Il libro che chi ama il Jazz deve leggere

Zenni

Suonerà forse un po’ eccessivo, ma credo veramente che la lettura di questo libro sia quasi doverosa per chi ama ascoltare e ballare la musica Jazz (e non solo). Credo quindi sia bene recensirlo il prima possibile (è uscito infatti in libreria da pochi mesi).

Un libro che cambia anche la mia attitudine nei confronti di questo mondo culturale e musicale, che fa riferimento alla storia afroamericana. Non userò infatti più termini generici come “musica nera”, “musica bianca”, “voci nere”, “ritmo nero”, ecc… Ringrazio pubblicamente l’autore per avere in maniera così chiara e sintetica affrontato una questione spinosa, lontana da essere risolta in primis proprio negli Stati Uniti, divisi da un multiculturalismo molto poco melt e che anzi tende a separare gli apporti delle diverse culture (come sta facendo anche da parte afroamericana la “politica” culturale di Marsalis, volta a sottolineare solo la parte “nera” del Jazz). Non c’è bisogno spero di ricordare come purtroppo la cronaca di questi anni recenti ci parli di una nazione spaccata sempre più dal razzismo istituzionalizzato (in particolare all’interno delle forze dell’ordine) verso le minoranze.

Il perché è spiegato benissimo in questo libro, scritto da Stefano Zenni, autore che sicuramente va annoverato tra i maggiori esperti di Jazz in Italia e che già nei suoi ultimi libri per Stampa Alternativa ci aveva raccontato la storia di questa musica a livello globale (Storia del Jazz, 2012) e spiegato i segreti nascosti dietro al fascino che esercita su noi tutti (I segreti del Jazz, 2008).

Ora questo Che razza di musica pubblicato per EDT aggiunge un tassello fondamentale, che congiunge la nostra passione musicale alla storia e alla cultura del nostro tempo. Le trappole del colore di cui parla il sottotitolo sono quelle in cui caschiamo tutti, quando crediamo che una tradizione musicale sia qualcosa di chiuso e concluso, essenza di una cultura o di un certo luogo. Il Jazz come essenza della storia afroamericana negli USA, insomma. Un’affermazione che diamo per scontata, ma che ha bisogno di essere approfondita, per capire che in realtà non ha senso inscatolare note e parole che nascono invece proprio dallo scambio e dall’incontro aperto tra lingue e culture differenti (nella fattispecie: gli italoamericani, gli ebrei emigrati negli USA, gli afro-caraibici, i creoli di New Orleans, la musica classica europea). Senza ovviamente smettere di riconoscere il doveroso tributo alla storia dolorosa dei discendenti degli schiavi africani, ma anzi rendendola ancora più ricca proprio riconoscendo come tutte le tradizioni si alimentano con l’apertura e lo s/cambio reciproco. L’excursus attraverso i secoli e i generi musicali, sempre preciso e ben documentato, rende questo breve volume uno strumento utile sia a conoscere di più la musica di origine (non solo) afroamericana, sia a comprendere le caratteristiche costitutive dello stato che volenti o nolenti esercita la maggiore influenza e attrazione anche sull’Europa.

Un messaggio quello che si ricava che come si può capire è anche molto politico e ahimé parecchio attuale, in questo mondo che sembra avere intrapreso una corsa a perdifiato verso la follia e l’intolleranza. Una lettura utile per tutti, ma fondamentale per chi ama la nostra musica.

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Consigli per la lettura: SASSOFONI E PISTOLE

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Interrompo momentaneamente e volentieri la pausa del blog, per recensire e consigliare un libro che sono riuscito a leggere solo nelle ultime settimane.

Sassofoni e pistole di Franco Bergoglio (Arcana, 2015) è infatti un libro impegnativo, ma vale decisamente la pena di intraprendere questa immersione nel mondo della letteratura noir a sfondo Jazz. La competenza dell’autore, esperto non solo di Jazz e curatore del bel blog Magazzino Jazz, è una garanzia e le sue ricerche e studi sono enciclopedici, riuscendo a racchiudere in un solo volume miriadi di nomi, titoli e citazioni.

