Ricapitolando: l’INDICE del blog

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Giunti al 22esimo articolo, con oltre 2mila visite, giusto fare una piccola pausa e ricapitolare quanto scritto finora, permettendo agli interessati di leggere con calma (e se avranno voglia anche commentare).

Ho intanto provveduto anche a dare una sistemata grafica al blog, che comunque lascio volutamente spoglio e minimale, per dare maggior risalto ai contenuti. Un paio di fotografie e di link a YouTube per articolo, su sfondo-tema b/n, possono bastare. Aggiunti anche link ad alcuni blog redatti da persone amiche e/o stimate che consiglio, oltre ad una suddivisione più ordinata per macro-categorie e tag, che possono permettervi di scorrere nel sito non soltanto in ordine cronologico, ma recuperando gli argomenti di vostro maggiore interesse. Trovate tutto nella pagina-menù che si apre cliccando sul bottone quadrato (con 3 righe orizzontali) in alto a destra. Spero queste piccole novità permettano di rendere più fruibile e leggibile il blog.

Non posso certo lamentarmi del numero di visite ricevute e di like e/o condivisioni ottenuti sui social network (principale canale della mia diffusione artigianale è infatti FB), ma spero sempre di stimolare maggiore partecipazione attraverso commenti e interazioni.

Ecco quindi l’indice di quanto pubblicato finora e ci risentiamo sicuramente presto:

DALLA QUATTORDICESIMA ALLA VENTUNESIMA PUNTATA:

Un disco per spiegare il Jazz ai bambini (perché anche i grandi lo capiscano)

Lo Swing cominciò qui: “THE STAMPEDE” di FLETCHER HENDERSON al Savoy (1926)

Del perché Satchmo è (tutta) la musica Black: HOTTER THAN THAT (1927-1957)

A proposito di Jazz, Lindy Hop e Swing: lo sapevate che…

A GREAT DAY IN HARLEM: la più celebre foto del Jazz (© 1958 Art Kane)

From Swing to Bop: le JAM SESSION

Il JAZZ TRADIZIONALE è vivo (e balla insieme a noi)

Le prime 13 puntate invece erano già state riepilogate e linkate qui.

Un saluto e un ringraziamento sentito e cordiale per l’attenzione.

Mazz Jazz

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Il JAZZ TRADIZIONALE è vivo (e balla insieme a noi)

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Sono tra coloro che non apprezzano particolarmente le suddivisioni tra periodi ed epoche musicali all’interno del Jazz, utili senza dubbio a scrivere libri di storia, ma non a capire i passaggi, le evoluzioni e le continuità (ad esempio tra Hot Jazz e Swing, poi tra Swing e Be Bop). Ascolto e apprezzo (quasi) tutto ciò che fa parte dell’Albero del Jazz e che è stato composto ed eseguito dai primi decenni del Novecento fino ai giorni nostri. Ma non dimentico che la passione per il ballo Jazz e Lindy Hop mi deriva dal periodo più “antico”, quello che ha salde radici a New Orleans e che ha ancora oggi un potenziale infinito di danzabilità e un ritmo che non concede sosta.

Vorrei quindi dedicare qualche riga al cosiddetto Trad Jazz, quello degli anni ’20-’30 (con propaggini Swing fin negli anni ’40), che ancora tanti gruppi dal vivo amano interpretare, per la gioia di noi appassionati ballerini. Ci sono infatti validissimi musicisti in tutto il mondo che continuano ad eseguire i più classici standard del Jazz, con attenzione filologica agli arrangiamenti e assoli dell’epoca. Qui in Italia sono coloro che animano le migliori serate per la nostra scena Lindy Hop, facendoci divertire e saltellare seguendo la sezione ritmica e i voli del clarinetto (e io ammetto che sono particolarmente affezionato a Paolo Tomelleri, il mio primo “idolo” italiano in campo Jazz).

Ci sono poi realtà ed artisti che, pur mantenendo un legame solido con New Orleans e proveniendo in alcuni casi proprio dalla città del celebre French Quarter, sono partiti dal Jazz e Blues classico per sviluppare un loro discorso autonomo, spesso carico di ironia e gioia, qualità che apprezzo immensamento in campo musicale.

