Riavvolgiamo il nastro (INDICE #3)

recap

Ogni migliaio di visite al blog faccio il punto su quanto pubblicato, per dare la possibilità a chi fosse interessato di recuperare con calma quanto scritto dal sottoscritto, affetto da evidente grafomania! 😉

Giunti quindi alla soglia delle 3000 visite, giusto riepilogare e aggiornare. Oltre a linkare tutti gli articoli pubblicati, vorrei infatti ricordarvi che nel menù principale a tendina del blog trovate molte informazioni e ulteriori indici. Cliccando sul quadrato (con 3 righe interne) in alto a destra, si aprirà infatti il menù, con la suddivisione del blog per categorie, gli inserimenti più recenti, alcuni link a blog “fratelli” che mi permetto di consigliare, la pagina FB dell’autore del blog e altro ancora. Ho inoltre aggiunto una parte importante, non solo dal punto di vista legale per tutelarmi da eventuali violazioni del diritto d’autore. La licenza Creative Commons che ho inserito per tutti i materiali del blog sancisce la natura della mia opera: diffondere e condividere la conoscenza in maniera aperta, citando però la fonte e per utilizzi non commerciali. Vi invito se interessati a cliccare sul logo Creative Commons, per saperne di più sulla licenza e sullo status dei materiali di questo blog.

Qualche breve info anche sul dietro le quinte: in media l’ora di maggior contatto sono le 18, l’articolo più letto finora è quello su Che cos’è il Jazz? e nonostante per pigrizia (e questione di tempo) non abbia ancora tradotto in inglese il blog non sono affatto poche le visite dall’estero! 🙂

Infine, l’indice. Andando in ordine di pubblicazione, vi ricordo che trovate il riepilogo dei primi 13 articoli qui.

I successivi 7 invece a questa pagina.

E ora DALLA VENTITREESIMA ALLA TRENTUNESIMA PUNTATA:

Inno alla fantasia: Babs “PROFESSOR BOP” Gonzales

Correva l’anno di grazia 1956

Hey Mr Dj, non hai qualcosa di più BOOGIE?

Giocare con il Jazz: HOT vs COOL (a battle of jazz, 1952) + CATS vs CHICKS (a jazz battle of the sexes, 1954)

FOR DANCERS ONLY: sul rapporto tra Jazz e ballo

Finalmente un Jazz Club: MASADA

Una (stra)ordinaria storia di Blues: WASHBOARD SAM

Nasce l’HOT CLUB DE MILAN

Ode a un genio: SLIM GAILLARD

Buona lettura e (spero) buon divertimento, a presto con nuovi post!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

Ode a un genio: SLIM GAILLARD

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Questa è una dichiarazione d’amore: Slim Gaillard è l’artista la cui opera porterei sulla famosa isola deserta, potendone scegliere solo uno. Confesso quindi la mia parzialità, perché adoro questo uomo e tutto quello che ha composto e ideato (talmente tanto che pur studiandolo da anni e pur essendo scomparso da decenni, scopro spesso e volentieri qualcosa di nuovo sul suo conto).

Quanti altri possono vantare ad esempio di avere intere pagine dedicate a lui all’interno di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi, di avere un ruolo fondamentale in una delle scene cinematografiche più celebri di tutti i tempi, di avere suonato con i più grandi artisti del Jazz di tutti i tempi, di avere creato una lingua nuova e di essere stato protagonista di una serie televisiva della BBC ideata apposta per lui? Tutte cose che Slim ha fatto nei suoi 75 anni di vita (1916-1991) e molto altro troverete nella sua biografia e nelle sue imprese vout-orooniche.

Andiamo con ordine. Jack Kerouac e i protagonisti della Beat Generation furono grandi fan di questo hipster (nel senso reale e storico del termine) per eccellenza. Più hep-hip-orooni di lui, ce ne sono stati pochi al mondo nel Novecento. Leggete cosa è scritto nel capolavoro On The Road riguardo all’incontro di Sal e Dean con Slim:

‘… one night we suddenly went mad together again; we went to see Slim Gaillard in a little Frisco nightclub. Slim Gaillard is a tall, thin Negro with big sad eyes who’s always saying ‘Right-orooni’ and ‘How ‘bout a little bourbon-arooni.’ In Frisco great eager crowds of young semi-intellectuals sat at his feet and listened to him on the piano, guitar and bongo drums. When he gets warmed up he takes off his undershirt and really goes. He does and says anything that comes into his head. He’ll sing ‘Cement Mixer, Put-ti Put-ti’ and suddenly slow down the beat and brood over his bongos with fingertips barely tapping the skin as everybody leans forward breathlessly to hear; you think he’ll do this for a minute or so, but he goes right on, for as long as an hour, making an imperceptible little noise with the tips of his fingernails, smaller and smaller all the time till you can’t hear it any more and sounds of traffic come in the open door. Then he slowly gets up and takes the mike and says, very slowly, ‘Great-orooni … fine-ovauti … hello-orooni … bourbon-orooni … all-orooni … how are the boys in the front row making out with their girls-orooni … orooni … vauti … oroonirooni …” He keeps this up for fifteen minutes, his voice getting softer and softer till you can’t hear. His great sad eyes scan the audience.
Dean stands in the back, saying, ‘God! Yes!’ — and clasping his hands in prayer and sweating. ‘Sal, Slim knows time, he knows time.’ Slim sits down at the piano and hits two notes, two C’s, then two more, then one, then two, and suddenly the big burly bass-player wakes up from a reverie and realizes Slim is playing ‘C-Jam Blues’ and he slugs in his big forefinger on the string and the big booming beat begins and everybody starts rocking and Slim looks just as sad as ever, and they blow jazz for half an hour, and then Slim goes mad and grabs the bongos and plays tremendous rapid Cubana beats and yells crazy things in Spanish, in Arabic, in Peruvian dialect, in Egyptian, in every language he knows, and he knows innumerable languages. Finally the set is over; each set takes two hours. Slim Gaillard goes and stands against a post, looking sadly over everybody’s head as people come to talk to him. A bourbon is slipped into his hand. ‘Bourbon-orooni — thank-you-ovauti …’ Nobody knows where Slim Gaillard is. Dean once had a dream that he was having a baby and his belly was all bloated up blue as he lay on the grass of a California hospital. Under a tree, with a group of colored men, sat Slim Gaillard. Dean turned despairing eyes of a mother to him. Slim said, ‘There you go-orooni.’ Now Dean approached him, he approached his God; he thought Slim was God; he shuffled and bowed in front of him and asked him to join us. ‘Right-orooni,’ says Slim; he’ll join anybody but won’t guarantee to be there with you in spirit. Dean got a table, bought drinks, and sat stiffly in front of Slim. Slim dreamed over his head. Every time Slim said, ‘Orooni,’ Dean said ‘Yes!’ I sat there with these two madmen. Nothing happened. To Slim Gaillard the whole world was just one big orooni.’