Possiamo allora grazie a questo libro scoprire tante delle connessioni così fertili, dal punto di vista creativo, tra quella parte della letteratura che ha trattato storie a sfondo criminale o poliziesco e la musica “nera” per eccellenza. Uso questo termine proprio per indicare le atmosfere tipicamente noir, più che descrivere un elemento etnico (anche perché dopo avere letto l’essenziale ultimo libro di Stefano Zenni Che razza di musica, di cui sicuramente prima o poi scriverò, mi riprometto di non usare più neanche in ambito musicale certi termini connotati dal punto di vista etnico-razziale).

Complice l’estate, è una lettura che mi sento veramente di raccomandare, anche per conoscere di più la nostra musica, visto che l’autore introduce e contestualizza sempre anche da questo punto di vista ogni capitolo (organizzato come fosse il canovaccio di un’indagine investigativa, detective style). Lascio a voi il piacere della scoperta, pagina dopo pagina, senza svelarvi troppo.

Un caro saluto estivo a tutti, buona lettura (e ascolto, visto che il libro offre anche molti spunti in tal senso)!

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Big Bands from the SWING ERA (gli ANNI ’30)

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Un equivoco piuttosto comune nella cosiddetta scena Swing è quello che si possa situare l’Era dello Swing tra anni’30 e anni ’50 e in tal modo vengo pubblicizzati diversi eventi.

In realtà, se vogliamo stare alle definizioni storiche, l’era dello Swing convenzionalmente comincia nel 1935 (con un famoso concerto trasmesso alla radio dal Palomar di Los Angeles dell’orchestra di Benny Goodman) e finisce con la fine del secondo dopoguerra nel 1946 (per vari motivi sociali, economici e musicali). Ovviamente la musica e le epoche non nascono né si interrompono all’improvviso e per quanto ci riguarda la fine degli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30 furono un periodo decisivo per lo sviluppo delle novità denominate poi Swing. In particolare la formazione delle Big Band e l’arte dell’arrangiamento conoscono in quegli anni sviluppi decisivi grazie ad artisti come Fletcher Henderson e Don Redman. Ma questo ho già cercato di spiegarlo con un altro progetto musicale pubblicato a puntate qui

IMG_20160704_203508Voglio però ora raccontarvi un disco speciale, che racconta la storia di quegli anni, in particolare degli anni ’30, tra i più fertili in tutta la storia del Jazz. Lo vedete nelle fotografie, è una raccolta che racchiude personaggi più e meno celebri di questa saga musicale, in una serie di esecuzioni dal vivo in precedenza mai incise su vinile.

Parliamo in primis di uno dei protagonisti assoluti, il Re del Savoy con la sua orchestra, Chick Webb

Ma la questa storia è stata scritta anche da orchestre meno celebri, in origine chiamate territory bands, perché avevano sede localmente in città e stati diversi degli USA. Il loro suono era spesso caratteristico e cambiava proprio a seconda del luogo, per cui si puà parlare di Kansas City Sound, di Texas Sound e di altri diversi stili orchestrali. Insieme a queste formazioni c’erano poi le star che erano sotto i riflettori, come Bob Crosby, leader dei Bob Cats, una delle band di maggiore successo all’epoca, per il suo legame con il Dixie ancora molto popolare (l’esecuzione scatenata di questo “canto d’amore pagano” è del 1938).

Spesso furono poi i solisti principali che fecero strada in queste band a fondare dei loro gruppi autonomi. In questo disco possiamo sentire all’opera tra gli altri grandi musicisti come Tex Beneke, Jack Teargarden ed Edmund Hall.