Mi riferisco a geni troppo poco conosciuti come il canadese-statunitense Leon Redbone (nella foto in calce all’articolo), godibilissimo interprete, cantante e compositore che gioca con le radici della nostra musica, per fargli fare un passo avanti nel futuro, senza perderne lo spirito:

Leon Redbone – Te Na Na

Oppure a “matti” come Dr. John, che venendo proprio dalla Louisiana si è progressivamente allontanato dai suoni più tradizionali, ma ha sempre mantenuto come riferimento Armstrong e la sua carica innovativa, per mischiarla con ritmi funky e una carica viva d’immaginazione:

Dr. John: When You’re Smiling (featuring Dirty Dozen Brass Band)

O anche a gruppi storici di New Orleans, come la mitica Preservation Hall Jazz Band (ritratti nella foto iniziale), brass band (vedi la Dirty Dozen che nel brano sopra accompagna Dr. John) e singoli come Allen Toussaint che negli anni hanno arricchito il loro linguaggio musicale di commistioni e influenze, senza paura di “svecchiare” la nostra musica con altri apporti derivanti dalla storia afroamericana, come il rap e l’hip hop:

Preservation Hall Jazz Band – (“It Ain’t My Fault” Mos Def, Trombone Shorty & Allen Toussaint)

Si possono quindi ottenere risultati apprezzabilissimi sia intendendo la tradizione come una divertente e filologicamente corretta ripetizione che porta nel futuro il passato così com’era, sia come un deposito di suoni e sapienza che va interpretato più liberamente e creativamente, per mantenerlo in vita. E chi ama ballare, sa apprezzare quella musica che continua a farci muovere allegramente da oltre un secolo.

🙂

Mazz Jazz

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From Swing to Bop: le JAM SESSION

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Il titolo è un omaggio esplicito a Charlie Christian e alle registrazioni artigianali di un appassionato delle sue esibizioni in jam session al Minton’s Playhouse di New York nel 1941. Quei suoni improvvisati della sua chitarra elettrica hanno infatti non solo aperto l’era di questo strumento, che divenne sempre più protagonista negli anni a venire, ma hanno anche permesso di ricostruire il passaggio e la svolta musicale che alcuni musicisti delle big band Swing compierono negli anni ’40, inaugurando quello che fu chiamato Be Bop (onomatopea per descrivere i suoni veloci e scat-tanti di Bird e Diz): from Swing to Bop, per l’appunto.

Ma non è di quell’importantissimo documento sonoro che voglio parlare in questa sede. Ci sono infatti altri esempi meravigliosi e celebri di jam, che hanno fatto la storia della nostra musica. Questo genere di improvvisazione di gruppo, in cui a partire da una tema brevemente esposto e introdotto i solisti subentrano a turno, con uno spirito a metà tra la collaborazione e la sfida aperta, è stato praticato sia nell’Era dello Swing che nella successiva epopea Be Bop. E per la libertà che scaturiva da queste session notturne, meno formali dei concerti, è sempre stata una risorsa importante, generatrice di novità e sorprese.

Cominciamo ad esempio dal cosiddetto “Re dello Swing”, sua maestà Benny Goodman, che quando nel 1938 ebbe la possibilità di portare il Jazz dentro al tempio della musica classica, la Carnegie Hall, preparò un programma completo e ricco, che intendeva rendere omaggio a tutte le sfaccettature di questa musica, dagli inizi a New Orleans fino a New York, passando per la sua Chicago. E non poteva quindi mancare una lunga jam, che prese come spunto un famoso standard composto da Fats Waller. Come si può sentire dalle straordinarie registrazioni di questo evento epocale, il tema diventa secondario, rispetto alla maestria e all’estro dei solisti (del livello di Goodman stesso, Krupa, Basie, Hodges, Young, James, Clayton):

Honeysuckle Rose – Benny Goodman (Carnegie Hall, 1938)

