L’opera è ingente, visto che è stato accompagnata da una serie di altri cd e filmati, dedicati ai principali protagonisti del Novecento in Jazz. Devo dire che le scelte musicali sono piuttosto oggettive e condivisibili, a parte il ruolo forse eccessivo dato a Marsalis, per motivi facilmente comprensibili.

In effetti bisogna essere consapevoli che tutta la valida operazione è frutto dell’impegno del Jazz at Lincoln Center, presieduto proprio da Wynton Marsalis, il musicista vivente di Jazz tradizionale (anche se giova ricordare che nel suo primo periodo era uno straordinario emulo del Miles hard-bop) più famoso del mondo. Quindi sguardo molto afroamericano-centrico (il problema razziale più volte sottolineato, ma direi giustamente) per sottolineare l’origine di questa musica nella storia nera e attenzione soprattutto al Jazz classico, quello che arriva più o meno fino agli anni ’50 (e infatti ben della metà degli episodi sono dedicati alla prima metà del secolo scorso). Conoscendo comunque il punto di vista di chi ha curato questo documentario, resta un’opera piacevole e meritevole.

Per chi volesse saperne di più questo il link alla pagina della serie trasmessa negli USA dalla PBS:

Jazz – Ken Burns

Complice il periodo estivo, per chi non fosse già al mare e avesse un po’ di tempo a disposizione, sono nel complesso una decina d’ore ben spese. Riservate però a chi mastica la lingua inglese, visto che è reperibile solo la versione originale. Consiglio come sempre di recuperare gli originali (dvd e cd), corredati da una bella confezione e materiali extra vari, ma segnalo anche in conclusione a chi volesse prima farsi un’idea che non è difficile trovare su siti come YouTube le puntate complete.

Buona visione (e buone danze, va da sé)!

🙂

Mazz Jazz

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LA LEGGENDA DEL JAZZ: quella magnifica dozzina

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Capitano a volte agli incalliti appassionati dei veri colpi di fortuna: come trovare quasi per caso in uno dei pochi negozi di dischi Jazz rimasti a Milano (Buscemi) un’edizione limitata per collezionisti della RCA, integra e svenduta per due lire! Sto parlando del cofanetto ritratto nella fotografia, La leggenda del Jazz, preparata dalla storica casa discografica nel 1969 per i lettori del Reader’s Digest.

10 vinili, con una selezione ordinata cronologicamente e filologicamente di 12 fondamentali artisti Jazz. Non è indicato il curatore, ma il libretto introduttivo presenta piuttosto bene, anche se sinteticamente, tutti i musicisti e l’intento dell’opera: ricostruire l’epopea del periodo classico del Jazz e accennare solo ad alcuni dei principali artisti moderni.

Più che di questi adorabili vinili che sto ascoltando da giorni (con lettura delle note che indicano per fortuna i luoghi, le date e i musicisti di ogni incisione o registrazione dal vivo selezionata), vorrei parlare in questa sede però dei criteri di scelta della dozzina di artisti ritenuti fondamentali per la storia del Jazz. Nell’ordine (come si può vedere nella foto del retrocopertina in calce a questo post) sono stati inseriti:

  • Louis Armstrong
  • Duke Ellington
  • Jerry Roll Morton
  • King Oliver
  • Sidney Bechet
  • Fats Waller
  • Benny Goodman
  • Count Basie
  • Lionel Hampton
  • Dizzy Gillespie
  • Chet Baker
  • Sonny Rollins

Mi pare interessante notare come manchi completamente la componente femminile. Se non si voleva inserire Bessie Smith perché connotata soprattutto come “Imperatrice del Blues”, perché non inserire  almeno un vinile con una facciata a testa per Billie Holiday ed Ella Fitzgerald?

Poi, nel 1969 si poteva forse ignorare il contributo futuro di John Coltrane, ma quello di Miles Davis?!

Questione più spinosa: chi avrei tolto per fare posto a questi artisti imprescindibili per avere un quadro completo del Novecento in musica? Spero non me ne vorranno troppo gli ammiratori dei grandissimi Bechet, Hampton e Baker, se dico che avendo a disposizione “solo” 10 vinili li avrei sostituiti con i già citati Holiday, Fitzgerald e Davis (e se fosse stato dopo il 1969 ovviamente anche Coltrane).

Nessuna polemica, solo un gioco per ipotesi che rivolgo a noi appassionati, per una selezione ardua, se non impossibile.

