La colonna sonora dell’AUTOBIOGRAFIA DI FRANKIE MANNING

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Qualche anno fa, in fase di pieno entusiasmo e passione per questi ritmi di danza, mi cimentai in una piccola “impresa”: annotare e ricercare tutte le musiche e gli autori citati dal grande ballerino di Lindy Hop Frankie Manning nella sua autobiografia (disponibile anche in traduzione italiana, pubblicata nel 2014 e reperibile qui).

Il libro, uscito nel 2007, credo lo conosca la maggior parte di voi, non spendo quindi troppe parole a presentarlo. Racconta la storia di una persona importante per il nostro mondo, perché fu tra i principali protagonisti della diffusione del Lindy Hop nella Harlem degli anni ’30 e ’40 (anche se quello che si può considerarne a torto o ragione l’inventore, Shorty George Snowden, ne ballava una prima versione Breakaway già alla fine degli anni ’20). Merita non solo per l’autobiografia del simpatico Frankie, ma perché è uno spaccato di storia afroamericana del Novecento, con particolare attenzione al mondo dello spettacolo (in cui qualche forma di integrazione si fece spazio un poco prima rispetto al resto della società statunitente). Tanti racconti del Savoy, ma anche dei viaggi in tour per il mondo, della Seconda Guerra Mondiale e del periodo successivo da impiegato postale. Fino a quando il Lindy, che non era mai scomparso da Harlem ma vi era rimasto un po’ confinato come in un ritorno alle radici, fu riscoperto in Europa e cominciò l’allegro revival di cui siamo ancora parte.

Venendo alla musica che ho raccolto, emergono chiaramente i gusti musicali di uno dei principali ballerini professionisti swing del secolo scorso: tante big band e Jazz a gogò! La predilezione di Manning fu prima per la band di Chick Webb, resident nel mitico Savoy in cui lui ballava, poi per la formazione di Count Basie, che a detta di molti è stata per diversi decenni l’orchestra Swing per eccellenza. Troverete quindi nella playlist che ho assemblato brani interpretati da queste big band, ma anche Hot Jazz scatenato (Waller), il primo Swing proposto dalle grandi orchestre black dell’epoca (Henderson, Ellington, Don Redman) e super orchestre Swing bianche di successo a New York e non solo in quegli anni (Dorsey, Hill).

Vi lascio volentieri il gusto della scoperta, sono 35 brani che vengono per la maggior parte citati nell’autobiografia. Una parte invece sono stati scelti dal sottoscritto, selezionando gli autori di cui viene citato il nome e non qualche esecuzione specifica. In pochissimi casi invece, non potendo trovare né brano né autore, ho inserito dei brani vicini per periodo ed esecutore, spero sena distanziarmi troppo dalle indicazioni dell’autore. Il ritmo vola veloce, Frankie amava soprattutto nella prima parte della sua carriera (a cui fa riferimento la maggior parte dei brani) scatenarsi anche in acrobazie agili e rapide che lasciavano di stucco il pubblico dei ballerini.

Sono uscite negli ultimi anni della sua vita alcune pubblicazioni discografiche che raccoglievano il suo best of, come questo disco. Ho voluto invece in questa playlist raccogliere una colonna sonora della sua vita e dei brani che hanno segnato i periodi cruciali di un’esistenza a tutto Swing.

Non mi resta che proporvi il link alla playlist, che è a disposizione di tutti su Spotify. Vi sarei grato se la voleste ascoltare e diffondere, citando la fonte (e senza utilizzazioni commerciali non autorizzate, nella spirito della licenza Creative Commons di questo blog):

Frankie Manning’s Autobiography Soundtrack

Buon divertimento per i nostri happy feet!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Il prossimo post del blog sarà la traduzione in inglese di questo, per potere raggiungere anche il pubblico estero che a quanto risulta dalle statistiche consulta queste pagine. Già ai tempi della realizzazione di questa playlist fui onorato di ricevere i complimenti da parte della della Frankie Manning Foundation.

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Cosa è il Jazz: un richiamo d’amore creolo (cit. Ellington)

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Partiamo da questo brano meraviglioso, opera di uno dei più grandi compositori del Novecento, Duke Ellington:

Adelaide Hall, Duke Ellington and his Orchestra – Creole Love Call (1927)

Nel 1927 Adelaide Hall cantò questa musica soave con dei vocalizzi senza testo che accompagnavano la musica. Una scelta modernissima e un effetto straordinario, che rende la voce umana uno strumento a tutti gli effetti, in buonissima compagnia (sentite ad esempio l’assolo straordinario alla tromba di Bubber Miley). Come dice il titolo è un canto, un richiamo d’amore creolo. Che ci fa pensare a New Orleans e alle origini interculturali del Jazz, nato dalla confluenza di fiumi e culture diverse, a partire dalle radici Blues afroamericane.