Un altro celebre esempio di brano composto e pensato proprio come una jam fu quella che divenne non a caso la sigla di una delle migliori orchestre Swing di tutti i tempi (tanti dicono la migliore in realtà), la formazione capitanata da Count Basie. One o’clock Jump infatti è stato fin dall’inizio suonato con lo spirito di una jam session, in cui gli interpreti giocavano e volavano a partire dagli accordi scritti sul pentagramma dal Conte. Queste improvvisazioni davano il meglio ovviamente dal vivo e duravano spesso parecchio, come in questo esempio tratto da un concerto del 1957 al più importante festival Jazz dell’epoca, a Newport. Troviamo ancora il sax di Lester Young e il piano di Basie, insieme uno dopo l’altro al tenore di Illinois Jacquet, alla tromba di Roy “Little Jazz” Eldridge e alla batteria di Jo Jones:

One o’clock Jump – Count Basie (Newport, 1957)

A segnare il passaggio a improvvisazioni ancora più rivoluzionarie, che andavano oltre la melodia e gli accordi del tema e tenevano spesso soltanto le armonie degli standard suonati, fu non solo la chitarra di Charlie Christian, ma anche il nuovo modo di suonare la batteria proprio del batterista di Basie, Jo Jones, con il ruolo preminente dato ai cimbali per tenere il ritmo. Da lui prese ispirazione Kenny Clarke nelle formazioni che infiammavano i locali hipster affacciati sulla 52ma strada di New York verso la metà degli anni ’40, spesso con Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax alto e Oscar Pettiford al contrabbasso/violoncello.

Questo tipo di session divenne così importante per la musica Jazz che si cercò di riprodurla anche su disco, come nel caso delle registrazioni Jazz At The Philarmonic promosso dal grande impresario Norman Granz, che congegnò proprio una serie di pubblicazioni come raccolta dal vivo di lunghe sfide e scambi sonori tra solisti. Tra queste nel 1952 le performance in studio a Hollywood di personaggi del calibro di Charlie Bird Parker, Benny Carter, Ben Webster, Charlie Shavers, Oscar Peterson, Ray Brown e Barney Kessel (che mostra come la chitarra elettrica dopo Christian fosse diventato uno strumento solista a tutti gli effetti), impegnati in questa straordinaria jam su armonie Blues:

Charlie Parker – J.A.T.P. Blues (Hollywood, 1952)

Anche qui quindi troviamo l’incontro tra diversi periodi e stili del Jazz, che dialogano e si sfidano sui battiti ultra-rapidi della musica, scanditi da basso e batteria (che a loro volta diventano solisti in alcune sezioni).

Ho voluto fornire solo alcuni esempi importanti di questa forma musicale così caratteristica del Jazz, di tutto il Jazz (e non solo di ciò che è scaturito con il Be Bop, come a volte si pensa). Tante altre pagine straordinarie di musica si potrebbero citare, ma vorrei concludere accennando al ballo, visto che è un altro mio interesse e passione. Perché può sembrare a prima vista più difficile interpretare col movimento il volo pindarico dei solisti Jazz, ma non è anche più stimolante e soddisfacente lanciarsi su poliritmi e improvvisazioni, piuttosto che sempre su scansioni squadrati e regolari della musica? Non è in fondo questo anche il bello della vita, il piacere dell’imprevisto, cari “colleghi”?

😉

Mazz Jazz

A GREAT DAY IN HARLEM: la più celebre foto del Jazz (© 1958 Art Kane)

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Ad Art Kane, giovane e poco esperto freelance statunitense, piacevano di sicuro le sfide: perché convocare i più grandi artisti Jazz viventi alle 10 di una calda mattina d’agosto sull’asfalto del quartiere nero di Harlem a New York pareva quasi uno scherzo. L’orario infatti per il fuso orario di questi musicisti corrispondeva alla notte fonda dei comuni mortali; inoltre se era pur vero che l’appello era partito per conto della nota rivista Esquire, Art Kane era un emerito sconosciuto che non aveva ancora mai scattato una fotografia da professionista!

