Big Bands from the SWING ERA (gli ANNI ’30)

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Un equivoco piuttosto comune nella cosiddetta scena Swing è quello che si possa situare l’Era dello Swing tra anni’30 e anni ’50 e in tal modo vengo pubblicizzati diversi eventi.

In realtà, se vogliamo stare alle definizioni storiche, l’era dello Swing convenzionalmente comincia nel 1935 (con un famoso concerto trasmesso alla radio dal Palomar di Los Angeles dell’orchestra di Benny Goodman) e finisce con la fine del secondo dopoguerra nel 1946 (per vari motivi sociali, economici e musicali). Ovviamente la musica e le epoche non nascono né si interrompono all’improvviso e per quanto ci riguarda la fine degli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30 furono un periodo decisivo per lo sviluppo delle novità denominate poi Swing. In particolare la formazione delle Big Band e l’arte dell’arrangiamento conoscono in quegli anni sviluppi decisivi grazie ad artisti come Fletcher Henderson e Don Redman. Ma questo ho già cercato di spiegarlo con un altro progetto musicale pubblicato a puntate qui

IMG_20160704_203508Voglio però ora raccontarvi un disco speciale, che racconta la storia di quegli anni, in particolare degli anni ’30, tra i più fertili in tutta la storia del Jazz. Lo vedete nelle fotografie, è una raccolta che racchiude personaggi più e meno celebri di questa saga musicale, in una serie di esecuzioni dal vivo in precedenza mai incise su vinile.

Parliamo in primis di uno dei protagonisti assoluti, il Re del Savoy con la sua orchestra, Chick Webb

Ma la questa storia è stata scritta anche da orchestre meno celebri, in origine chiamate territory bands, perché avevano sede localmente in città e stati diversi degli USA. Il loro suono era spesso caratteristico e cambiava proprio a seconda del luogo, per cui si puà parlare di Kansas City Sound, di Texas Sound e di altri diversi stili orchestrali. Insieme a queste formazioni c’erano poi le star che erano sotto i riflettori, come Bob Crosby, leader dei Bob Cats, una delle band di maggiore successo all’epoca, per il suo legame con il Dixie ancora molto popolare (l’esecuzione scatenata di questo “canto d’amore pagano” è del 1938).

Spesso furono poi i solisti principali che fecero strada in queste band a fondare dei loro gruppi autonomi. In questo disco possiamo sentire all’opera tra gli altri grandi musicisti come Tex Beneke, Jack Teargarden ed Edmund Hall.

Un discorso a parte merita Artie Shaw, il clarinettista più famose dell’epoca, insieme a Benny Goodman. Qui lo possiamo sentire in due rare registrazioni del 1937-1938 coi suoi spumeggianti The Rhythm Makers, prima che negli anni successivi la sua arte seguisse vie più melodiche e commerciali. Lo Swing degli anni ’40 e ’50 fu infatti anche questo: una maggiore facilità e ripetitività, meno estro per i solisti, meno fantasia musicale. Anche per tale motivo poi il Jazz seguì e sperimentò altre strade. Possiamo sentire questa direzione anche nelle incisioni degli anni 1945 e 1946 incluse in questa raccolta, con le orchestre capitanate da Tex Beneke, ex sassosonista solista di Glenn Miller, e Randy Brooks.

Non resta che augurare buon ascolto a tutti e viva gli anni ’30 (musicalmente parlando)!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Gli anni ’20 dei CHICAGOANS

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Come ben sappiamo il ruolo di Chicago è stato fondamentale per la diffusione, in particolare dalla seconda metà degli anni ’20, dello stile musicale chiamato Hot Jazz (comprendente abbondanti dosi di radici Blues). La “Wind City” infatti accolse la maggior parte dei musicisti neri che attraverso il Grande Fiume Mississippi risalirono gli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore. Inoltre qui si trovarono ad incidere i primi dischi alcuni dei principali musicisti bianchi di questa musica e questo incrocio/incontro generò alcuni dei primi capolavori del Jazz. Non soltanto Louis Armstrong con i suoi Hot Five e Hot Seven, ma anche piccole e variabili formazioni musicali come The Buckton Five, The Stomp Six, Merritt Brunies and his Friars Inn Orchestra, Red McKenzie and Condon’s Chicagoans, Charlie Pierce and his Orchestra, Jungle Kings, Chicago Rhythm Kings e Eddie Condon and his Footwarmers. Band a volte dimenticate, ma che hanno fatto la storia della musica e hanno dato modo di muovere i primi passi e farsi le ossa a grandi artisti poi diventati famosi come Eddie Condon, Muggsy Spanier, Gene Krupa, Mezz Mezzrow, Jack Teargarden. Bianchi che si credevano neri, come da celebre definizione autobiografica di uno dei migliori amici (e non solo) di Satchmo.