Un discorso a parte merita Artie Shaw, il clarinettista più famose dell’epoca, insieme a Benny Goodman. Qui lo possiamo sentire in due rare registrazioni del 1937-1938 coi suoi spumeggianti The Rhythm Makers, prima che negli anni successivi la sua arte seguisse vie più melodiche e commerciali. Lo Swing degli anni ’40 e ’50 fu infatti anche questo: una maggiore facilità e ripetitività, meno estro per i solisti, meno fantasia musicale. Anche per tale motivo poi il Jazz seguì e sperimentò altre strade. Possiamo sentire questa direzione anche nelle incisioni degli anni 1945 e 1946 incluse in questa raccolta, con le orchestre capitanate da Tex Beneke, ex sassosonista solista di Glenn Miller, e Randy Brooks.

Non resta che augurare buon ascolto a tutti e viva gli anni ’30 (musicalmente parlando)!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Gli anni ’20 dei CHICAGOANS

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Come ben sappiamo il ruolo di Chicago è stato fondamentale per la diffusione, in particolare dalla seconda metà degli anni ’20, dello stile musicale chiamato Hot Jazz (comprendente abbondanti dosi di radici Blues). La “Wind City” infatti accolse la maggior parte dei musicisti neri che attraverso il Grande Fiume Mississippi risalirono gli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore. Inoltre qui si trovarono ad incidere i primi dischi alcuni dei principali musicisti bianchi di questa musica e questo incrocio/incontro generò alcuni dei primi capolavori del Jazz. Non soltanto Louis Armstrong con i suoi Hot Five e Hot Seven, ma anche piccole e variabili formazioni musicali come The Buckton Five, The Stomp Six, Merritt Brunies and his Friars Inn Orchestra, Red McKenzie and Condon’s Chicagoans, Charlie Pierce and his Orchestra, Jungle Kings, Chicago Rhythm Kings e Eddie Condon and his Footwarmers. Band a volte dimenticate, ma che hanno fatto la storia della musica e hanno dato modo di muovere i primi passi e farsi le ossa a grandi artisti poi diventati famosi come Eddie Condon, Muggsy Spanier, Gene Krupa, Mezz Mezzrow, Jack Teargarden. Bianchi che si credevano neri, come da celebre definizione autobiografica di uno dei migliori amici (e non solo) di Satchmo.

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Tutti gruppi inclusi in questa importante raccolta di brani degli anni cruciali compresi tra il 1925 e il 1928, durante i quali si gettarono tutte le basi degli sviluppi musicali futuri: l’arte improvvisativa e virtuosistica dei solisti, la pulsazione incessante e incalzante della sezione ritmica, la gioia e freschezza musicale espressa dal collettivo. Sono stati definiti i Chicagoans, intendendo definire con questo termine il fertile e vivace clima musicale della città, che dopo New Orleans e prima di New York fu la capitale dell’Età di Mezzo dell’epopea del Jazz e del Blues.

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Sono vinili così che restituiscono la gioia della scoperta, piccoli tesori nascosti nei pochi negozi di dischi rimasti aperti. I brani selezionati in questa raccolta pubblicata da una misconosciuta etichetta discografica probabilmente negli anni ’70 raccontano tutto il Jazz (con forti venature e struttura musicale Blues) degli inizi, sono sia gemme rare che grandi standard che poi sono stati reinterpretati e “mascherati” innumerevoli volte negli anni a seguire: ad esempio I’ve found a new baby, There’ll be some changes made, Darktown strutters ball, Jazz me Blues, Sister Kate, China Boy, Liza, Sugar, Everybody loves my baby. Sentirli tutti insieme, con il fruscio del tempo e la qualità del vinile, è un invito all’ascolto e alla danza a cui non si può resistere.

Viva la storia, viva il Jazz!

Mazz Jazz aka Professor Bop

Il brano da isola deserta: WEST END BLUES (1928)

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Il giochino è conosciuto e ovviamente resta tale, senza prenderlo troppo sul serio. Ma se foste costretti a scegliere un solo brano da portarvi sulla famosa isola deserta, vuoi quale portereste con voi per allietare le vostre solitarie giornate?