E invece fu davvero un gran giorno ad Harlem, quel 12 agosto 1958. Perché nella sorpresa generale alla chetichella cominciarono a comparire uno dopo l’altro la bellezza di 57 fra i più grandi musicisti Jazz del Novecento. Qualche nome per rendere l’idea: Count Basie (che stanco di aspettare si sedette in prima fila, in compagnia di alcuni ragazzini abitanti del quartiere), Dizzy Gillespie (che, ultimo a destra, fece uno dei suoi celebri scherzi al suo maestro Roy Eldridge, chiamandolo per fargli una linguaccia proprio al momento dello scatto), Coleman Hawkins, Art Blakey, Gene Krupa, Gerry Mulligan (gli ultimi due facilmente riconoscibili nel gruppo per il “pallido” colore del viso), Red Allen, Thelonious Monk (con uno dei suoi immancabili copricapi), Jimmy Rushing, Sonny Rollins, Lester Young (anche lui accompagnato dal suo inseparabile cappello).

Trovate l’elenco completo, diviso anche per strumenti e stili musicali, qui.

Come potete vedere erano rappresentate tutte le epoche del Jazz (dallo stile tradizionale di New Orleans, allo Swing, al Be Bop, Hard Bop, Post Bop, Dixieland, ecc…), tutti gli strumenti più importanti (compresa la voce), come anche tanti colori e provenienze di questa musica (nella maggioranza afroamericana troviamo infatti bianchi di diversa origine immigrata come Max Kaminsky, Pee Wee Russell, Krupa e Mulligan, ma anche il pellerossa Oscar Pettiford). E una qualificata rappresentanza femminile (Maxine Sullivan, Mary Lou Williams), a non farci dimenticare quante importanti figure femminili hanno contribuito a creare il mito del Jazz.

Come fu possibile questa fotografia, che è poi diventata il più celebre documento fotografico della nostra musica? Perché fecero capolino tutti questi importanti artisti? Ce lo spiegano direttamente alcuni dei presenti nell’interessante documentario che racconta la storia di questa immagine, girato nel 1994 dalla regista Jean Bach (il DVD è reperibile a poco costo, lo vedete ritratto nella foto in calce a questo post). Fu probabilmente la voglia di incontrarsi da parte dei musicisti, che presi dalla loro vita professionale non avevano molte possibilità di vedersi di persona e riunirsi, come una grande famiglia. Inoltre alcuni degli intervistati rivelano che si era sparsa la voce che fosse un’occasione speciale. E così fu, lì ad Harlem davanti ad uno dei tanti tipici block del quartiere afroamericano per eccellenza (patria del ballo Jazz, tra le altre cose).

Una bella immagine di unione artistica e sociale: oltre le divisioni tra stili, origini ed età anagrafica, c’è quella grande realtà che è il Jazz!

🙂

Mazz Jazz

PS

Nei prossimi articoli (prima o poi), partirò proprio da questa celebre immagine per raccontare la storia di alcuni degli incredibili personaggi ritratti e della loro incredibile musica.

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A proposito di Jazz, Lindy Hop e Swing: lo sapevate che…

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Una breve rassegna di curiosità, notizie e fatti raccolti dallo scrivente secondo il proprio particolare e soggettivo punto di vista su questo meraviglioso mondo musicale.

JAZZ

  • Nel 1964 il celebre trombettista Dizzy Gillespie si candidò come indipendente alle elezioni presidenziali statunitensi. Dichiarò che in caso di vittoria la White House sarebbe diventata la Blues House e il suo governo sarebbe stato composto da: Duke Ellington (Secretary of State), Miles Davis (Director of the CIA), Max Roach (Secretary of Defense), Charles Mingus (Secretary of Peace), Ray Charles (Librarian of Congress), Louis Armstrong (Secretary of Agriculture), Mary Lou Williams (Ambassador to the Vatican), Thelonious Monk (Travelling Ambassador) and Malcolm X (Attorney General). Il ricavato della vendita dei materiali promozionali andò ad associazioni impegnati nella campagna per i diritti civili negli Stati Uniti (tra cui quella presieduta da Martin Luther King).
  • Django Reinhardt, francese di origine rom, quando fu scoperto come musicista viveva in una roulotte in un accampamento alle porte di Paris e suonava in strada.
  • Si dibatte ancora sul significato della parola Jazz: comparve per la prima volta nel 1913 come Jass e pare fosse un doppiosenso a sfondo sessuale, per indicare il “pepe” e il ritmo della musica Hot suonata a New Orleans.
  • Nella diffusione del Jazz nel mondo ebbero un ruolo fondamentale intellettuali statunitensi ed europei antifascisti (in particolare comunisti) come John Hammond e Charles Delaunay.
  • Non è del tutto vero che i regimi fascisti e nazisti proibirono il Jazz: era condannato come forma di musica degenerata perché d’origine negroide ed ebraica, ma vista la sua popolarità era a volte tollerata, a patto che fossero tradotti tutti i testi e non si desse troppo spazio al solismo e all’improvvisazione, a vantaggio di melodie più facili e leggere. Il ministro nazista Goebbels promosse addirittura per motivi di propaganda un’orchestra Swing, denominata Charlie and his orchestra.
  • Louis Armstrong fumò marijuana (le reefer cigarettes le cui qualità erano decantate in molti brani dell’epoca) durante tutta la sua vita e finì una volta in carcere per questo motivo. Scrisse anche una lettera al presidente Eisenhower per chiederne la legalizzazione.