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Tutti gruppi inclusi in questa importante raccolta di brani degli anni cruciali compresi tra il 1925 e il 1928, durante i quali si gettarono tutte le basi degli sviluppi musicali futuri: l’arte improvvisativa e virtuosistica dei solisti, la pulsazione incessante e incalzante della sezione ritmica, la gioia e freschezza musicale espressa dal collettivo. Sono stati definiti i Chicagoans, intendendo definire con questo termine il fertile e vivace clima musicale della città, che dopo New Orleans e prima di New York fu la capitale dell’Età di Mezzo dell’epopea del Jazz e del Blues.

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Sono vinili così che restituiscono la gioia della scoperta, piccoli tesori nascosti nei pochi negozi di dischi rimasti aperti. I brani selezionati in questa raccolta pubblicata da una misconosciuta etichetta discografica probabilmente negli anni ’70 raccontano tutto il Jazz (con forti venature e struttura musicale Blues) degli inizi, sono sia gemme rare che grandi standard che poi sono stati reinterpretati e “mascherati” innumerevoli volte negli anni a seguire: ad esempio I’ve found a new baby, There’ll be some changes made, Darktown strutters ball, Jazz me Blues, Sister Kate, China Boy, Liza, Sugar, Everybody loves my baby. Sentirli tutti insieme, con il fruscio del tempo e la qualità del vinile, è un invito all’ascolto e alla danza a cui non si può resistere.

Viva la storia, viva il Jazz!

Mazz Jazz aka Professor Bop

Il brano da isola deserta: WEST END BLUES (1928)

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Il giochino è conosciuto e ovviamente resta tale, senza prenderlo troppo sul serio. Ma se foste costretti a scegliere un solo brano da portarvi sulla famosa isola deserta, vuoi quale portereste con voi per allietare le vostre solitarie giornate?

Io no ho dubbi: porterei la versione di West End Blues interpretata nel 1928 da Louis Armstrong e i suoi Hot Five, nella formazione in cui al piano sedeva il grande Earl Hines.

Il brano, un classico Blues in 12 misure dedicato ad un famoso locale su un lago nei pressi di New Orleans, fu composto poco prima dal primo (e forse unico Re) del Jazz, King Oliver e divenne presto celebre in diverse versioni, tra cui una anche vocale della meravigliosa orchestra di Clarence Williams. Un’altra gioiello musicale è la versione orchestrale in chiave Swing della formazione guidata da Charlie Barney, del 1944.

Ma se scelgo questa versione è perché in questi 3 minuti circa di musica, incisi agli albori del Jazz nel 1928, c’è tutto: l’incipit di tromba forse più famoso di tutti i tempi, lo scat singing e un secondo assolo di tromba straordinario di Pops che contengono tutta l’arte improvvisati, un intervento di Hines che anticipa di decenni gli sviluppi musicali successivi. E un motivo armonico-melodico che ti entra in testa e non ti lascia più. Insomma, tutto quel che ci rende felici di questa musica.

Quale la vostra scelta invece?

Mazz Jazz aka Professor Bop

 

Dischi che hanno fatto la storia: PARIS 1945 – History by music: PARIS 1945

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Ci sono vinili che raccontano davvero, letteralmente, la nostra storia. Come nel caso di questo album, inciso e pubblicato all’inizio del 1945, un anno centrale e cruciale per la storia mondiale. Come il luogo in cui fu suonato e registrato, Paris, liberata dopo l’occupazione nazista e poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. La gioia della Liberazione dall’oppressione è espressa dal più grande jazzista europeo di tutti i tempi, Django Reinhardt (che in quanto zigano aveva molti motivi per festeggiare la fine del nazismo, a cui era riuscito a sopravvivere grazie anche al suo talento musicale, al contrario di molti altri rom e sinti europei sterminati nei lager), che suona accompagnato da quelli che i titoli menzionano come The American All Stars (cioé alcuni validi ex-componenti dalla Big Band militare del defunto maggiore Glenn Miller, eroe non solo musicale che perse la vita nella campagna alleata). Al pianoforte c’è il grande Mel Powell, protagonista anche di due interessanti omaggi solistici a Fats Waller e Claude Debussy (per dire del legame tra Jazz e musica moderna), alla batteria Ray McKinley, che guida il suo trio.

