Una (stra)ordinaria storia di Blues: WASHBOARD SAM

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Bene non dimenticare che la storia degli Stati Uniti è lastricata delle sofferenze patite dai popoli autoctoni e poi dalle genti “importate” attraverso le deportazioni schiaviste. La storia musicale del Blues e del Jazz, proveniendo dai bassifondi e dagli strati popolari della società, ci aiuta a ricordare e raccontare personaggi e vicende che emergono dalla povertà e dalla segregazione (che in parte non è ancora terminata, visto le notizie di cronache a cadenza purtroppo quotidiana che arrivano dagli States e i dati relativi alle condizioni di vita e criminalizzazione della popolazione afroamericana).

Sono storie come quella di Washboard Sam che ci restituiscono non solo grande musica, ma anche l’esigenza etica di continuare a combattere anche a livello musicale contro le discriminazione e le ingiustizie. Robert Brown nacque nel 1910 nel Grande Sud, nello stato dell’Arkansas, figlio naturale di un padre che tra parecchi altri era già genitore del grande bluesman Big Bill Broonzy, che lo considerò infatti alla stregua di un parente e lo aiutò anche in campo musicale. Negli anni ’20 Robert si trasferì come musicista di strada a Memphis (Tennessee), mostrando talento per questo strumento ritmico, antenato povero della batteria, e diventando così Washboard Sam. Come tanti strumenti tipici delle jug band di strada, il washboard è spesso realizzato e personalizzato dagli stessi musicisti, utilizzando per assemblarlo cioè che è a disposizione e sfruttandone il più possibile le possibilità. Fu però negli anni ’30 a Chicago (la grande prima migrazione risalendo il Mississippi) che Sam si fece conoscere, accompagnando le blue notes di grandi come Big Bill e Memphis Slim. Grazie alla sua bella e forte voce divenne popolare e incise circa 160 tracce musicali fino agli anni ’40. Era un campione di quello che veniva chiamato Hokum Blues, la versione più sfacciata e ridanciana di questo genere musicale, basata spesso su testi che contenevano doppi sensi e allusioni  sessuali esplicite.Eccone un esempio classico:

Washboard Sam – “Easy ridin’ mama”

Con l’arrivo degli anni ’50 e del blues elettrico però i suoi show divennero un po’ antiquati per i gusti del nuovo pubblico e così anche la sua fama andò progressivamente a calare. Qualcuno dice che per campare divenne addirittura un poliziotto nella Wind City! Quando negli anni ’60 i gruppi britannici emergenti (Rolling Stones, Animals) riportarono in auge i grandi leoni del blues, anche lui ebbe di nuovo un poco di attenzione e tornò a suonare, ma per breve tempo dato che morì anzitempo nel 1966.

La sua proposta musicale è molto ricca, spaziando dai classici blues del Sud allo stile di Chicago e non di rado arrivando ad un proto-RnB che anticipò negli anni ’30 gli sviluppi futuri della musica afroamericana. Sentiamolo in quest’altra registrazione:

Washboard Sam – “Going back to Arkansas”

La fine della storia è questa: sepolto senza lapide e nell’anonimato, soltanto nel 2009 fu organizzata una raccolta fondi per dare degna sepoltura ad uno dei tanti poco conosciuti bluesman che hanno fatto la storia, attraverso un grande concerto blues tenutosi in Michigan con la partecipazione di molti importanti artisti del genere.

Per non dimenticare Sam e i tanti altri che hanno scritte pagine troppo poco conosciute della nostra musica.

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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3 risposte a "Una (stra)ordinaria storia di Blues: WASHBOARD SAM"

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