Interessante ascoltare anche questa versione successiva del Duca, senza voce (e quindi a mio modesto parere meno affascinante):

Duke Ellington – Creole Love Call (1932)

Giusto dire, per la completezza, che questa straordinaria composizione era in realtà una reinterpretazione di un tema scritto nel 1923 dal primo King del Jazz, Joe Oliver, leader della King Oliver’s Creole Jazz Band (e il nome non fu scelto a caso).

King Oliver’s Creole Jazz Band:- “Camp Meeting Blues”

Capita in tutta la storia del Jazz che opere precedenti siano prese d’ispirazione per rifacimenti e nuove versioni. Fa parte della grandezza di questa musica e della sua diversità dalla tradizione classica europea.

Ma più che di musica, volevo parlare dell’origine creola di questa musica e del suo significato. Prendo spunto anche dalla lettura di un libro che è stato una bellissima sorpresa e che mi ha aperto molto nuove prospettive, come non succedeva dai tempi della lettura di Blues People del grande Leroi Jones (aka Amiri Baraka), di cui ho già scritto poco fa nel post sulla bibliografia musicale (che trovate più rapidamente attraverso il menù principale che si apre cliccando sul quadrato in alto a destra). L’opera del critico statunitense Eric Nisenson, Blue. Chi ha ucciso il Jazz? (Odoya Ed., scritto in originale nel 1997), al di là della polemica a volte un po’ aspra ed eccessiva con i neotradizionalisti alla Wynton Marsalis (grande musicista, meno grande come critico e organizzatore culturale, ma ne ho già parlato all’inizio di questo blog a proposito del documentario sul Jazz girato da Ken Burns), è illuminante e chiara riguardo alla storia della musica di origine (non solo) afroamericana nel secolo scorso e offre una chiave di lettura importante, legata proprio alla sua creoleness, che lascia poco spazio al purismo musicale e culturale e alla distinzioni basate sul colore della pelle (sia da parte dei bianchi che ad un certo punto hanno “rubato” negli anni ’50 il Blues ai neri, sia da parte dei neotradizionalisti che invece sostengono che solo gli afroamericani sanno cosa è il Blues). Le radici “sporche” nel quartiere a luci rosse di Storyville del Jazz, come anche i contributi arrivati da diverse fonti geografiche (i ritmi spagnoli, il Blues afroamericano, le bande militari francesi, la melodia strumentale degli italo-americani, le fanfare klezmer) rendono questa musica allergica alle categorizzazioni troppo rigide e, come sostiene Nisenson, forse l’approccio migliore è quello di apprezzare i cambiamenti e il movimento incessante di ricerca che ha animato i migliori esponenti musicali fin dai tempi di New Orleans. I musicisti migliori si valutano in base alla qualità musicale, non sulla loro provenienza. Quando ad esempio Django arrivò negli States, ottenne dai colleghi, anche dai più importanti jazzisti neri, grande stima e collaborazione. Senza dimenticare che questa musica nasce dal bisogno di libertà di un popolo schiavizzato paradossalmente proprio nella “patria della libertà”, Nisenson ricorda come anche artisti “arrabbiati” come Miles Davis o Charles Mingus abbiano apprezzato le collaborazioni musicali a prescindere dal colore della pelle dei componenti delle loro formazioni. Lo stesso vale per i più grandi dello Swing come Goodman e Krupa, che nel momento in cui il Jazz arrivava alle masse bianche (e al successo commerciale) non hanno dimenticato coloro da cui quella musica proveniva e hanno creato i primi combo misti dal punto di vista etnico, anche a costo di suscitare scandali, turbolenze e arresti in una nazione ancora fortemente segregazionista e razzista.

Concludo in musica come sempre il mio ragionamento, proponendo alcuni ascolti che credo significativi. Sentiamo ad esempio colui che addirittura sostenne di avere inventato il Jazz, il creolo di New Orleans Jelly Roll Morton, alle prese al piano con ritmi e strutture proprie della musica latina (che in particolare nella versione caraibica ha avuto molta influenza sullo Swing al tempo delle big band):

The Crave – Jelly Roll Morton (Original Version)

Oppure uno dei concerti più importanti del secolo scorso, quello che nel 1938 Benny Goodman con tanti straordinari ospiti tenne alla Carnegie Hall. Ecco un brano in cui lui e il trombettista Ziggy Elman, pure di origini ebraiche, ad un certo punto (2’33”) trasformano questa stupenda canzone (tratta da un musical yiddish), in una festa mitteleuropea, proprio nel tempio della musica classica newyorchese:

“Bei Mir Bist Du Schoen” by Benny Goodman from Live At Carnegie Hall 1938 Concert on Columbia