I brani sono tutti stupendi (da citare classici standard riproposte in fantastiche intepretazioni come Stompin’ at the Savoy, How high the moon, Sugar, China boy, After you’ve gone e perle meno conosciute come If dream come true e Shoemaker’s apron), ma è soprattutto il contesto storico a rendere questo album unico: alcuni musicisti militari ancora stanziati in Europa durante le operazioni volte alla liberazione d’Europa che si ritagliano del tempo per suonare con uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Tra l’altro per le rigide norme della discografia statunitense i membri della band che accompagna Django dovettero suonare di nascosto e i loro nomi non vennero inizialmente pubblicati sui primi vinili.

Buon ascolto e buona Liberazione (ora e sempre) a tutti!

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Some vinyls literally made history: it is the case of Paris 1945, an album played by Django Reinhardt and The American All Stars in the beginning of 1945. They were in the capital of France, after the Liberation of the city from the nazi occupation. So it was freedom and joy that led to this recording, that puts together the best european jazz artist with some great musician from the military Big Band that was directed by Major Glenn Miller, who died as a soldier during the military operations in Europe (he is then an hero, non only for musical reasons). We can find Mel Powell at the piano and Ray McKinley at the drums (leading his Trio) and one track is better then the previous one: classic standards such as Stompin’ at the Savoy, How high the moon, Sugar, China boy, After you’ve gone, but also less famous jewels like If dream come true e Shoemaker’s apron. And the music is obviously only one of the reasons that make this vinyls so important, when we consider history and the year 1945 as a focus point for our world.

Enjoy music and freedom!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Si può suonare (e cantare) meglio di così? Playing (and singing) music at its best!

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Prendi una colonna sonora di un film recente (2012) e di per sé non particolarmente brillante (soprattutto al cospetto del romanzo da cui è stato tratto, cioè On the Road di Jack Kerouac, capolavoro della Beat Generation scritto nel 1957).

Prendi una selezione che, oltre ad una serie  di composizioni originali di Gustavo Santaolalla, comprende alcuni dei principali artisti e incisioni della storia del Jazz (forma musicale intimamente legata al periodo e a questo movimento culturale).

Trovaci nell’ordine:

un paio di brani del geniale e unico Slim Gaillard, cantato e lodato da Kerouac nel libro, tra cui questo inno alla gioia:

Slim Gaillard, “Hit that Jive Jack”

Una lettura cantata su nastri originali, semplicemente toccante, dello stesso sommo scrittore:

Jack Kerouac reads “On the Road”

Un Blues moderno e straordinario di una delle più grandi interpreti del genere:

Dinah Washington, “Mean and Evil Blues”

La Bibbia del Jazz del Novecento, ovverosia l’incisione originale di Salt Peanuts da parte di Dizzy Gillespie e Charlie Parker (fari luminosi della Beat Generation) :

Dizzy Gillespie & Charlie Parker, “Salt Peanuts”

La voce unica di Lady Day e il sassofono di Pres in un’interpretazione che lascia senza parole:

Billie Holiday & Lester Young, “A sailboat in the moonlight”

L’arte di Bird ai massimi livelli:

Charlie Parker, “Ko-Ko”

Insomma, anche da un film mediocre si possono trarre grandi soddisfazioni e farsi guidare nei meandri della musica che ha fatto la Storia.

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Wanna enjoy the best of Jazz in one soundtrack? Follow the links above and buy yourself the original CD, enjoy it and read the book, one of the best ever (in my humble opinion)!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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40 di questi dischi – Being 40 (and not feeling it)

Jaz Tribune

In occasione del 40simo compleanno dello scrivente di questo blog, sia concesso un breve post lievemente autocelebrativo, dedicato al regalo da collezione che ho deciso di farmi. Il vinile che ho scelto è questo.

Un disco pubblicato nel 1976, anno di nascita dell’autore del blog, a Paris (città per eccellenza del Jazz in Europa). Jazz Tribune fu una fortunata e meritoria collana dedicata alla nostra musica dall’etichetta RCA e questa raccolta in 2 vinili riassume alcuni delle uscite più importanti negli anni della serie: dagli inizi degli anni ’20 fino agli anni ’70 (dall’Hot Jazz al Jazz-Funk, passando per tanto Blues, Swing e Be Bop).