Io no ho dubbi: porterei la versione di West End Blues interpretata nel 1928 da Louis Armstrong e i suoi Hot Five, nella formazione in cui al piano sedeva il grande Earl Hines.

Il brano, un classico Blues in 12 misure dedicato ad un famoso locale su un lago nei pressi di New Orleans, fu composto poco prima dal primo (e forse unico Re) del Jazz, King Oliver e divenne presto celebre in diverse versioni, tra cui una anche vocale della meravigliosa orchestra di Clarence Williams. Un’altra gioiello musicale è la versione orchestrale in chiave Swing della formazione guidata da Charlie Barney, del 1944.

Ma se scelgo questa versione è perché in questi 3 minuti circa di musica, incisi agli albori del Jazz nel 1928, c’è tutto: l’incipit di tromba forse più famoso di tutti i tempi, lo scat singing e un secondo assolo di tromba straordinario di Pops che contengono tutta l’arte improvvisati, un intervento di Hines che anticipa di decenni gli sviluppi musicali successivi. E un motivo armonico-melodico che ti entra in testa e non ti lascia più. Insomma, tutto quel che ci rende felici di questa musica.

Quale la vostra scelta invece?

Mazz Jazz aka Professor Bop

 

Dischi che hanno fatto la storia: PARIS 1945 – History by music: PARIS 1945

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PLEASE FIND ENGLISH VERSION BELOW

Ci sono vinili che raccontano davvero, letteralmente, la nostra storia. Come nel caso di questo album, inciso e pubblicato all’inizio del 1945, un anno centrale e cruciale per la storia mondiale. Come il luogo in cui fu suonato e registrato, Paris, liberata dopo l’occupazione nazista e poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. La gioia della Liberazione dall’oppressione è espressa dal più grande jazzista europeo di tutti i tempi, Django Reinhardt (che in quanto zigano aveva molti motivi per festeggiare la fine del nazismo, a cui era riuscito a sopravvivere grazie anche al suo talento musicale, al contrario di molti altri rom e sinti europei sterminati nei lager), che suona accompagnato da quelli che i titoli menzionano come The American All Stars (cioé alcuni validi ex-componenti dalla Big Band militare del defunto maggiore Glenn Miller, eroe non solo musicale che perse la vita nella campagna alleata). Al pianoforte c’è il grande Mel Powell, protagonista anche di due interessanti omaggi solistici a Fats Waller e Claude Debussy (per dire del legame tra Jazz e musica moderna), alla batteria Ray McKinley, che guida il suo trio.

I brani sono tutti stupendi (da citare classici standard riproposte in fantastiche intepretazioni come Stompin’ at the Savoy, How high the moon, Sugar, China boy, After you’ve gone e perle meno conosciute come If dream come true e Shoemaker’s apron), ma è soprattutto il contesto storico a rendere questo album unico: alcuni musicisti militari ancora stanziati in Europa durante le operazioni volte alla liberazione d’Europa che si ritagliano del tempo per suonare con uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Tra l’altro per le rigide norme della discografia statunitense i membri della band che accompagna Django dovettero suonare di nascosto e i loro nomi non vennero inizialmente pubblicati sui primi vinili.

Buon ascolto e buona Liberazione (ora e sempre) a tutti!

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Some vinyls literally made history: it is the case of Paris 1945, an album played by Django Reinhardt and The American All Stars in the beginning of 1945. They were in the capital of France, after the Liberation of the city from the nazi occupation. So it was freedom and joy that led to this recording, that puts together the best european jazz artist with some great musician from the military Big Band that was directed by Major Glenn Miller, who died as a soldier during the military operations in Europe (he is then an hero, non only for musical reasons). We can find Mel Powell at the piano and Ray McKinley at the drums (leading his Trio) and one track is better then the previous one: classic standards such as Stompin’ at the Savoy, How high the moon, Sugar, China boy, After you’ve gone, but also less famous jewels like If dream come true e Shoemaker’s apron. And the music is obviously only one of the reasons that make this vinyls so important, when we consider history and the year 1945 as a focus point for our world.