Ringraziamenti per l’attenzione e cordiali saluti a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Il Dream Team del Jazz: LE STRAORDINARIE FOTOGRAFIE DI WILLIAM P. GOTTLIEB

William P. Gottlieb (1917 – 2006), nato a Brooklyn, fu un grande fotografo e giornalista statunitense. Lo ricordiamo perché ci ha lasciato una delle più grandi collezioni di fotografie sul mondo del Jazz a New York (e dintorni) tra gli anni ’30 e ’40. I suoi scatti sono ora di dominio pubblico, dato che per sua esplicità volontà furono donati alla Library of Congress al fine di rendere disponibili a tutti. Lode quindi a questo uomo!

Nello spirito di questo blog (che adotta una licenza Creative Commons, per sapere cosa significhi la trovate in calce a ogni post e nel menù principale) condividerò alcune sue straordinarie immagini, riproponendo attraverso queste fotografie la lista del mio Dream Team ideale del Jazz, proposta 2 articoli fa a commento di un’iniziativa simile della BBC. Solo un gioco ovviamente, una scusa per proporvi l’arte di questo fotografo.

Buona visione!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

N.B.

In alcuni casi non è stato possibile reperire immagini di Gottlieb dei protagonisti da me scelti, ho preferito allora inserire alcuni scatti che lo stesso fotografo ha dedicato ad altri artisti vicini per caratteristiche, ispirazione o biografia a quelli da me inseriti nella mia personale “classifica”.

1. Louis Armstrong (perché fu Mr. Jazz)

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[Portrait of Louis Armstrong, Aquarium, New York, N.Y., ca. July 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

2. Duke Ellington (il più grande compositore nordamericano del Novecento)

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[Portrait of Duke Ellington, Cat Anderson, and Sidney De Paris(?), Aquarium, New York, N.Y., ca. Nov. 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

3. Charlie Parker (il più grande solista del Novecento)

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[Portrait of Charlie Parker, Tommy Potter, Miles Davis, Duke Jordan, and Max Roach, Three Deuces, New York, N.Y., ca. Aug. 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

4. Billie Holiday (la più grande cantante del Novecento)

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[Portrait of Billie Holiday, Downbeat(?), New York, N.Y., ca. June 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

5. Miles Davis (per la capacità di innovare e cambiare con vero spirito Jazz)

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[Portrait of Howard McGhee and Miles Davis, New York, N.Y., ca. Sept. 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

6. Ella Fitzgerald (la più gioiosa cantante scat)

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[Portrait of Ella Fitzgerald, New York, N.Y., ca. Nov. 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

7. Thelonious Monk (il principale compositore Jazz)

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[Portrait of Thelonious Monk and Howard McGhee, Minton’s Playhouse, New York, N.Y., ca. Sept. 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

8. Dizzy Gillespie (per l’intelligenza musicale)

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[Portrait of Dizzy Gillespie, John Lewis, Cecil Payne, Miles Davis, and Ray Brown, Downbeat, New York, N.Y., between 1946 and 1948] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

9. Count Basie (la più grande orchestra Swing)

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[Portrait of Count Basie, Aquarium, New York, N.Y., between 1946 and 1948] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

10. Django Reinhardt (il più grande Jazzista europeo)

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[Portrait of Al Sears, Shelton Hemphill, Junior Raglin, Django Reinhardt, Lawrence Brown, Harry Carney, and Johnny Hodges, Aquarium, New York, N.Y., ca. Nov. 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

11. Lester Young (per l’influenza su tutti i sassofonisti)

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[Portrait of Lester Young, Famous Door, New York, N.Y., ca. Sept. 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

12. John Coltrane (per l’aura mistica e la bravura interpretativa)

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[Portrait of Coleman Hawkins and Miles Davis, Three Deuces, New York, N.Y., ca. July 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

13. Coleman Hawkins (il primo grande solista)

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[Portrait of Coleman Hawkins and Miles Davis, Three Deuces, New York, N.Y., ca. July 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

14. Fats Waller (genio compositivo e sregolatezza Jazz)

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[Portrait of Harry Gibson, Diamond studio, New York, N.Y.(?), ca. Apr. 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

15. Fletcher Henderson (l’inventore dello Swing)

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[Portrait of Benny Goodman, 400 Restaurant, New York, N.Y., ca. July 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

PS

La serie completa la potete trovare qui.