Una bella selezione, che contiene diversi aspetti della storia (non solo) afroamericana, con radici salde nel Blues e ritmo scatenato molto black. Uno sguardo ampio, di quelli che piacciono tanto al sottoscritto, perché non troppo legati ad un solo genere o stile del Jazz. I confini rigidi non fanno parte di questa storia musicale, né dal punto di vista geografico che culturale.

Basta dare un occhio all’elenco delle tracce, per vedere come tanti nomi fantastici sono rappresentati da incisioni storiche.

Un disco consigliatissimo, come tutta la fortunata e numerosa serie che uscì per la RCA e che è riassunta per intero a questo link. Vai col vinile!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Time to celebrate my 40th birthday, and which best present could I choose, if not a good old vinyl published in Paris (capital of european Jazz) in “my” year 1976? Here is my choice and suggestion, enjoy our good old music, from 20’s to 70’s, from Hot Hot Jazz to Jazz-Funk, a selection of great tunes that tell our history in time and space. Thanks to this selection of a lucky RCA series called Jazz Tribune.

Have a nice Jazzy birthday!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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La più importante JAM SESSION SWING – GOODMAN @ CARNEGIE HALL (1938)

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Anche questa volta, spazio soprattutto alla musica, senza troppi orpelli e parole.

Non si può però non introdurre uno dei concerti più famosi di tutti i tempi, l’esordio di Benny Goodman nel tempio newyorchese della musica classica, registrato dal vivo il 16 gennaio 1938. Testimonianza fondamentale di un passaggio decisivo per la diffusione del Jazz presso il largo pubblico e il cambiamento epocale che va sotto il nome di Swing Era. E per l’occasione speciale il generoso e ambiziono King of Swing volle con sé il meglio del Jazz dell’epoca, con rappresentanti delle orchestre migliori di tutti i tempi: Ellington (presente attraverso Carney, Williams e soprattutto un Hodges in grandissima forma al sax contralto) e Basie (lui stesso al piano, poi l’intera mitica All American Rhythm Section e Clayton e Lester Young al tenore!). Oltre ovviamente ai suoi grandi solisti, sia della big band (James e Elman alla tromba e Krupa alla batteria, tra gli altri) che dei piccoli combo (Hampton strepitoso).

Insomma, un live leggendario da gustare dalla prima all’ultima nota, pubblicato nel 1950 con la simpatica introduzione ai brani dello stesso direttore d’orchestra (come potrete sentire anche nel brano oggetto di questo post).

Ma veniamo alla Jam Session che ha fatto la storia dello Swing, quella che per circa 16 minuti realizzò nel teatro più famoso di New York la magia di un piccolo club fumoso notturno, portando l’arte dell’improvvisazione ai suoi massimi livelli in un luogo dove mai era arrivata. Sul tema di Honeysuckle Rose del grande Fats Waller, il cui tema è a gran ritmo suonato a inizio e fine della session, partono una serie di assoli che gareggiano per maestria, swing e fantasia. Perché le Jam Session non sono state inventate dal Be Bop negli anni ’40, ma da New Orleans in poi, anche se in forme diverse, hanno attraversato la storia del Jazz. Anche nell’epoca in cui veniva chiamato Swing!

Insomma, la perizia e l’estro di questi artisti si manifesta nella magia dell’improvvisazione e se è impossibile stilare una graduatoria, i gusti personali mi portano a sottolinearvi l’esibizione di alcuni dei 10 che si cimentano in questa impresa (nell’ordine dei solos: Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton): Lester Young che nei suoi due spazi ci mostra col suo sax sempre un po’ dietro il ritmo perché fu influenza fondamentale per tanto del Jazz successivo, Count Basie che mette a tacere definitivamente tutti i dubbi sulla sua bravura non esibizionistica al piano, Johnny Hodges che lascia senza fiato dall’inizio alla fine, Benny Goodman che mette in chiaro perché il clarinetto è lo strumento per eccellenza del Jazz classico, Freddie Green che prende uno dei pochi assoli di tutta la sua lunghissima e luminosa carriera (!!!), Harry James infine che sorprende quasi per l’inventiva alla tromba, un po’ messa in secondo piano nel resto della sua carriera di successo.