Essere considerati alla stregua di un Dio dai giovani ribelli creativi nordamericani degli anni ’50 non è cosa di poco conto. Cosa fece Slim per guadagnarsi questa ammirazione? Fu sempre un personaggio sopra le righe, dotato di fantasia, creatività e (auto)ironia davvero fuori dal comune. A partire dalla sua storia personale, infarcita di episodi a metà tra realtà e mito (il padre marinaio che lo dimentica bambino su un’isola greca, dove se la cavò per mesi da solo pur non parlando una parola dell’idioma locale; i suoi natali e le sue radici familiari multi-kulti mai del tutto chiarite; i mille lavori di ogni tipo, compreso il becchino e il trasportatore di alcolici per la mafia in epoca proibizionista), tutto in Slim è genio. Siccome non gli bastava parlare correntemente 8 lingue, ne creò una nuova per il suo mondo musicale ed artistico, il vout. Solo chi è dotato di vera ironia sa prendere le cose davvero sul serio, infatti provvide a fornire anche un dizionario di questo slang hipster infarcito di riferimenti a tutte le lingue del mondo e ad un immaginario Bop fantastico.

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Non da ultimo, Slim Gaillard fu un grande musicista e compositore. Attraversando praticamente tutti i generi possibili (Jazz, Swing, Blues, Boogie, Early RnB, Mambo, Rhumba, Calypso, ecc), avendo buonissima tecnica alla chitarra con uno stile paragonato a Charlie Christian e buona pratica con molti altri strumenti (suonava il piano con le mani rovesciate ad esempio), cantando in quasi tutte le lingue del mondo (oltre a quelle inventate), potè incontrare sul suo cammino tutti i più grandi, che lo apprezzarono parecchio e collaborarono con lui. Da solo o al fianco di partner fantastici ed eccentrici come i contrabbassisti Slam Stewart (che cantava in un modo particolarissimo accompagnando il suo strumento un’ottava più in basso producendo un effetto unico) e poi Bam Brown, incontrò i grandi dello Swing e del Be Bop e suonò nei locali più importanti del Jazz (Birdland su tutti). Sentiamolo qui ad esempio mentre presenta a suo modo i compagni di jam in un’incisione del 1945 in compagnia di Dizzy Gillespie e Charlie Parker:

Charlie Parker – Slim Gaillard And His Orchestra 1945 – “Slim’s Jam”

Anche se non sono moltissimi i siti di appassionati dedicati a questo personaggio speciale e la sua fama non è estesa come dovrebbe essere, vista la sua caratura, quasi tutti in realtà lo conoscono per averlo visto in duo con Slam nella più celebre scena di ballo lindy hop di tutti i tempi. Parlo ovviamente della danza scatenata che possiamo vedere nel film Helzapoppin’ (1941), preceduta proprio da un meraviglioso siparietto musicale di cui Slim&Slam sono protagonisti:

Hellzapoppin’ (1941) – Slim Gaillard & Slam Stewart – The Harlem Congeroos

Sono talmente tanti gli spunti offerti da questo uomo, che rinuncio in partenza ad una loro trattazione esaustiva, rimandandovi per ulteriori approfondimenti al link su di lui che trovate nella pagina-menù di questo blog (che si apre cliccando il quadrato con tre righe interne che trovate in alto a destra nella pagina). Avrei solo l’imbarazzo della scelta: la sua hit Down by the station che scala le classifiche di vendita delle canzoni per bambini, i suoi boogie in arabo, le composizioni originali in lingua yiddish, la censura radiofonica subita perché il testo di una sua canzone non era altro che un menù intero di un ristorante armeno e sembrava decisamente troppo “esotico” per gli USA dei suoi tempi, le sue interpretazioni televisive e cinematografiche (al fianco di David Bowie tra gli altri) negli ultimi anni della sua carriera, i suoi flirt con alcune delle più belle attrici degli anni ’40 e ’50. Vi invito di sicuro a conoscerlo in primis attraverso la sua musica, non vi deluderà. Posso consigliare per prima cosa il cofanetto in fotografia, che contiene una parte della sua carriera e ha un costo contenuto.

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Tutto quanto detto finora spiega perchè, quando decise di trasferirsi definitivamente a London nei suoi ultimi anni, la BBC dedicò al suo meraviglioso mondo un documentario a puntate, intitolato Slim Gaillard’s Civilization (difficile reperirne la versione completa, ne trovate però estratti su YouTube). Un racconto fantastico sulla sua vita di cui lui stesso è interprete e narratore. Mattatore irresistibile fino alla fine.