SWINGIN’ THE BLUES (per sapere cosa è lo Swing, citofonare COUNT BASIE)

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Gottlieb, William P., “Portrait of Count Basie and Bob Crosby, Howard Theater, Washington, D.C., ca. 1941” [The Library of Congress]

Molti appassionati, critici e musicisti non hanno dubbi: se Louis Armstrong fu Mr. Jazz (cit. Duke Ellington, uno che se ne intendeva), Mr. Swing fu lui, Count Basie. Il titolo di King of Swing fu assegnato per vari motivi sociali e meriti musicali al grande Benny Goodman, che segnò intorno al 1935 in positivo un’epoca di svolta, anche dal punto di vista culturale, grazie anche ai nuovi mezzi tecnologici (la radio in primis). Ma se potessimo contare il numero di ballerini che hanno mosso i loro piedi felici sulle note di una big band, vedremmo che l’onorata e lunga carriera dell’orchestra di Basie non ha avuto rivali, in termini quantitativi e qualitativi. William James “Count” Basie (1904-1984), nativo del New Jersey, ha infatti suonato e swingato fino alla fine dei suoi giorni, dirigendo in giro per il mondo una serie di successive incarnazioni della sua prima gloriosa big band, che hanno sempre fatto ascoltare (e ballare) del grandissimo Swing, pur non potendo mantenere il livello stratosferico della formazione degli anni ’30-’40 (quella che insieme all’orchestra di Ellington degli stessi anni è stata la più grande di tutti i tempi, con artisti e solisti del calibro di Lester Young al sax tenore, Jo Jones alla batteria, Buck Clayton e Harry Edison alle trombe, Vic Dickenson e Dicky Wells ai tromboni, Freddie Green alla chitarra ritmica, Walter Page al basso, oltre ovviamente al Conte seduto al piano).

Per raccontare la grandezza di questo artista e spiegare cosa sia lo Swing (inteso come sostantivo con la maiuscola, che indica un genere musicale Jazz sviluppatosi soprattutto negli anni ’30 e ’40, mentre come verbo e aggettivo può essere applicato anche a tanti altri tipi di musica), cominciamo allora proprio da una incisione dal vivo del 1940:

Lester Young – Count Basie Live In Boston 1940 ~ Take It, Pres

Proporrò solo esecuzioni live, perché il meglio dello Swing è sempre quello suonato dalle orchestre da ballo nelle loro interpretazioni dal vivo, in cui hanno più libertà di espressione e comunicazione con la pista e la sala. Come nota ad esempio anche Frankie Manning nella sua autobiografia, anche la big band di Basie sprigionava tutta la sua potenza “atomica” (cit. dell’album Atomic Basie) in questi momenti, che abbiamo la fortuna di potere ascoltare e vedere negli archivi musicali di YouTube. Tornando al primo ascolto, gli ingredienti fondamentali che rendono il suono di Basie inconfondibile ci sono tutti: la struttura a riff con cui si rispondono le diverse sezioni dell’orchestra (gli ottoni e le ance), il call and response che struttura il brano con l’alternarsi dei solisti e dell’orchestra al completo, la All-American Rhythm Section (piano, basso, batteria) che non smette mai di swingare, il piano di Basie che introduce e segue l’orchestra con pochi inconfondibili tocchi, emergendo nei momenti di break. Aggiungiamoci la qualità dei musicisti: Lester Young (per cui Basie compose il brano) che nei suoi assoli tiene sempre e volutamente la melodia un po’ dietro rispetto alla battuta, quasi fuori tempo (il che fa capire perché è stato il sassofonista più influente del Novecento, sia in ambito Jazz che RnB), Jo Jones che inventa un nuovo modo di tenere il ritmo con le spazzole e sottolinea a climax con il rullante, Freddie Green che non va mai in assolo con la chitarra, ma continua imperterrito a tenere il ritmo 4/4 con la sua chitarra.

Un altro esempio, questi due brani del 1941 (tra cui quello che dà il titolo a questo post):

COUNT BASIE – Swingin’ the Blues (1941)

Anche qui possiamo vedere e sentire il sound di Kansas City in tutta la sua potenza ritmica: composizioni basate sulle blue notes e sulla tipica struttura Blues, che sono suonate su un ritmo indiavolato e oscillante sostenuto dalla sezione ritmica dell’orchestra, su cui i solisti improvvisano. Basie non ha inventato tutto questo, visto che la sua orchestra fu il proseguimento di quella di Bennie Moten, la cui direzione ereditò alla scomparsa del direttore. Gli ingredienti principali c’erano già, ma Basie li miscela nella maniera migliore, grazie anche alla qualità dei suoi collaboratori. Il Conte era un pianista influenzato inizialmente dallo stile stride e boogie, da cui progressivamente tolse tutti gli orpelli e i virtuosismi, per sviluppare un stile pianistico molto più essenziale che serviva a sostenere e indirizzare il lavoro di tutta l’orchestra.