Ecco qui questa perla musicale:

“Honeysuckle Rose Jam Session” – Carnegie Hall 1938

Buon divertimento e buon ascolto a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Una chicca trovata su Internet: qui la riproduzione originale del programma della serata del 16/01/1938!

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Believe it or not: this mught really be the most important Jam Session in all the Jazz history. For sure during the Swing Era, because for the first time the King of Swing was invited to play in the temple of classical music in New York, the Carnegie Hall. The all concert is one of the most famous one and it worth a listening from the beginning ‘til the end. In this record released in 1950 you can also hear the friendly intros of Benny Goodman itself to every song.

And what about this unique Jam Session, played by some of the most important Jazz musicians members of the most important big bands, such as Goodman (James, Krupa), Ellington (Carney, Hodges) and Basie (Green, Page, Young, Basie itself). Because the Jam Session were surely not invented by Be Bop artists, but since New Orleans were the most original and improvisative part of Jazz. And you can hear it at the top, with a lot of solos played by the 10 artists involved in this session: in order Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton.

I mean, listen to the tenor sax of Lester Young, to the alto of Johnny Hodges in full effect, to the Maestro level of Count Basie and Benny Goodman at their instruments, to the surprising Harry James at the trumpet. And, last but not least: the mighty Freddie Green playing one of his unique guitare solos!!!

It really worth dedicated approx 16 minutes to this musical pearl.

What can I say? Enjoy!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Nascendo figlio di 2 jazzisti, facile poi diventare PRINCE – PRINCE and Jazz

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Stavolta la mia naturale tendenza ad andare fuori tema (rispetto all’argomento del Blog, cioé le connessioni tra danza e Jazz) non ha più copertura, come è successo in occasione di alcuni articoli precedenti: riuscirò infatti difficilmente a convincervi del fatto che Prince abbia a che fare con il Jazz ballabile, anche se è biograficamente innegabile che suo padre fosse un rispettato musicista e compositore proveniente dalla Louisiana e sua madre una cantante, entrambi esponenti della musica Jazz.

Ma l’emozione musicale scaturita dal riascolto di questi vinili, ritrovati nei cassetti della gioventù della casa materna, mi porta a ricollegare la mia passione per questo artista all’amore per tutte le forme musicali afroamericane (di cui lui è innegabilmente uno dei principali esponenti, nelle ultime decadi del Novecento). La varietà e genialità di ispirazione, che ruota intorno al Funky, ma con forti iniezioni di Soul, Rock, Pop e Hip Hop, trova senza dubbio radice nell’origine familiare legata alla musica di New Orleans (versione Blues e Jazz). Ormai assodata a livello critico la qualità della proposta musicale dell’artista (il cui nome è cambiato troppe volte, per poterlo identificare in modo diverso che col suo vero nome anagrafico, per l’appunto Prince), il piccolo grande genio di Minneapolis continua a cercare un fruttuoso compromesso commerciale con le sue capacità artistiche (oltre che come polistrumentista, a livello compositivo). Non è poi in fondo quello che avvenne anche a molti artisti Jazz nel periodo dello Swing?

Non si vuole intendere ovviamente che tutto quanto da lui inciso sia al livello dei primi lavori, soprattutto per una tendenza eccessiva alle ballad un po’ melense e sdolcinate. Ma se vi capitasse di riascoltare o scoprire album come Sign o’ the Times, credo capireste cosa intendo dire, dedicando a questo esponente della musica Black un post di questo blog. Non solo perché è possibile trovare in questo doppio album assoli e spunti propriamente Jazz, ma anche perché lo spirito versatile ed eclettico di Prince raccoglie ed espande tanti elementi della tradizione musicale afroamericana. Vi lascio il piacere di scoprire i vostri brani preferiti tra i 16 contenuti in questa opera del 1987, forse la più compiuta e completa nella sua discografia.

L’emozione dell’ascolto di un album che avevo studiato anche sugli spartiti per pianoforte tanti (ma tanti) anni fa, è anche legata ad un desiderio che era rimasto insoddisfatto per parecchio tempo, vista la difficoltà di reperire on line suoi materiali sonori. Quasi un miracolo in questa era informatica, ma la sua crociata (non del tutto condivisibile, visto che neanche legalmente su Spotify si possono trovare i suoi brani) contro lo streaming on line e il file sharing è effettivamente riuscita a bloccare la diffusione delle sue canzoni senza il suo consenso. Vi toccherà quindi fare lo sforzo di andare a scovare i vecchi vinili o musicassette dell’epoca, o comprare un cd nuovo di zecca. Vi assicuro che merita la “fatica”.