Non so come ringraziarti Slim, personaggi come te che hanno reso questo mondo spesso difficile e ingiusto, un po’ più bello e divertente per tutti.

Mazz Jazz aka Professor Bop

PS

Viva il mio super-eroe preferito, Vout-Oreenie Mac Rootie O’ Scoodilly Bounce O’Vouty! 🙂

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Nasce l’HOT CLUB DE MILAN

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L’avevo già annunciato ed è giunto il momento: nasce una nuova realtà che ha lo scopo di promuovere la conoscenza e la diffusione del Jazz ballabile. Si chiama Hot Club de Milan e avrà due sedi: una reale e concreta nelle iniziative che organizzeremo con il Circolo Culturale Italo Calvino (sezione Italo Jazz) di Milano, una virtuale in un gruppo Facebook omonimo appositamente creato in questi giorni. Il primo appuntamento sarà il 14 novembre nella Biblioteca Pubblica di Villa Litta (vedi fotografia in alto), mentre è già attivo il gruppo FB da me moderato (basta fare richiesta per essere iscritti qui). Entrambi hanno carattere nazionale (e non solo milanese, visto che siamo aperti a collaborazioni in tutta Italia) e auspicabilmente presto anche internazionale (con la completa traduzione in inglese, che per ora non posso fornire solo per questioni di tempo a disposizione).

L’idea è nata in realtà da più di un anno e trova ora concreta attuazione, con il fine di fornire uno spazio di approfondimento culturale, indipendente da interessi di tipo commerciale, per tutti coloro che nella scena swing (e non solo) siano interessati al confronto e allo scambio di informazioni e documenti. Uno spazio di ricerca la cui autonomia è garantita dalla trasversalità del fondatore (cioé il sottoscritto), che collabora con realtà diverse sul territorio nazionale, senza però far parte di alcun gruppo già costituito. Il tentativo non è scontato, nel momento in cui ai recenti European Swing Dance Championship significativamente uno dei workshop è stato dedicato ad affrontare i conflitti e le competizioni interne al mondo Lindy Hop a livello internazionale.

Chiaramente HCdM nasce anche per convogliare i miei contributi di carattere storico-musicale in un unico contenitore, dopo avere passato gli ultimi anni a pubblicare e scambiare opinioni su miriadi di gruppo FB, con il relativo dispendio di tempo ed energie. Un modo quindi anche per valorizzare il mio impegno e la mia passione di questi ultimi anni. Non solo attraverso il blog e ora HCdM, ma ovviamente anche con i miei dj set da fonomescitore (musicalmente consapevole e storicamente informato dei fatti 😉 e le “lezioni” interattive del PROFESSOR BOP SHOW, che esordiranno l’8 novembre a Novara. Proseguendo sulla strada del progetto THE SWING ERA. 1926-1946 SONG-BY-YEAR della primavera scorsa, che ha raggiunto con successo 8 diverse città in più di 10 appuntamenti, avrò ancora piacere a portare in giro per l’Italia le ultime novità di Mazz Jazz (aka Professor Bop). 😉

L’ispirazione (e la pronuncia) sono francesi, il riferimento è infatti lo storico Hot Club de France fondato a Paris nel 1931 dai critici, giornalisti e musicisti Hugues Panassié e Charles Delaunay. Senza risultare in alcun modo presuntuoso e con la necessaria modestia, vorrei infatti contribuire alla conoscenza e alla diffusione dei generi musicali che più amo, sia dal punto di vista di appassionato che di ballerino. Credo fermamente che il Jazz sia una forma culturale, non solo musicale, molto ricca, che possa aprire orizzonti di conoscenza e divertimento ampi e ricchi. Il ballo di questa musica può farci scoprire molto, in termini storici e sociali. Vale la pena di tentare, senza essere pesanti o pedanti, perché cultura e divertimento possono viaggiare insieme. Non condivido un approccio troppo “purista”, che ritengo non trovi riscontri nella storia della musica, che è viva quando si alimenta di commistioni e influenze reciproche (per dirne solo una: il Be Bop nasce da musicisti di Swing), quindi non voglio porre paletti ristretti di genere ed epoche. Ma è ovvio che il riferimento principale sono gli anni ’20, ’30 e ’40 e le forme che assunse la musica di origine (non solo) afroamericana: Hot Jazz, Swing, Blues, Early RnB, primo Be Bop. Onde evitare diatribe già troppo accese all’interno del mondo virtuale tra i fautori del Jazz Classico e quelli del Jazz Moderno, visto che amo questa musica in tutte le sue forme, ho deciso di tagliare la testa al toro e dedicare l’impegno dell’HCdM alle sole forme danzabili di questa meravigliosa musica. Non vorrei mai si riproponessero spaccature come quella all’interno dell’Hot Club de France tra i due principali fondatori a proposito del Be Bop (e comunque, anche per motivi politici non secondari, io sto con Delaunay)!

Il ruolo che invece mi piacerebbe avesse questa nuova realtà, che ho il piacere di fondare all’interno del nostro Circolo, è quello descritto nel bel libro Making Jazz French. Music and modern life in interwar Paris di J. H. Jackson (Duke University Press) a proposito dell’Hot Club de France: raccogliere appassionati, musicisti, critici con lo scopo di approfondire la conoscenza storica, sociale e culturale del Jazz. In questo Paris fu pioniera in Europa, grazie anche alla forza propulsiva dal punto di vista musicale del Quintet of the Hot Club de France capitanato da Django Reinhardt e Stéphane Grappelli. La storica rivista Jazz Hot (di cui ho il piacere di possedere due originali del 1949 e del 1959, qui sotto in fotografia) svolse un ruolo organizzativo importantissimo, anche di collegamento con altre forme artistiche (si pensi a personaggi come Jean Cocteau e Boris Vian, che si diede lo pseudonimo di Vernon Sullivan per darsi un tono più jazzistico-americano).