Non è un caso che molti dei brani interpretati da questa big band (di cui solo una piccola ma significativa parte composti dallo stesso Basie) portino nel titolo la definizione di Blues. Eccone un altro, che scelgo per la qualità, ma anche per il fatto che fu eseguito proprio da noi a Milano, nel 1960:

Count Basie “Blues in Frankie’s Flat” (Frank Foster solista)

Ammiriamo i solisti, tra cui il sax tenore di Frank Foster, mentre si alzano a turno per eseguire il loro assolo. Al contrario di altre formazioni, il ritmo su cui si danza non viene mai meno (gettando nel panico i ballerini), è sempre l’obiettivo centrale scandito incessantemente da basso-batteria-chitarra. E che dire del modo in cui il piano di Basie gioca in pochi preziosi momenti con i suoi orchestrali? Una lezione di umiltà e precisione quella del direttore dell’orchestra, che si mette al servizio dello Swing. Perché Basie ha dimostrato nei combo e nelle formazioni più ristrette di essere un grande solista al piano, ma lo riteneva uno sfoggio inutile quando suonava con le sue big band, che dovevano far divertire e ballare il pubblico.

Dedico un ultimo video a Freddie Green, musicista e amico fondamentale per Count Basie durante tutta la vita. Questo brano stupendo di una delle orchestre “tarde”, fu infatti composto dal chitarrista che fu l’unico membro sempre presente nei vari decenni di attività:

Count Basie Orchestra – Corner Pocket (1962)

Dimostra come non smise mai di swingare alla grande, anche quando alcuni dei migliori musicisti Jazz di tutti i tempi (Lester Young su tutti) non suonavano più da tempo con il Conte. E se nei decenni finali di attività, anche per motivi anagrafici, il ritmo rallentò a favore di melodie e arrangiamenti più dolci, il focus restò sempre il movimento, sia quello dei ballerini in pista che degli ascoltatori in sala da concerto (che tengono il ritmo anche loro, con i piedi).

Buono Swing a tutti da

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

Faccio un’eccezione e vi propongo anche un brano registrato in studio e non dal vivo. Ma diamine, sentite che Blues aveva ancora il Conte a 60 anni con la sua Big Band (maiuscole messe volutamente)!!!

https://www.youtube.com/watch?v=yYMHcVx6dx0

I migliori artisti Jazz di sempre (secondo la BBC)

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Senza prendere troppo sul serio questo tipo di sondaggi, che periodicamente vengono lanciati per attirare l’attenzione degli appassionati di musica e per fare qualche titolo giornalistico, colgo l’occasione di questa notizia proveniente dalla BBC (che comunque in fatto di giornalismo, anche musicale, è ai vertici mondiali) per giocare un po’ anche io a fare le classifiche. Senza ovviamente credere di potere contenere in una lista la grandezza di questa musica e conscio del fatto che poco dopo avere chiuso questo articolo mi sovverrà alla memoria qualche altro grandissimo che ho dimenticato di inserire.

Dunque si diceva, la BBC ha chiesto di recente ai propri redattori e collaboratori che si occupano di Jazz di selezionare quelli che ritenessero i 50 artisti Jazz di sempre e tra questi il pubblico ha potuto votare i primi 10. Qui maggiori dettagli al riguardo: Miles Davis voted greatest jazz artist

E questa la classifica di quelli che sono risultati i primi 10 (con un ex-aequo in ottava posizione):

   1. Miles Davis
   2. Louis Armstrong
   3. Duke Ellington
   4. John Coltrane
   5. Ella Fitzgerald
   6. Charlie Parker
   7. Billie Holiday
   8. Thelonious Monk
   8. Bill Evans
   9. Oscar Peterson

Mi permetto di dire che temevo peggio, tutto sommato. Quando infatti si è costretti a scegliere ed escludere tra grandissimi, il compito è veramente arduo. Lo penso ogni volta anche quando vengono promosse iniziative editoriale come quella finita qualche mese fa a cura del Corriere della Sera (e del bravo giornalista musicale Claudio Sessa), intitolata The Jazz Years. Veramente difficile condensare in 24 album la storia del Jazz (vedi fotografia in alto, che ritrae la serie completa nella mia discoteca casalinga). In quell’occasione ad esempio mi è stato difficile capire il perché di 2 album di Miles, invece del solo indispensabile Kind of Blue che ha aperto giustamente la serie. Evidentemente anche i critici del Corriere concordano con gli ascoltatori della BBC riguardo alla prima posizione assegnata al trombettista di St. Louis. Inevitabile che venga escluso chi meriterebbe menzione, ma come fare a stilare un lista del meglio jazzistico senza includere Charlie Parker o John Coltrane, ad esempio? O Count Basie, che ha continuato ad avere successo e swingare alla grande fino alla fine dei suoi giorni con la sua big band?