LINDY HOP

  • Le orchestre preferite dal famoso ballerino Frankie Manning furono prima la formazione diretta da Chick Webb e dopo la scomparsa di quest’ultima la big band di Count Basie.
  • Al Savoy Ballroom nelle serate Swing non si ballava solo Lindy Hop, ma anche vari altri stili, tra cui Fox Trot, Big Apple, Charleston e perfino qualche Waltz!
  • Il Lindy Hop non è scomparso dopo la Seconda Guerra Mondiale, per essere riscoperto con il Revival che prese me mosse in Svezia e UK negli anni ’80 (con la riscoperta della figura di Manning); il Lindy rimase vivo nei quartieri neri di New York, grazie ad alcuni maestri e ballerini. In un certo senso restò a casa, prima di diffondersi nel mondo all’inizio del Ventunesimo Secolo.
  • Prima della riscoperta di Frankie come ambasciatore del Lindy Hop nel mondo, i ballerini più celebri erano considerati Al Minns e Leon James (che potete ammirare all’opera qui: Al & Leon at the Dupont Show of the Week). In effetti anche i non molti studi sulle danze Jazz di Harlem fino a circa 20 anni fa dimenticarono Manning, a favore di Al&Leon, che continuarono più a lungo la loro carriera (mentre Frankie divenne un postino).
  • Il primo provino di Billie Holiday fu come ballerina in uno speakeasy di Harlem. Per fortuna non era così brava, quindi per la fame si propose invece come cantante (dopo essere entrata di nascosto in alcuni locali in cui i neri e i poveri non erano ammessi).

SWING

  • Swing non è altro che un nome dato al Jazz per “scolorirlo” dalla connotazione razziale e “ripulirlo” dai doppisensi, in modo da poterlo offrire più facilmente al grande pubblico statunitense. In precedenza i dischi Jazz erano tradizionalmente rivolti al pubblico coloured e venivano chiamati race records (definizione che durerà fino a quando fu coniato alla fine degli anni ’40 il nome di rhythm and blues).
  • Molti degli artisti di colore durante l’Era dello Swing suonavano in locali in cui non sarebbero potuti entrare come spettatori o ballerini a causa della segregazione. Spesso durante i tour in giro per gli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, dovevano mangiare da soli sui bus o in macchina, perché non accettati nei ristoranti. Alcuni musicisti bianchi, come Gene Krupa, finirono in carcere per avere protestato contro questa assurdità.
  • Non è facile stabilire quale fu la prima formazione “mista” composta da musicisti bianchi e neri. La maggior parte dei critici assegna questo primato a Benny Goodman, alcuni all’orchestra diretta da Charlie Barnet.
  • Per qualche decennio i critici musicali favorevoli al cosiddetto Jazz moderno criticarono lo Swing come musica troppo facile e commerciale, dimenticando che praticamente tutti i Beboppers cominciarono e si formarono proprio nelle big band degli anni ’30 e ’40.
  • Alcuni celebri artisti protagonisti dell’Era dello Swing continuarono la loro carriera confrontandosi senza problemi e con coraggio con le nuove tendenze musicali del Jazz e suonando insieme ad alcuni dei più importanti giovani: tra questi sicuramente Coleman Hawkins, Duke Ellington e Pee Wee Russel.
  • la sigla del celebre programma televisivo degli anni ’80 Drive In non è altro che un mascheramento del famoso brano Chattanooga Choo Choo, portato al successo dall’orchestra di Glenn Miller.