Augurando a questa nostra nuova creatura lunga e buona vita, non posso che concludere con un po’ di musica dal ritmo scatenato e incalzante. Che abbiano inizio le danze!

The Quintet of the Hot Club de France – Nagasaki

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Una (stra)ordinaria storia di Blues: WASHBOARD SAM

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Bene non dimenticare che la storia degli Stati Uniti è lastricata delle sofferenze patite dai popoli autoctoni e poi dalle genti “importate” attraverso le deportazioni schiaviste. La storia musicale del Blues e del Jazz, proveniendo dai bassifondi e dagli strati popolari della società, ci aiuta a ricordare e raccontare personaggi e vicende che emergono dalla povertà e dalla segregazione (che in parte non è ancora terminata, visto le notizie di cronache a cadenza purtroppo quotidiana che arrivano dagli States e i dati relativi alle condizioni di vita e criminalizzazione della popolazione afroamericana).

Sono storie come quella di Washboard Sam che ci restituiscono non solo grande musica, ma anche l’esigenza etica di continuare a combattere anche a livello musicale contro le discriminazione e le ingiustizie. Robert Brown nacque nel 1910 nel Grande Sud, nello stato dell’Arkansas, figlio naturale di un padre che tra parecchi altri era già genitore del grande bluesman Big Bill Broonzy, che lo considerò infatti alla stregua di un parente e lo aiutò anche in campo musicale. Negli anni ’20 Robert si trasferì come musicista di strada a Memphis (Tennessee), mostrando talento per questo strumento ritmico, antenato povero della batteria, e diventando così Washboard Sam. Come tanti strumenti tipici delle jug band di strada, il washboard è spesso realizzato e personalizzato dagli stessi musicisti, utilizzando per assemblarlo cioè che è a disposizione e sfruttandone il più possibile le possibilità. Fu però negli anni ’30 a Chicago (la grande prima migrazione risalendo il Mississippi) che Sam si fece conoscere, accompagnando le blue notes di grandi come Big Bill e Memphis Slim. Grazie alla sua bella e forte voce divenne popolare e incise circa 160 tracce musicali fino agli anni ’40. Era un campione di quello che veniva chiamato Hokum Blues, la versione più sfacciata e ridanciana di questo genere musicale, basata spesso su testi che contenevano doppi sensi e allusioni  sessuali esplicite.Eccone un esempio classico:

Washboard Sam – “Easy ridin’ mama”

Con l’arrivo degli anni ’50 e del blues elettrico però i suoi show divennero un po’ antiquati per i gusti del nuovo pubblico e così anche la sua fama andò progressivamente a calare. Qualcuno dice che per campare divenne addirittura un poliziotto nella Wind City! Quando negli anni ’60 i gruppi britannici emergenti (Rolling Stones, Animals) riportarono in auge i grandi leoni del blues, anche lui ebbe di nuovo un poco di attenzione e tornò a suonare, ma per breve tempo dato che morì anzitempo nel 1966.

La sua proposta musicale è molto ricca, spaziando dai classici blues del Sud allo stile di Chicago e non di rado arrivando ad un proto-RnB che anticipò negli anni ’30 gli sviluppi futuri della musica afroamericana. Sentiamolo in quest’altra registrazione:

Washboard Sam – “Going back to Arkansas”

La fine della storia è questa: sepolto senza lapide e nell’anonimato, soltanto nel 2009 fu organizzata una raccolta fondi per dare degna sepoltura ad uno dei tanti poco conosciuti bluesman che hanno fatto la storia, attraverso un grande concerto blues tenutosi in Michigan con la partecipazione di molti importanti artisti del genere.

Per non dimenticare Sam e i tanti altri che hanno scritte pagine troppo poco conosciute della nostra musica.

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Finalmente un Jazz Club: MASADA

12105711_880974881988729_5482415768565666768_nUpdate 27/10/2015

Giungono purtroppo notizie non positive sul destino dei progetti musicali di jam session e swing al Masada, al momento interrotti. Nella speranza che in questo luogo resti spazio per il jazz, lascio comunque pubblicato l’articolo scritto qualche settimana fa in una situazione diversa.

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Non è il caso di scomodare paragoni ingombranti, ma chi come il sottoscritto vive il mito del Capolinea milanese, con il rimpianto di esserci andato solo una volta in tenera età e con poca coscienza dell’importanza del luogo, è sempre alla ricerca di luoghi che facciano rivivere certe atmosfere notturne e fumose (in senso metaforico, viste le sacrosante odierne leggi anti-fumo) e diano la libertà ai musicisti di dare sfogo al proprio estro, al di là di orari ed esigenze commerciali.

Sarà forse eccessivo il mio entusiasmo (son tipo piuttosto impulsivo), ma credo che la mia città abbia finalmente un Jazz Club degno di questo nome e lo sto gridando ai quattro venti: il Masada! Arredato con gusto retrò non pacchiano o fasullo, tanto da farti sentire nel salotto di casa (col vantaggio che non ascolti un vinile, ma una band dal vivo sul divano), accogliente perché poco costoso e non fighetto, hipster con moderazione (e comunque, storicamente parlando si definivano così i bianchi che amavano e imitavano la musica e lo slang afroamericani). Il fatto che sia un’associazione-circolo e che ospiti corsi e iniziative varie, me lo rende ancora più simpatico e vicino al mondo da cui provengo. E poi, in una città in cui ai concerti di Jazz l’età media è assai elevata, che sollievo vedere che è gestito e organizzato da ragazz* giovani.