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Warning: this post is clearly OT!

Yes, this time I have no excuse: hard to explain why Prince should be mentioned in a blog dedicated to the connection between Jazz and dance! Ok, let’s say that he is son of 2 Jazz musicians: his mother was a singer and his father a well-known composer-pianist from Louisiana, the originary land of Jazz and Blues. But of course this is out of topic.

By the way, it is an emotion listening again to his vinyls after such a long time. Precious moments, because it is not easy to find on line his music and videos, due to his crusade against the streaming on line and the file sharing. So finally I found again these old vinyls and I can enjoy (legally!) his music. And there is a link between Prince and Jazz, not only because of his family. You can find solos and inspiration from the afroamerican tradition in all his music, altough not everything is as good as the first albums.

I’d like to mention most of all Sign o’ the Times, because critics (and myself) agree it is one of his most complete works. Here you find inspiration from Funky, Soul, Hip Hop, Rock, Pop, together with some very good musicians that know how to play a solo (for instance the saxophonist). Good to enjoy this double vinyl and listen to a very good compromize between commercial music and artistic inspiration.

Hey by the way, wasn’t this also what happened with the Swing music back in the ’30s and (mostly) ’40s?

😉

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Metti 3 geni musicali in uno studio di registrazione nel 1945 – The fabulous BIRD+DIZZY+GAILLARD 1945 LA session

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Era la fine del 1945, quando Charlie Parker e Dizzy Gillespie (il quale leggenda vuole che scampò alla chiamata alle armi minacciando che avrebbe usato la carabina per sparare ai suoi nemici più vicini, cioé i bianchi statunitensi) di avventurarono in California, terra accogliente e solare, ma non per il nuovo corso Be Bop del Jazz. I due giovani rivoluzionari musicali ebbero infatti parecchi problemi a trovare ingaggi e incontrarono una scena e un pubblico ancora molto tradizionalista. In uno dei locali notturni in cui suonarono divisero la scena con quell’alieno sceso sulla terra di nome Slim Gaillard, uno dei più grandi (e meno famosi) geni della fantasia artistica di tutti i tempi (su di lui scrissi già un’ode qui).

E nel dicembre di quell’anno Slim gli trovò la possibilità di incidere a Los Angeles con una band di tutto rispetto 4 brani, che restano negli annali come un momento magico della nostra musica, per la congiunzione tra stili e personalità così differenti, che il loro incontro non poteva che lasciare il segno (oltre a dimostrare che, al di là delle etichette, il Jazz è uno solo). A suonare con loro c’erano Dodo Marmarosa, un talentuoso pianista italoamericano che prima di impazzire fece in tempo ad essere tra i primi bianchi a suonare il nuovo Jazz, ma anche un vecchio leone alla batteria come l’ex-sodale di Armstrong Zutty Singleton e il giovane sassofonista Jack McVea, che invece si avviava verso la strada di alcune hit di successo nella nascente scena Rhythm and Blues.

E così il quadro è completo: lo Swing unico di Slim incontra la maestria Be Bop di Dizzy e Bird e il tipico sax tenore RnB di McVea.

Ascoltiamoli per cominciare nell’esilarante jam session, durante la quale Slim annuncia a suo modo (voutoooorooney!) tutti i musicisti (e si sente anche la voce di un divertito Parker):

Slim’s Jam

Oppure nel brano più veloce e boppeggiante, composizione di Gaillard (come anche tutti gli altri brani) arricchita dagli assoli di Parker e Dizzy:

Popity Pop

O ancora in un ballabile più classicamente basato su un basso continuo stile boogie, dedicato evidentemente al grande e giovane trombettista della session:

Dizzy Boogie

Chiude il cerchio un grande classico Swing, Flat Foot Floogie, che vi lascio scoprire da soli, eseguito a ritmo sostenuto da tutti i musicisti.

Insomma, a modesto parere del sottoscritto una delle pagine più luminose della musica Jazz, per le note suonate ma anche per quel che rappresenta. Che merita di essere maggiormente conosciuta (e questi brani si possono trovare in diversi vinili o raccolte che consiglio, come quelle in fotografia).

