DaD: cosa stiamo facendo?

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Giova ogni tanto fermarsi a ragionare su quello che si sta facendo. Nella fase iniziale, travolti dallo stop alla didattica e nell’urgenza di rispondere al bisogno didattico e (soprattutto) educativo, abbiamo dovuto agire velocemente e di tempo per la riflessione non ne avevamo a disposizione. Ora che sappiamo (più o meno) come andrà a finire l’anno scolastico, è forse utile prendersi una brevissima pausa, per provare a osservare quello che sta accadendo e come ci stiamo muovendo.

Devo premettere che non appartengo alla schiera dei critici nei confronti della didattica a distanza (DaD), anzi, l’ho sempre usata a integrazione delle mie lezioni in classe, attraverso classi virtuali e social didattici.  L’ho sempre trovata utile a sviluppare e approfondire il rapporto educativo e didattico, anche se mai come unica fonte e sorgente di sapere. Inizialmente quindi ho trovato abbastanza naturale proseguire nel modo che già conoscevo e avevo sperimentato, approfondendo alcuni programmi e imparando come tutti i prof tante cose nuove. Ho trovato anche interessante questa fase di aggiornamento, anche se rapido e forzato. Quando però si è passati dalla prima fase, in cui anche il MIUR non aveva le idee chiare su come reagire e cosa stabilire nei decreti, alla seconda fase in cui questo tipo di didattica è diventata obbligatoria e di fatto equiparata alla didattica in presenza, qualche interrogativo è cominciato a sorgermi. Il giorno in cui in televisione ho poi visto una pubblicità compiaciuta di una delle più conosciute e non rinomate università telematiche, la stessa che negli anni precedenti mi aveva svantaggiato indirettamente, visti i non pochi punti acquistati da chi mi precedeva nella gratuatorie da precario, con titoli recuperati last minute proprio presso quel medesimo istituto, gli interrogativi sono diventati dubbi più seri. Perché un conto è ritenere la didattica a distanza il minore dei mali in questa situazione, un altro conto è cominciare a vederla come un possibile modello didattico anche per il futuro, come forse si incomincia a paventare, anche a causa di ipotizzabili contagi autunnali di ritorno del virus. Quando le dichiarazioni ministeriali hanno cominciato a parlare di DaD anche per settembre, con tutta l’estate in mezzo per potersi organizzare invece diversamente, lo sconforto psicologico si è unito al sospetto che si stesse guardando a questo momento come a una possibile ispirazione per il futuro. Sarò chiaro fin da ora: non lo auspico affatto.

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Piuttosto infatti che pensare a una didattica a distanza attraverso cui portare a termine i programmi (NdR che non esistono più da tempo e si chiamano indicazioni ministeriali, con un cambio di termine e significato spesso sottovalutato) e assegnare un numero di valutazioni bastanti allo scrutinio (valutazioni che nonostante le competenze siano molto citate, assegniamo spesso solo sulla base di conoscenze e contenuti), bisognerebbe a mio modesto avviso pensare a qualcosa di completamente diverso. Non una sostituzione di qualcosa che non si può ricreare ad arte a distanza, cioè lo scambio educativo alla base dell’insegnamento e dell’apprendimento, ma una soluzione temporanea che permetta prima di tutto di salvaguardare e rafforzare il legame pedagogico con i nostri studenti. Lasciamo perdere ogni tanto le video-lezioni (per modo di dire) tradizionali, concentriamoci su altri aspetti e proviamo a essere creativi. Non da ultimo, cerchiamo in questa fase, nei limiti del possibile, anche di trasformare alcuni momenti vissuti attraverso lo schermo in momenti divertenti e leggeri, nel senso profondo e tutt’altro che superficiale di questo ultimo termine che si può trovare nella prima delle “Lezioni Americane” di Italo Calvino.