Non c’è al giorno d’oggi bisogno di link o indirizzi, saprete trovare tutto da soli su Internet, io mi limito a mettere un paio di foto che ho scattato una di queste sere, ma vi consiglio caldamente di dare un occhio alla programmazione: jam session al martedì, swing al giovedì, elettronica al sabato, concerti vari (principalmente jazz) negli altri giorni. Con un tocco di originalità nella proposta, che mette insieme “vecchie” glorie e giovani talenti emergenti e nessun barriera di stili e generi. Si sarà spero capito dopo 27 post di questo blog che chi suddivide la grande famiglia jazzistica in fazioni e periodizzazioni, a volte mettendole addirittura in contrasto, non mi trova d’accordo. Amo questa musica nel suo complesso, quindi mi sento a casa in questo locale-associazione-club. Un invito: troviamoci lì a ballare sulle note dell’Hot Jazz sulla bella pista liscia del locale, ad ascoltare una jam session Be Bop o a scoprire nuove frontiere musicali e artistiche, sorseggiando buona birra o un whisky a costo non elevato (per gli standard milanesi).

Keep swingin’: to be or not to bop!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Vogliamo poi parlare del nome del locale-associazione, a metà tra una fortezza inespugnabile biblica e John Zorn?

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FOR DANCERS ONLY: sul rapporto tra Jazz e ballo

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Si è detto e scritto molto sul rapporto tra jazz e ballo, in particolare sulla sua versione ballabile per eccellenza, lo Swing. Cercherò di ricapitolare alcune considerazioni e osservazioni, basandomi su alcune fonti/citazioni e su alcune esperienze dirette. Non è mia intenzione tornare sulla contrapposizione tra jazz tradizionale e moderno, che ritengo fuorviante. Anche perché amo tutta la musica di origine (non solo) afroamericana e se quindi parlo in questa occasione del jazz che ci fa muovere e danzare, cioé che ha swing, è perché mi sembra importante rivolgermi in primis ai ballerini che abbiano voglia di scoprire questo magnifico mondo musicale, in pista da ballo come in una sala da concerto (o in un ascolto casalingo).

For dancers only è un titolo che non intende escludere nessuno, ma solo richiamare una celebre esecuzione di uno dei grandi dello Swing, Jimmie Lunceford (che conoscete tutti di sicuro, se non altro per avere ballato lo shim sham sulle note di un altro suo brano):

Jimmie Lunceford – “For dancers only”

Partiamo da una citazione, che introduce al tema nella maniera migliore, anche perché proviene da una fonte autorevole, Lester Young (uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi). Intervistato da Nat Hentoff per la rivista Down Beat nel 1956, così disse:

“Mi auguro che il jazz venga suonato più spesso per ballare. Suonare per ballare mi diverte molto, anche a me piace ballare. Il ritmo dei ballerini ti torna indietro sul palco, quando suoni. […] Credo che alla fine si tornerà alla swing e all’orchestra da ballo.”

A parte quella che sembra una profezia finale effettivamente avveratisi in questa epoca di ritorno alla musica jazz da ballare, importa cominciare da questo punto di vista perché viene di un musicista che non fu mai conservatore e anzi anticipò e accompagnò varie svolte. Il richiamo di Pres è alla storia del jazz, che nasce come musica popolare da ballo. Nel passaggio ad una forma d’arte più da sala da concerto, il sassofonista era forse preoccupato in quegli anni che si perdesse la sua radice popolare (come in effetti in parte avvenne, soprattutto fra gli afroamericani, a favore del rhythm&blues e di tutto quel che originò).

Consideriamo inoltre che molti artisti si divertivano a ballare. Pare che Armstrong fosse un ballerino provetto, che amava far volteggiare le dame. Aspetto questo, l’interazione tra i sessi, da non sottovalutare, nell’affermazione del ballo di coppia durante il secolo scorso. Lo scandalo puritano e perbenista suscitato prima negli USA e poi in Europa da balli come il Charleston (un inno alla libertà del corpo, in primis femminile, in un’epoca di repressione maschilista e bigotta) e poi il Lindy Hop, spiega perchè ad esempio il presidente degli Stati Uniti W. Wilson si pronunciò pubblicamente contro l’affermarsi di queste forme di danza. E perché nonostante il successo che continuava anche in tempo di guerra, venisse chiusa nel 1943 la sala da ballo jazz più importante di sempre, il Savoy Ballroom. L’accusa pretestuosa di favoreggiamento della prostituzione mascherava in realtà il perbenismo e lo scandalo creato in una società classista e segregata da un luogo di ritrovo in cui tutti si ritrovavano insieme a prescindere dal colore della propria pelle, dalle classi sociali e dalla provenienza geografica. E in cui direttori d’orchestra neri dirigevano musicisti bianchi, invertendo l’ordine gerarchico. Il primo politico di origine afroamericana eletto al Congresso nel distretto di Harlem, Adam Clayton Powell, così commentò enfaticamente quando fu chiusa dalle autorità la sala che aveva ospitato più di 250 big band dal vivo (e fino a 1500 ballerini per sera): «A New York Hitler ha segnato un punto a favore sul fronte del pregiudizio razziale».

Come scrive Arrigoni (vedi sotto), la liberazione del corpo nel ballo moderno si nutre in questo rito dell’esotismo garantito dalla traccia dei balli ancestrali dell’Africa Occidentale ancora presente nel ballo jazz, del contatto fisico sensuale e del rapporto reciprocamente funzionale tra musica e danza. Pensiamo alla tap dance: ballare è come fare jazz attraverso il ritmo, il movimento e l’improvvisazione!