Mazz Jazz

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Del perché Satchmo è (tutta) la musica Black: HOTTER THAN THAT (1927-1957)

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Sono sempre più convinto che non sia possibile restringere il più celebre artista Jazz di tutti i tempi, Louis Armstrong, dentro un unico genere musicale. Neppure dentro la nostra musica, così versatile e aperta. Ritrovo infatti tracce di questo grandioso showman e musicista in tutta la storia musicale afroamericana del Novecento: dal Blues al Jazz, dal Rhythm and Blues al Soul, dal Funky all’Hip Hop. E di sicuro la sua influenza non ha ancora finito di stupirci.

Bisognerebbe provare a dimostrare quanto sostengo attraverso molteplici esempi, per mettere in evidenza come Pops fosse avanti di decenni rispetto ai suoi contemporanei all’inizio di tutto, nel passaggio tra New Orleans e Chicago. E se apparentemente dal secondo dopoguerra la sua vena inventiva si era affievolita, in realtà ha continuato a creare e anticipare, dando lezioni a tutti su come si sta intrattiene e si tiene il palco di fronte al pubblico (nel suo caso sempre numeroso, già a partire dagli anni di Chicago, quando si diffuse la voce che era arrivato dal Sud un solista che suonava come nessuno aveva mai fatto).

La sua rivoluzione musicale, che ha introdotto il solismo nel Jazz polifonico di New Orleans, che ha sottolineato il Blues alla radice del Jazz, che ha innovato il modo di cantare, non ha ancora finito di dare i suoi frutti.

E allora non posso che ricorrere alla sua arte, per accompagnare le mie parole. Con un esempio citato da molti, il brano composto da una delle sue mogli, nonché una dotata pianista, Lil Hardin, intitolato Hotter that that. Registrato insieme ai suoi Hot Five (con l’aggiunta importante del chitarrista di New Orleans Lonnie Johnson) nel 1927 negli studi della Okeh, durante una sessione d’incisione che ha modificato la storia della musica.

Eccolo qui: Louis Armstrong & His Hot Five “Hotter Than That” Okeh 8535 (1927)

Facile sentire come i suoi pur validissimi compagni di musica fossero indietro di decadi rispetto allo stato di grazia di Louis. Si confronti ad esempio l’assolo di trombone di Ory in pure stile New Orleans, con gli assoli alla cornetta di Armstrong. Il primo parte subito, velocissimo a tenere il ritmo scatenato. Il terzo è introdotto da un break degno di Dizzy Gillespie e prosegue con un riff ripetuto che è stato ripreso su così tanti strumenti in epoca Swing. Perché Satchmo ha determinato la storia musicale di tutti gli strumenti col suo stile, come anche della voce. Vogliamo parlare del suo incredibile scat-rap a ritmo alternato tra improvvisazione e Blues che non si limita a seguire la musica, ma detta la linea a tutto il gruppo? E l’energia di Louis non è quella dei migliori artisti funky e poi dei primi rapper, che giocavano con la voce in modo simile?

Non mi sembra esagerato quindi sostenere che questo artista ha condensato un secolo di musica afroamericana nella sua voce e nella sua tromba. E per rafforzare la mia tesi vi offro un altro ascolto, registrato esattamente 30 anni dopo, in quel capolavoro intitolato A musical autobiography, in cui ha raccontato la sua carriera e re-interpretato i suoi classici. Senza limitarsi a copiarli, ma adattandoli all’evoluzione del suo stile nei decenni.

E allora lo sentiamo qui accompagnato da grandi strumentisti come Edmond Hall al clarinetto e Trummy Young al trombone, in una nuova versione del 1957 in cui compare significativamente la chitarra elettrica:

Louis Armstrong: “Hotter Than That” (1957)

Mi sembra si possa dire che gli anni passati si sentono tutti, ma non in senso negativo, dato che la naturale evoluzione di un artista prevede cambiamenti di stile e accenti. La voce è diventata più soffice e roca nel suo dialogo con la chitarra, la tromba più dolce, ma il risultato è ugualmente ragguardevole.