Riproporre sempre le nostre modalità, senza mettersi in gioco, rischia di essere poco fruttuoso in questa fase. Anche perché non potremo valutare gli studenti come siamo abituati a fare e in questa situazione non poteva essere altrimenti. Sappiamo tutti che non si possono semplicemente prendere le ore che facevamo a scuola e trasferirle sullo schermo, né a livello quantitativo né a livello qualitativo. Stiamo facendo bene, ma ora arriva la fase finale e più difficile, in cui può prevalere la noia e la comprensibile stanchezza. Proviamo, perché no anche a livello interdisciplinare quando la modalità a distanza lo consenta, a inventare qualche cosa, anche per motivarci maggiormente a reagire a una condizione non facile e a volte straniante anche per noi docenti. Speriamo tutti di tornare a settembre a scuola, non solo avendo imparato a usare Classroom e Meet, ma anche con una conoscenza più approfondita delle persone che stanno dall’altra parte dello schermo e che guarderemo una volta tornati in classe forse con degli occhi diversi e più consapevoli. Sarebbe anche la risposta migliore a chi forse sta cominciando a pensare che alcune delle modalità a distanza possano diventare un modello che modifichi e ispiri la futura didattica in presenza. Altro che distanza, dobbiamo cercare di stare il più vicino possibile agli studenti e per farlo dovremmo forse a volte rimetterci in discussione.

LORENZO MAZZI

Tempo di ascolto: Count Basie, “Have a nice day”

2 risposte a "DaD: cosa stiamo facendo?"

  1. Caro Professor Mazzi,
    condivido pienamente la tua visione. La DAD è il minore dei mali per affrontare questa emergenza e, tutto sommato, ci sta consentendo anche di concludere l’anno scolastico in modo dignitoso.
    Condivisibile anche la riflessione secondo la quale tendiamo a trasferire su un altro mezzo le stesse modalità che usiamo in classe. Senza dubbio questo aspetto rappresenta la criticità di queste ultime settimane, in cui l’entusiasmo, legato alla voglia di reinventarsi attraverso le varie possibilità di innovazione didattica che avremmo a disposizione, è sopraffatto dalla stanchezza fisiologicamente tipica della fase finale dell’anno scolastico nonché dall’angoscia generata dall’indeterminatezza di quello che verrà. A mio avviso, vista inoltre la velocità con cui ci siamo dovuti improvvisare insegnanti digitali in una scuola intrinsecamente vecchia e lenta com’è quella italiana, questo è anche comprensibile.
    Dunque capirai che neanche io appartengo alla schiera dei detrattori della DAD.
    Tuttavia, il pensiero di dover continuare così a oltranza mi terrorizza.
    Al netto di tutte le positività che sto sperimentando e ho intenzione di portare con me anche in futuro, niente potrà mai sostituire la scuola “da vicino”.
    Il contatto diretto con gli sguardi degli studenti non è per niente garantito attraverso un pc, neanche se si fanno videolezioni in streaming tutti i giorni.
    Ti perdi le sfumature, le espressioni perplesse, le risate alle tue battute, le palpebre calanti, gli occhi vividi di interesse.
    I ragazzi sono sempre presenti, ma ti è impossibile capire fino a che punto.
    Ti sembra ti parlare da sola al tuo stesso super Panel costruito all’occorrenza ed è tutto parecchio più noioso.
    E poi sento tantissimo la mancanza dei colleghi.
    Si sono moltiplicati i gruppi Whatsapp dei consigli di classe, che sono però i tristi sostituti dell’aula docenti, privati della serenità e del clima tutto sommato sano e allegro che si percepisce solo dal vivo.
    Luoghi oscuri, capaci solo di amplificare l’ansia con tutto quello che ne consegue. Ne avevamo già parlato.
    Si sono anche creati riti piacevoli, tutto sommato: con alcune colleghe, per esempio, ci prendiamo un video-caffè ogni lunedì per confrontarci, confortarci e farci insieme due risate.
    Insomma, si fa di necessità virtù e in questo momento sarebbe parecchio stupido lamentarsi e non darsi da fare per migliorare la qualità del proprio modo di insegnare a distanza (e non solo…), ma…NON VEDO L’ORA DI TORNARE A CASA e ricominciare a camminare tra i banchi!

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