Su questo argomento ho trovato tante altre informazioni e aneddoti preziosi nel libro Jazz Foto di Gruppo di A. Arrigoni (Saggiatore Editore, 2010), che vi dedica un interessante capitolo intitolato The joint is jumpin’, da una canzone del one-and-only Fats Waller (gustatevi il filmato d’epoca originale al link e cercate il testo, che descrive proprio l’atmosfera accaldata e vivace di un club):

Fats Waller – “The Joint is jumpin'”

Altrimenti la bibliografia in lingua italiana è piuttosto scarsa (qualche accenno più consistente nella storia del Jazz di Zenni per Stampa Alternativa ad esempio), mentre le fonti letterarie in lingua inglese danno senza ombra di dubbio più soddisfazione (a cominciare dal classico Jazz Dance: The Story of American Vernacular Dance di M&J Stearns).

Sempre ovviamente a disposizione per commenti, informazioni e scambi di opinione. Qui sul blog, sui social o ancora meglio in consolle o pista da ballo.

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Giocare con il Jazz: HOT vs COOL (a battle of jazz, 1952) + CATS vs CHICKS (a jazz battle of the sexes, 1954)

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Era il 1952, quando l’affermato critico musicale, giornalista e compositore britannico Leonard Feather ideò (non solo) per divertimento una delle sue proposte più originali, a metà tra provocazione e creazione: mettere insieme una band di jazz tradizionale e una di jazz moderno e contrapporle in una sfida basata sull’interpretazione di alcuni celebri standard, Hot vs Cool. Vista l’importanza e il ruolo di Feather (co-editore tra le altre cose della celebre rivista Metronome) raccolse per questo progetto fior fior di musicisti: a rappresentare la tradizione Dixieland di New Orleans artisti come il clarinettista Edmond Hall (ancora troppo poco conosciuti, tra i più grandi di questo strumento) e il trombonista di Basie Vic Dickenson, per il jazz moderno (in sostanza il Be Bop, più che il Cool Jazz, che serviva al gioco di parole del titolo) nientepopodimeno che Dizzy Gillespie (facile immaginare che un burlone come lui si divertisse un sacco in questo tipo di giochi musicali) e Max Roach (forse il principale batterista di jazz moderno del secolo scorso). Li sentiamo alla prova con classici come How high the moon, Indiana e Muskrat Ramble, ma anche con una Battle of the blues. Come dicevo all’inizio, sì un divertissement da parte del critico, ma anche un modo per giocare in maniera non troppo seriosa con una contrapposizione che ancora oggi purtroppo a volte divide gli animi degli appassionati di questo meraviglioso genere musicale fiorito nel Novecento. Nel mio piccolo, mi permetto di auspicare che i fautori dell’uno e dell’altro verso del jazz possano scherzarci sopra e prendersi meno sul serio, in nome della bellezza di tutta la musica di origine (non solo) afroamericana.

Chi vinse la sfida? Non sta a me stabilirlo ovviamente, senza dubbio in termini storici prevalse la fazione gillespiana (vista l’influenza che continuò ad avere sullo sviluppo di tutta la musica), ma in questo disco io opterei per un pareggio, perché alcune interpretazioni si prestano più ad una versione old school (come il bellissimo blues finale), mentre altre (come How high the moon) sono inevitabilmente legate alla new school.

Permettendomi come sempre di consigliare l’acquisto dei vinili-cd-mp3 originali, reperibili tra l’altro in questo caso facilmente e a basso costo (il che non guasta), potete però intanto farvi una vostra idea a questo link YouTube (se volete poi commentare ne possiamo volentieri parlare):

Hot vs Cool

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E se vi piace l’aspetto ludico così adatto al jazz, vi consiglio di approfondire Cats vs Chicks, un altro simpatico esperimento ideato dal buon Leonard due anni dopo, nel 1954: proporre una sfida, secondo le stesse modalità, tra una band maschile e una interamente femminile. In un mondo ahimé spesso maschilista, anche in ambito musicale, non dobbiamo infatti dimenticare che oltre alle famose cantanti ci furono e ci sono diverse validissime strumentiste. Come Terry Pollard, pianista e vibrafonista che presiede la formazione che fornisce un’interpretazione al femminile di brani classici come The man I love, un simpatico Mamblues e originali composti per l’occasione proprio da Feather come Cat meets chick. Da citare tra le musiciste almeno anche la chitarrista Mary Osborne, che propone una serie di ispirati assoli all’elettrica. Accetta la sfida il trombettista ellingtoniano Clark Terry, insieme ad artisti come il batterista Kenny Clarke e un giovane Horace Silver (che poi verrà considerato uno dei padri dell’Hard Bop). Anche qui, piuttosto che stabilire vincitori e vinti, meglio godersi la musica e in particolare la chiusura dell’album con un brano ironico che vede le band riunite e scherza sulla contrapposizione tra i sessi: Anything you can do (I can do better).

Anche in questo caso trovate un preascolto, per poi decidere se procurarvi l’originale:

Cats vs Chicks

Buon divertimento!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

Hey Mr Dj, non hai qualcosa di più BOOGIE?