Insomma, amare la musica Black in tutte le sue forme novecentesche, vuol dire amare Satchmo.

Mazz Jazz

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Lo Swing cominciò qui: “THE STAMPEDE” di FLETCHER HENDERSON al Savoy (1926)

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Non avete letto male: se la Swing Era (intesa come fenomeno sociale e di costume) viene convenzionalmente fatta iniziare a metà degli anni ’30, dal punto di vista musicale i tempi erano già più che maturi e il passaggio dall’Hot Jazz allo Swing era cominciato già nella seconda metà degli anni ’20, grazie all’estro e al genio di un pianista e direttore d’orchestra di nome Fletcher Henderson. Insieme ai componenti della sua big band e al suo arrangiatore Don Redman, possiamo di diritto definirlo l’inventore dello Swing, quella forma musicale di Jazz ballabile che estese le intuizioni solistiche di Armstrong alle grandi formazioni orchestrali. Qualcuno definì non a torto Fletcher Henderson The uncrowned King of Swing (considerato anche che Goodman comprò i suoi arrangiamenti di maggior successo proprio da lui).

Già nel progetto musicale 1926-1946: THE SWING ERA SONG-BY-YEAR che ho avuto il piacere di portare in giro per l’Italia durante la scorsa primavera, avevo spiegato attraverso il ballo perché l’inizio di questa importante svolta musicale andasse retrodatato di almeno 10 anni rispetto a quanto solitamente riportato nei libri di storia della musica. Non è ovviamente solo una mia idea, lo sostengono molto più qualificati autori e critici musicali nei loro libri, come ad esempio Schuller e Zenni.

E questo brano, composto da Henderson proprio nell’anno di apertura della Savoy Ballroom, la più importante sala da ballo in cui la sua orchestra fu fin dall’inizio ospite musicale, dimostra come gli elementi fondamentali dello Swing fossero già presenti negli arrangiamenti di Redman eseguiti da grandi musicisti come tra gli altri Coleman Hawkins al sax tenore, Rex Stewart alla cornetta e Joe Smith alla tromba (cito non a caso i tre solisti protagonisti di The Stampede). Non credo si vada troppo fuori dal seminato, se immaginiamo che Henderson pensasse proprio ai ballerini del Savoy (tra cui il mitico “Shorty George” Snowden, il primo lindyhopper della storia) quando compose questo brano. Il Jazz era musica da ballare a ritmo indiavolato, che doveva sentusiasmare il dancefloor. Era il meccanismo che si scatenava anche nelle celeberrime big band battles.

Intanto, sentiamo il brano musicale in questione: Fletcher Henderson Orchestra – “The Stampede” (1926)

Come si può notare dalla struttura musicale del brano AABC, il continuo call and response tra parti d’insieme e assoli, integra nella forma delle big band quanto Armstrong aveva portato a Chicago nel Jazz nato a New Orleans, cioé l’importanza delle parti strumentali improvvisative suonate sopra il resto del gruppo da un solo musicista. La lezione di Satchmo è fatta propria dall’arrangiamento di Redman, che assegna in sequenza alla cornetta di Stewart un breve solo iniziale, poi dei lunghi assoli al tenore di Hawkins e alla tromba di Smith, per tornare ancora verso il finale alla cornetta di Stewart. Tutte queste parti dialogano con il sottofondo dell’orchestra, con un richiamo continuo. Si senta anche il delizioso trio di clarinetti (Hawkins, Redman, Bailey) che segue l’assolo di Joe Smith e traghetta verso l’ultima parte C. Oltre alla qualità dei musicisti (basti pensare che la parte di sax di Hawk è considerata da molti uno dei racconti musicali più importanti del secolo scorso, che ha segnato un nuovo inizio sia per i sassofonisti che per tutti i musicisti Jazz, tanto che artisti come Eldridge ne copiarono lo stile alla tromba), è la forza ritmica oscillante dell’insieme che garantisce il risultato e che sicuramente avrà fatto impazzire i ballerini del Savoy.

Vogliamo essere da meno noi appassionati a quasi 90 anni di distanza? Come scriveva uno dei più grandi intellettuali del Novecento, Italo Calvino: un classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E The Stampede è qui a dimostrarlo.

Mazz Jazz

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