Comunque, prendendo spunto dalla classifica della BBC, ho provato anche io a giocare, senza dare troppo peso alla mia selezione ma cercando di motivare le mie scelte e ho così risistemato la lista, secondo il mio gusto personale (scegliendo sempre tra i 50 selezionati dai professionisti della BBC, che di sicuro di musica se ne intendono, se non altro per l’importanza storica che ha avuto l’emittente britannica per il Jazz):

1. Louis Armstrong (perché fu Mr. Jazz)
2. Duke Ellington (il più grande compositore nordamericano del Novecento)
3. Charlie Parker (il più grande solista del Novecento)
4. Billie Holiday (la più grande cantante del Novecento)
5. Miles Davis (per la capacità di innovare e cambiare con vero spirito Jazz)
6. Ella Fitzgerald (la più gioiosa cantante scat)
7. Thelonious Monk (il principale compositore Jazz)
8. Dizzy Gillespie (per l’intelligenza musicale)
9. Count Basie (la più grande orchestra Swing)
10. Django Reinhardt (il più grande Jazzista europeo)
11. Lester Young (per l’influenza su tutti i sassofonisti)
12. John Coltrane (per l’aura mistica e la bravura interpretativa)
13. Coleman Hawkins (il primo grande solista)
14. Fats Waller (genio compositivo e sregolatezza Jazz)
15. Fletcher Henderson (l’inventore dello Swing)

10 nomi non mi bastavano e prediligo i numeri dispari, quindi ho aggiunto altri 5 artisti che ritenevo meritevoli di essere inseriti. Se siete curiosi di sentire tutti i 50 selezionati dalla emittente britannica ecco qui una playlist Spotify creata appositamente: Greatest Jazz Artists (BBC Music Exclusives)

Per concludere invece, restando in tema con la BBC, vi propongo una delle trasmissioni televisive migliori di sempre in ambito jazzistico, Jazz 625, con una puntata di cui fu protagonista il grandissimo trombettista Clark Terry, recentemente scomparso: Jazz 625 BBC (Clark Terry)

Buona visione, buon ascolto e buone classifiche a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

Jazz, Swing e Lindy Hop: CONSIGLI PER LA LETTURA

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Quello che segue non è che una serie di brevi recensioni e commenti del sottoscritto, che intende condividere alcune delle letture di questi ultimi anni, visto che non pochi mi hanno chiesto consigli al riguardo. Frutto ovviamente di pareri personali, pertanto più che opinabili, oltre che dei miei gusti personali. Indico quando possibile le versioni italiane, anche se le traduzioni non sono sempre all’altezza, per permetterne una più facile e ampia leggibilità. Mancano di sicuro molti libri importanti di riferimento (reperibili per la maggior parte solo in lingua inglese), ma l’elenco non poteva essere infinito e la mia giornata, ahimé, dura solo 24 ore, troppe poco per leggere e ascoltare tutto quello che vorrei. Come ne La biblioteca de Babel del fantastico J.L. Borges, l’impresa di leggere in una vita sola tutto quello che sarebbe da leggere è immane. Ma vale senza dubbio la pena provarci! 😉

Leroi Jones (Amiri Baraka), IL POPOLO DEL BLUES. SOCIOLOGIA DEGLI AFROAMERICANI ATTRAVERSO IL JAZZ (Shake Ed., 2011; originale: Blues People (Negro Music in White America, 1963)

Non posso che cominciare dal pensatore e dal libro che per me hanno costituito fin dall’inizio il riferimento principale. Anche se non condivido più tutte le accese polemiche di cui fu protagonista Amiri Baraka (che ho avuto la fortuna di vedere in concerto/lettura dal vivo a Milano pochi mesi prima della sua morte nel 2014) in nome del nazionalismo nero, la sua analisi della storia degli afroamericani attraverso i generi musicali che li videro protagonisti nel Novecento non perde di acume e attualità. Una lettura non sempre facile, ma fondamentale e anche divertente, con cui cercare di cogliere non solo le evoluzioni musicali, ma anche i nodi della storia sociale e culturale (non solo) statunitense che ancora non sono in gran parte venuti al pettine.

Southern Eileen, LA MUSICA DEI NERI AMERICANI. DAI CANTI DEGLI SCHIAVI AI PUBLIC ENEMY (Il Saggiatore, 2007; originale: The Music of Black Americans (A History), 1997)

Anche in questo caso un lavoro che presuppone una visione politica precisa riguardo alla storia degli afroamericani. Ma è la prima storia della musica Black scritta da una studiosa nera, da un punto di vista nero. Buono il lavoro riassuntivo di più di un secolo di storia, meno originali le analisi musicali. Comunque un libro da tenere e consultare.