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Non credo di essere l’unico selezionatore di musica da ballo, nell’ambito swing&dintorni, a cui a volte viene rivolta la gentile richiesta contenuta nel titolo, da parte di alcuni ballerini. Nel mio ruolo di fonomescitore, pur appassionato di jazz (e quindi di swing), so che è importante assecondare le richieste di chi balla e non ho in genere problema alcuno ad acconsentire a quanto mi viene chiesto, ove possibile e compatibile con il genere di eventi a cui partecipo. D’altronde amo anche ballare e mi schiero quindi volentieri dalla parte dei ballerini. Le prime volte però ci rimanevo un po’, soprattutto se la domanda/proposta mi veniva rivolta mentre avevo appena messo per la pista brani come questo, che sono appunti dei classici del Boogie-Woogie:

Boogie Woogie Stomp – Albert Ammons

O come i grandi brani contenuti nella raccolta che ho fotografato qui sopra, un piccolo capolavoro che raccoglie delle perle musicali degli anni ’30 e ’40. Perché adoro questo genere musicale, derivato dal Blues e dallo Stride Piano jazzistico. In effetti, quando nacque nel Sud degli Stati Uniti, veniva chiamato Fast Blues, per definire la sua struttura musicale. Il piano, solo o accompagnato, era lo strumento principale, che scandiva il ritmo con il tipico basso regolare suonato dalla mano sinistra, come si può sentire bene in questo altro esempio (di uno dei principali boogiesti di tutti i tempi):

Jimmy Yancey – Yancey Stomp (1939)

Albert Ammons, Jimmy Yancey, Meade Lux Lewis, Pinetop Smith, Pete Johnson e tanti altri rimasti oscuri sono gli eroi di questo pioneristico stile jazz, inserito a tutti gli effetti tra le derivazioni della musica afroamericana (come si può vedere nel dettaglio di questa foto che ho scattato al nostro meraviglioso poster casalingo degli Highlights of the Jazz Story realizzato da Peter von Bartkowski Edition):

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Ho successivamente compreso l’equivoco in cui incorrevamo sia io che i gentili ballerini: io parlavo di un genere musicale, loro di uno stile di ballo. Che, guarda un po’, sono chiamati allo stesso modo: boogie-woogie! Infatti le federazioni mondiali di ballo non ci hanno facilitato il compito, definendo ufficialmente rock’n’roll solo quello acrobatico e dando allo stesso stile un attimo più “tranquillo” lo stesso nome della musica pianistica fast blues di cui stiamo parlando. Per questo le scuole di ballo insegnano boogie su musiche in realtà r’n’b-r’n’r e giustamente i ballerini quando mi chiedono più boogie, intendono questo genere musicale e non quella musica più “antica” che mi piace tanto.

Poco male, equivoco chiarito, c’è spazio per tutti sulla pista da ballo quando si suona buona musica!

🙂

 

Correva l’anno di grazia 1956

Sono molti gli anni del secolo scorso che hanno segnato la storia della musica di origine (non solo) afroamericana. Il 1956 (anno conosciuto anche per gli avvenimenti di Ungheria e le ripercussioni che ebbe nel comunismo mondiale) fu senz’altro tra questi. Scelgo di parlarne oggi perché rappresenta nella maniera migliore la varietà e la ricchezza della musica Jazz (e di tutto ciò che è spuntato dall’Albero del Jazz e del Blues), con l’apporto di stili diversi che, al di là delle periodizzazioni necessarie per scrivere i libri di storia, hanno convissuto e non di rado collaborato, per generare nuovi ibridi e nuove musiche. Ecco allora una veloce carrellata attraverso alcuni degli album più importanti registrati nel magnifico e lontano 1956.

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Punto di partenza l’esibizione di quell’anno al Festival di Newport da parte di una delle più grandi orchestre di tutti i tempi, la formazione capitanata da Duke Ellington. Fu infatti quel concerto (e questo disco At Newport che lo testimonia) durante il più celebre festival estivo del Jazz a rilanciare la carriera di Ellington e a mantenere in vita fino alla fine dei suoi giorni l’attenzione sulla sua grande musica, aliena da qualsiasi ristretta categorizzazione. Come si può sentire in questo album, la qualità degli strumentisti, degli arrangiamenti e della direzione di Ellington garantivano ancora energia Jazz al 100%, ammirata e apprezzata sia dai cultori del passato tradizionale, che dai modernisti (con cui il Duca, che veniva dai primordi della nostra musica, collaborò spesso e volentieri).

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Ma il 1956 fu anche l’anno in cui fu pubblicato il primo capolavoro storico di quello che è attualmente considerato il più grande jazzista vivente: Sonny Rollins. Il suo sax tenore canta in questo album intitolato in maniera esplicita Saxohpne Colossus, in cui è accompagnato da un quartetto in cui alla batteria troviamo Max Roach. Anche le altre registrazioni di quell’anno mostrano un musicista giovane, ma già in grado di raggiungere i vertici del Jazz moderno con i suoi assoli e le sue improvvisazioni, sia su standard come Moritat che su sue composizioni (come la famosissima St. Thomas, ispirata dall’origine caraibica della sua famiglia). Tra queste ultime, propongo un ascolto da questo disco, che racchiude tutta poetica di questo grande artista:

Sonny Rollins – “Blue 7”

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Proseguiamo citando un grandissimo artista, che nel 1956 non solo pubblicò alcuni favolosi album, ma perse anzitempo la vita, lasciando un vuoto enorme nella musica Jazz del Novecento, di cui fu tra i migliori interpreti alla tromba. Questo album dal vivo del quintetto di Clifford Brown (accompagnato da Max Roach e Sonny Rollins tra gli altri) tocca i vertici di quello che è stato chiamato Hard Bop. Ma prima di tutto tocca le corde dell’emozione musicale, grazie alla sua straordinaria tecnica e anima. Forse il meglio del Jazz moderno ancora per tanti anni a seguire, At Basin Street e gli altri dischi registrati con Roach entrano di diritto nel “best of” jazzistico del Secolo Breve.