Enjoy!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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It was December 1945 when Dizzy Gillespie and Charlie Parker, the revolutionaries Be Bop musicians, arrived to Los Angeles and found a California Jazz scene and public not yet ready for their music. It was hard for them to play their music and to find a venue. Some nights they shared the stage with Slim Gaillard, the mighty genius of musical fantasy, and from there is was born one of the most fabolous jam session and studio recording of all times (in my humble opinion), because it was the meeting of the new and good old Jazz and it proves that Jazz is on and only music, beyond categories and styles. In these 4 tracks you can find some old melodies enriched by new school solos, with a very good band lead by Slim Gaillard: between the others it worth to mention Dodo Marmarosa at the piano, Zutty Singleton at the drums and Jack McVea tenorsax. They were musicians with different careers in time and space, united for this unique session and playing together with their mix of Hot Jazz, Swing, Early RnB and Be Bop. Please listen to their tunes and enjoy this music, it really worth to be known as one magic meeting in the sunny California, time ago in December 1945.

Perché il vinile – Vinyls have the power

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Ci ho messo un po’, ma sono arrivato anche io alla conclusione su cui in passato avevo discusso on line con qualche autorevole esponente della nostra scena musicale: il vinile è il meglio che si possa offrire come esperienza sonora (niente di nuovo, per carità).

Non solo come resa audio, che già sarebbe un punto a favore non indifferente, ma anche come esperienza più completa di ascolto (e ballo) e fruizione di un contenuto musicale riprodotto (l’esecuzione dal vivo resta comunque la soluzione da prediligere sempre, quando disponibile e non a prezzi esorbitanti). A partire dalle copertine e dal retro, che contiene sempre informazioni preziose e gustose per chi ama leggere e scoprire un mondo lontano e meraviglioso. La riproduzione stessa su giradischi consente una gestualità e ritualità che sancisce un momento di stacco dalla quotidianità, dedicato alla musica. Un modo più intimo di viverla.

Non voglio spacciarmi per quello che non sono: non ho una collezione invidiabile di vinili messa insieme negli anni e curata nei minimi dettagli. Ho anzi una fonoteca di dimensioni ridotte, in parte ereditata dai miei genitori e in parte messa insieme negli ultimi anni. Colleziono infatti storie, non vinili. Ciò non toglie che stia riscoprendo sempre più (e quando possibile proponendo negli eventi a cui partecipo) questo supporto, grazie anche alla collaborazione e al contributo di amici e colleghi appassionati molto più ferrati ed esperti di me in questo settore.

Un mondo da scoprire, ad un ritmo più lento e veramente retrò (non tanto per l’autenticità dei reperti sonori, quanto per lo spirito con cui si vive questo rito di divertimento).

Non che tutti debbano diventare ora cultori del vinile, ma apprezzarne maggiormente il valore storico, culturale e sonoro forse sì.

My 2 cents, as usual.

😉

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Queste brevi e modeste riflessioni mi sono state anche ispirate dalla mia ultima lettura, un piacere per gli occhi: il libro Jazz Covers pubblicato dalla mitica Taschen. Una galleria di vinili Jazz dagli anni ’40 agli anni ’90, con degli autentici capolavori grafici. Super consigliato a chi prova ancora emozione nell’andare in un negozio di dischi (altra specie protetta a rischio estinzione a cui prima o poi dedicherò qualche riga doverosa).

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Yes I know, I’m not the first one (and hopefully not the last one): it took some time, but finally I got it. Vinyls are the best! Not only for the acoustic sound quality, but even more as a complete sound experience.

Live music is always to be preferred, when available and not too expensive (due to music business), but vinyls garantee fun and pleasure, with the front cover and the back cover, full of informations which are a gift for those who likes to read. Plus the graphic, as you can see in this wonderful book published by Taschen, Jazz Covers. A gallery with front covers from the ’40s ‘til the ’90s. The best way to enter a wonderful world, far away in time and space.

Furthermore, the ritual of the movement, when you put a vinyl on, is a pleasure. It’s slower than the rhythm of the world nowadays, truly vintage (because of the spirit, more than the authenticity of the object). I find it a more genuine way of listening (and dancing). That’s why, thanks to some friends and colleagues that have a better knowledge and collection than me, I try now to offer a vinyl set when possible. I’m not a collectionist, I own a small discography, I collect stories instead. But I love it and I find it more funny as a dj.

I’m not saying now everydoby should offer devotion to vinyls, but maybe we could understand better their cultural and historical value.

My 2 cents, as usual.

😉

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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