M.W. Stearns – J. Stearns, JAZZ DANCE. THE STORY OF AMERICAN VERNACULAR DANCE, (Da Capo, 1968)

Per quanto riguarda la storia dei balli del Novecento negli Stati Uniti, questo libro è considerato da molti una Bibbia del settore. Molto documentato, basandosi anche su fonti orali dirette, raccoglie storie molto dettagliate sui principali ballerini e sulle evoluzioni dello stile di ballo. Non solo Lindy Hop ovviamente, anzi avendo come centro focale la Tap Dance, il cui ruolo decisivo ho compreso proprio grazie allo spazio dedicatogli in queste pagine.

Frankie Manning C.R. Millman – FRANKIE MANNING. AMBASCIATORE DEL LINDY HOP (Derive Approdi, 2014; originale: Frankie Manning. Ambassador of Lindy Hop, 2007)

Anche in questo caso un libro fondamentale, per ricostruire non solo la storia del Lindy Hop, ma anche il clima nel mondo Jazz nel Novecento. Basato sui racconti di uno dei principali ballerini del secolo scorso, di sicuro risente del suo punto di vista personale e non sempre oggettivo, ma proprio per questo può interessare ancora di più, perché è un libro vivo e vibrante, con una colonna sonora stupenda (che ho ricostruito in una playlist qualche anno fa, ma di questo parlerò in seguito sul blog).

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Stanley Dance, THE WORLD OF SWING. A ORAL HISTORY OF BIG BAND JAZZ (Da Capo, 2001)

Una storia interamente fondata su interviste ai più grandi protagonisti delle big band Swing del Novecento. Non solo i più famosi, ma anche quei grandi artisti spesso meno conosciuti, ma non per questo meno significativi. Consigliatissimo a chi volesse gettare uno sguardo da dentro al mondo del Jazz.

Stefano Zenni, STORIA DEL JAZZ. UNA PROSPETTIVA GLOBALE (Stampa Alternativa, 2012)

Anche se molti considerano ancora il saggio fondamentale di Polillo il riferimento storico migliore, nonostante gli anni passati dalla sua pubblicazione, ho maggiormente apprezzato il taglio critico e la ricostruzione forniti da Zenni, che tra l’altro assegna il giusto ruolo anche al ballo nel mondo Jazz. Inoltre è indubbiamente più aggiornato e fresco rispetto alla lettura storica del grande Polillo (che comunque è scritto molto bene e fornisce tutte le informazioni necessarie). La storia che consiglio di tenere negli scaffali, per consultarla tutte le volte che ci viene un dubbio. Molto ben fatti anche gli apparati, le appendici e gli indici, il che non è affatto scontato.

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Ted Gioia, GLI STANDARD DEL JAZZ. UNA GUIDA AL REPERTORIO, (EDT, 2015; originale: The Jazz Standars. A guide to the Reportoire, 2012)

Appena uscito, ma già lo ritengo essenziale per chi vuole conoscere il Jazz più da vicino, dal punto di vista musicale. La rassegna di standard che vengono proposti, nelle diverse interpretazioni e stili, è interessantissima, per chi ama conoscere le caratteristiche musicali della nostra musica.

Murakami Haruki – Wada Makoto, RITRATTI IN JAZZ (Einaudi, 2013; originale: Portrait in Jazz, 2001)

Delizioso e poetico libro con illustrazioni dedicato con amore al Jazz. Racconti brevi su molti dei principali protagonisti e suggerimenti sugli ascolti. Consigliato come regalo natalizio!

Stefano Zenni, I SEGRETI DEL JAZZ (Stampa Alternativa, 2008)

In ultimo, il libro più difficile tra quelli proposti. Una sfida, per chi come me ha studiato teoria musicale da piccolo, insieme al pianoforte, ma poi non vi si era più avvicinato. Ma anche il libro che permette di capire e penetrare più a fondo le strutture musicali e le caratteristiche di questa musica magica. Con qualche sforzo, accompagnandolo con il minuzioso ascolto dei tantissimi brani analizzati da Zenni, la soddisfazione è garantita. Senza togliere nulla alla poesia di questa musica, comprenderla aggiunge fascino e ammirazione.

Con l’augurio che questi riferimenti e consigli possano essere apprezzati da chi come me vuole approfondire la conoscenza di questo magnifico mondo musicale, o da chi voglia avvicinarvisi,

un saluto cordiale,

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS 1

Molti altri avrei potuto citare, tra i libri letti in questi anni. Di alcuni ho già parlato nel blog (come Jazz foto di gruppo di Arrigoni), non ho quindi ritenuto di ripetermi. Ma non volevo fare un catalogo illimitato alla Don Giovanni. Tra i non letti invece non posso non citare i saggi di Gunther Schuller, uno dei più grandi critici del secolo scorso, che mi riprometto di leggere appena possibile e le memorie di Norma Miller, la più grande ballerina Lindy vivente, uscite nel 2001. Del bel libro di Nisenson (Blue: The Murder of Jazz, 2000), che porta una visione molto decisa e originale, scriverò in seguito, dato che è sul mio comodino proprio in questi giorni. E poi a chi volesse avvicinarsi a questo mondo con delle letture meno impegnative, segnalo che è uscito da poco un libro introduttivo dal titolo Swing Dance: Fashion, Music, Culture and Key Moves, a cura del ballerino Scott Cupit.