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Torniamo a qualcosa di più classico, ma non meno appassionante, visto che sempre in quell’anno uscì il primo album registrato da Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald per la Verve (seguito poi da altri 2 bestseller). Ella and Louis ci offre una serie di delicate ballate e standard in cui entrambi danno il meglio dal punto di vista del canto e dell’interpretazione. Un ascolto dolce che ha suggellato un’amicizia e una collaborazione tra due artisti non più nel fiore degli anni, ma ancora pieni di immaginazione e voglia di musica.

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Fu il 1956 anche l’ultimo anno in cui Horace Silver fece parte dei Jazz Messengers, la celebre e titolata formazione che aveva fondato insieme al batterista Art Blakey, componendo anche alcuni dei loro maggiori successi nel mondo del Jazz. L’album omonimo The Jazz Messengers è per questo considerato uno dei più importanti nella lunga storia di questa band composta da neri americani, che ha continuato poi ad accompagnare diversi periodi musicali, caratterizzandosi soprattutto per animate e vivaci esibizioni dal vivo.

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Altro album, altra storia importante che prese vita nel 1956. Count Basie inserisce come cantante dell’orchestra più Swing di tutti i tempi Joe Williams, che introduce uno stile molto diverso, in soldoni meno shout e più romantico, del precedente Jimmy Rushing. Il titolo del disco che inaugura la loro collaborazione è tutto un programma e non ha bisogno di troppi commenti: Count Basie swings, Joe Williams sings. Il capolavoro Alright Ok You Win garantì notorietà a questa piccola svolta nell’evoluzione del Conte dello Swing.

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E poi ci fu chi in quell’anno si portò avanti, musicalmente parlando, in direzione di quel che fu poi definito in maniera invero piuttosto generica Post-Bop. Parlo di Charlie Mingus e di uno dei suoi album principali, quel Pithecanthropus Erectus interpretato al sax alto da Jackie McLean, sugli arrangiamenti comunicati a voce di Mingus. Sempre fuori dagli schemi, un album che apre un nuovo capitolo della nostra musica.

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E chiudiamo la rassegna su questo stupendo e intenso 1956 con Lei: Billie Holiday. Che accompagna la sua autobiografia Lady sings the Blues con un album dallo stesso titolo. Troviamo qui alcune sue registrazioni degli anni tra il ’54 e il ’56, per chi come me ha un debole per Lady Day sempre e comunque un’esperienza speciale ascoltare le sue interpretazioni.

Ci fermiamo qui, molti altri potrebbero essere gli album selezionati per il 1956, abbiamo privilegiato uno sguardo ampio e i nostri gusti. Il consiglio ovviamente è di cercare gli originali e comprarli, anche perché la bellezza delle copertine di questi dischi è parte del prezzo (e del gusto di possederli).

Buon ascolto e buone danze a voi dal vostro

Mazz Jazz

🙂

Inno alla fantasia: Babs “PROFESSOR BOP” Gonzales

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Ho sempre avuto un debole per gli irregolari, coloro che con estro si sono posti fuori dalla norma e dal mainstream. Personaggi un po’ geniali, un po’ matti, che si possono trovare nella storia della musica Jazz del secolo scorso. Mi riferisco in primis a Slim Gaillard, ma anche il suo partner Slam Stewart. O quel folletto yiddish di Mickey Katz, o ancora l’Hipster per eccellenza Harry Gibson.

Non da ultimo, colui di cui vi vorrei parlare in questa sede: Babs Gonzales. Premesso che sono fermamente convinto che “da vicino nessuno è normale” (slogan di un luogo milanese a me particolarmente caro), trovo in questi artisti così fantasiosi una carica di novità e stile che va fuori dalle righe e risulta interessante proprio per questo. Lontani dalla routine, inventano linguaggi nuovi, anche in senso letterale. Lo slang usato da Babs, al pari di quello coniato ex novo da Babs Calloway negli anni ’30 o da Slim Gaillard nei successivi ’40 e ’50, è infatti uno strumento usato non solo per creare magnifici effetti scat e vocalese, ma anche per aprire il mondo della musica al gioco. L’aspetto ludico dell’energia Be Bop di Gonzales infatti è fondamentale nel suo tentativo (sostanzialmente fallito, il che vale anche per quanto similmente tentò Dizzy Gillespie, che deve a lui tra l’altro la versione originale dell’hit Oop-pop-a-da) di rendere popolare e più accessibile questa forma musicale (non solo) degli afroamericani dalla seconda metà degli anni ’40 in poi.

Sentite ad esempio la sua “strana ninnananna”, tutta basata su una lingua immaginaria:

Babs Gonzales – “Weird Lullaby”

Oppure il pezzo a cui sono debitore per il nuovo nick che adotterò (e trovate qui tra l’altro una delle prime incisioni di Sonny Rollins al sax tenore e al contralto Art Pepper!):

Babs Gonzales – “Professor Bop”

Scoriamo non solo la maestria al canto di Babs (tutti questi geniacci furono anche eccelsi musicisti), ma anche qualcosa di più, che parte in questo caso dall’oscillazione dello Swing per arrivare alla velocità e all’anticonformismo del Be Bop. Come ho già sottolineato altre volte, molti di questi artisti che emergono dalla svolta della seconda metà degli anni ’40 hanno salde radici musicali nelle big band swing, ma sono parecchio eclettici. “Professor Bop“, nato a Newark come Leroi Jones, fu come questo ultimo un poeta beat e visse gli anni di Ginsberg e Kerouac, dal versante afroamericano.

Anche in questo caso, come nel caso degli altri straordinari artisti citati (a cui prima o poi dedicherò qualche approfondimento), la storia della musica Jazz sa sorprendere e stupire. Come dovrebbe fare sempre la vita.

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop 😉

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