Meglio quindi lasciare spazio alla musica, con un brano contenuto nella raccolta, scelto perché condivido il giudizio espresso dall’anonimo curatore: Armstrong ed Ellington per motivi diversi sono stati gli artisti Jazz più importanti del secolo scorso. E l’orchestra del Duca ha mostrato anche oltre ai confini di questo genere musicale cosa sia l’equilibrio tra genio solista e potenza collettiva che è il segreto del Jazz. Come si può vedere in uno dei tanti delizioni soundies che ebbero come protagonista Duke e la sua big band:

Duke Ellington – C Jam Blues (1942)

Per chi poi volesse divertirsi a commentare anche la selezione dei brani (molto ben fatta, come nel complesso tutta l’opera che ho qui recensito), ecco qui la foto dell’indice:

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Come sempre: buon ascolto e buone danze a tutti noi!

🙂

Mazz Jazz

I DISCHI CHE HANNO FATTO LA STORIA: The Panassié Sessions (1938-39)

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Il famoso critico e storico musicale francese Hugues Panassié, uno dei fondatori nel 1935 di Jazz Hot, probabilmente la più importante rivista Jazz di tutti i tempi (sicuramente in Europa), decise tra il 1938 e il 1939 di fare un viaggio a New York, nel pieno della fervente Swing Era, con il proposito specifico di mettere insieme alcuni dei più importanti musicisti Jazz in stile New Orleans e registrare in quattro importantissime session alcune composizioni standard del Jazz e Blues delle origini. Questo non solo perché egli riteneva che questo stile fosse l’espressione più autentica della musica d’origine afroamericana, ma anche perché nel periodo dello Swing, che doveva tantissimo ai musicisti trasferitisi al Nord degli USA dalla Louisiana, paradossalmente per celebrare il successo nelle classifiche e tra il pubblico bianco del Jazz, i Blues e gli standard originali erano passati un po’ in secondo piano, insieme ai loro interpreti.

Con un’operazione geniale e coraggiosa quindi di critica musicale, basata sulla sua profonda competenza e ardente passione, Panassié raccolse per queste session a New York dei solisti straordinari, che suonavano nella big band o che in alcuni casi erano passati nel dimenticatoio. Tra questi il grande e sfortunato trombettista Tommy Ladnier, secondo forse solo a Satchmo, che dopo essere stato riscoperto con queste registrazioni potè partecipare anche al primo fondamentale concerto From Spiritual to Swing organizzato alla Carnegie Hall da John Hammond nel 1938, ma poi morì subito dopo ancora giovane.

E poi tra gli altri Sidney Bechet, che proprio in Francia divenne successivamente una star acclamata, il grande pianista stride e boogie James P. Johnson, lo storico batterista del Sud Zutty Singleton e, unico bianco, il clarinettista e sassofonista d’origine ebraica Mezz Mezzrow (che, buon amico di Panassié, gli fece anche da guida e tramite nei meandri musicali di Harlem). Ma anche, per l’ultima sessione di registrazione del 1939, alcuni astri nascenti della scena Swing come il batterista Cozy Cole, il chitarrista Al Casey e il contrabbassista/direttore John Kirby.

Si possono ascoltare alcuni brani straordinari nell’interpretazione di questi artisti, che hanno così lasciato una testimonianza di una scena fervida e ancora piena d’ispirazione, poco prima della svolta Be Bop (che comunque nonostante tutto riconobbe il debito e il legame inscindibile con le epoche Jazz precedenti).

Difficile scegliere un solo brano per l’ascolto e consigliando anche in questa sede l’acquisto del vinile (non facile da trovare forse) o del cd originale, vi propongo questo straordinario “Blues rivoluzionario”, con una formazione d’eccezione:

Revolutionary Blues – The Panassié Sessions

Mezz Mezzrow And His Orchestra
Bass – Elmer James
Clarinet – Mezz Mezzrow
Drums – Zutty Singleton
Guitar – Teddy Bunn
Piano – James P. Johnson
Trumpet – Sidney De Paris, Tommy Ladnier

La selezione fatta da Panassié garantisce la qualità delle incisioni ed è ovviamente ad alto tasso di ballabilità, tra Lindy Hop, Charleston e Blues Dance.

Buon divertimento a tutti noi ascoltando e riascoltando i grandi vinili che hanno fatto la storia musicale (e non solo) del Novecento!

🙂

Mazz Jazz

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