PS 2

Corredo e accompagnamento essenziale a queste letture è ovviamente l’ascolto dei brani e dei musicisti citati, approfittate di Natale per rinfoltire la discografia! 🙂

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The PROFESSOR BOP SHOW + TriSWING

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La primavera scorsa il progetto 1926-1946. THE SWING ERA SONG-BY-YEAR ha inaugurato la mia serie di iniziative dedicate all’approfondimento della storia musicale del periodo compreso tra gli anni ’20 e ’40. Questo capitolo, che ha già avuto una decina di puntate in diverse città e regioni d’Italia (ringrazio davvero tutti gli organizzatori che mi hanno invitato e le comunità swing che mi hanno accolto), non è ancora concluso e in primavera tornerà per alcune importanti date.

Nel frattempo, cercando sempre di unire divertimento e cultura, ballo e buona musica, ho ideato per questa stagione autunnale/invernale altre due progetti da proporre e portare in giro per la penisola, con l’inaugurazione prevista l’8 novembre a Novara (vedi fotografia, con un sentito ringraziamento per la disponibilità ai cugini dei Boogiesti Anonimi). A seconda dei contesti, come per i progetti precedenti, accompagnerò il tutto con un allegro social dancing del fonomescitore MAZZ JAZZ, che proporrà classici dei principali protagonisti e gemme musicali poco conosciute tutte da scoprire.

The PROFESSOR BOP SHOW è una “lezione” interattiva, basata su spiegazioni, giochi, musica e aneddoti, che in maniera leggera e divertente intende raccontare la storia del Jazz/Blues e dello Swing tra gli anni ’20 e gli anni ’40, i vertici della qualità e della ballabilità di questo mondo musicale. Ho preparato 23 slide, 12 ascolti e 3 filmati che col nick Professor Bop presenterò a chi è interessato a saperne di più della musica che amiamo ballare. Non c’è da spaventarsi, la durata massima è 1 ora e mezza e il tutto è frizzante e vivace. So bene che per mantenere l’interesse e l’attenzione è importante essere brevi ed efficaci! 😉

La preparazione di questa nuova iniziativa ha ovviamente richiesto una ricerca e uno studio intenso negli ultimi mesi, basato su alcuni testi di riferimento per la storia della musica black, come quelli che mostro nella seguente fotografia. Sono molti altri ovviamente i siti o i libri che ho consultato e letto negli ultimi anni, senza parlare degli ascolti e delle visioni, per essere in grado di proporre percorsi d’approfondimento adatti a tutte le richieste. In uno dei prossimi post condividerò parte della mia bibliografia e sitografia, illustrando in sintesi alcuni dei volumi che ritengo fondamentali per conoscere la stupenda storia musicale e sociale (non solo) afroamericana.

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Con l’obiettivo sempre di coniugare leggerezza e conoscenza, ballo e Jazz, ho preparato poi TriSWING: un dj set con delle modalità nuove, della durata di un’ora abbondante, inserito all’interno di una “normale” selezione musicale a tutto Hot Jazz, Swing ed Early RnB. L’idea è di proporre una tripletta consecutiva di alcuni dei principali protagonisti del periodo compreso tra gli anni ’20 e ’40. I grandi classici, ma anche alcuni artisti geniali che meritano di essere conosciuti di più. E ogni decimo brano una sorpresa Mazz Jazz, spaziando tra i nostri generi musicali preferiti. Annunciando gli artisti all’inizio di ogni tris, spero di potere farli conoscere meglio, di modo che una volta tornati a casa dalla pista da ballo, chi fosse interessato possa cercare e recuperare i brani e i musicisti che ha trovato di proprio gradimento. Sarei felice di fare da tramite per la diffusione del Jazz ballabile e di tutte le forme di musica e ballo correlate. Lo stesso spirito anima l’HOT CLUB DE MILAN, che verrà fondato il 14 novembre a Milano con l’intento proprio di promuovere la conoscenza e condividere l’allegria di questa storia musicale.

Spero quindi di vedervi presto ad uno dei prossimi appuntamenti a cui avrò il piacere e l’onore di partecipare, ci si rimette on the road, questo e altro per il Jazz!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)