Enjoy music and freedom!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Ma il Be Bop si balla? DANCIN’ BOP playlist!

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Ogni fase della vita ha il suo Jazz.

Per me, da un po’ di tempo a questa parte, è il Jazz compreso tra gli anni ’40 e gli anni ’50 che sento più vicino alle mie corde. From Swing to Bop, come direbbe (o meglio suonerebbe) il grande Charlie Christian.

E allora ho il piacere di offrire un piccolo regalo, confezionato in questo periodo in cui ho accantonato l’attività di dj’ing e mi dedico di più ad ascolti e letture (nei ritagli di tempo lasciati dalle molte attività presenti e future): una playlist rivolta a tutti coloro che ritengono il Be Bop una musica difficile, poco allegra e non ballabile.

Ho selezionato, in un campione molto più ampio, alcuni brani che mostrano come anche questo periodo musicale sia stato accompagnato, seppure in maniera meno assidua che il precedente Swing (a cui è strettamente legato, come cugini), dal ballo. Come ho più volte ricordato, l’intendo originale del Be Bopper per eccellenza, Dizzy Gillespie, era quello di innalzare la qualità della musica con la sua orchestra, senza perdere il pubblico dei ballerini. Non ci riuscirì, ma questa è un’altra storia.

Buon ascolto allora, spero il regalo sia gradito: Dancin’ Bop Compilation

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Dear friends, lately my biggest passion is Jazz music between the ’40s and ’50s. From Swing to Be Bop. Some people say this music is not danceable, but here I want with my playlist offer a selection of Be Bop tunes that fit perfectly to dance. I hope you will enjoy, follow the link above!

🙂

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Si può suonare (e cantare) meglio di così? Playing (and singing) music at its best!

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Prendi una colonna sonora di un film recente (2012) e di per sé non particolarmente brillante (soprattutto al cospetto del romanzo da cui è stato tratto, cioè On the Road di Jack Kerouac, capolavoro della Beat Generation scritto nel 1957).

Prendi una selezione che, oltre ad una serie  di composizioni originali di Gustavo Santaolalla, comprende alcuni dei principali artisti e incisioni della storia del Jazz (forma musicale intimamente legata al periodo e a questo movimento culturale).

Trovaci nell’ordine:

un paio di brani del geniale e unico Slim Gaillard, cantato e lodato da Kerouac nel libro, tra cui questo inno alla gioia:

Slim Gaillard, “Hit that Jive Jack”

Una lettura cantata su nastri originali, semplicemente toccante, dello stesso sommo scrittore:

Jack Kerouac reads “On the Road”

Un Blues moderno e straordinario di una delle più grandi interpreti del genere:

Dinah Washington, “Mean and Evil Blues”

La Bibbia del Jazz del Novecento, ovverosia l’incisione originale di Salt Peanuts da parte di Dizzy Gillespie e Charlie Parker (fari luminosi della Beat Generation) :

Dizzy Gillespie & Charlie Parker, “Salt Peanuts”

La voce unica di Lady Day e il sassofono di Pres in un’interpretazione che lascia senza parole:

Billie Holiday & Lester Young, “A sailboat in the moonlight”

L’arte di Bird ai massimi livelli:

Charlie Parker, “Ko-Ko”

Insomma, anche da un film mediocre si possono trarre grandi soddisfazioni e farsi guidare nei meandri della musica che ha fatto la Storia.

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Wanna enjoy the best of Jazz in one soundtrack? Follow the links above and buy yourself the original CD, enjoy it and read the book, one of the best ever (in my humble opinion)!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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Strange Fruit

DISCRIMINATION AND KKK

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“Southern trees bear a strange fruit…” sang Billie Holiday almost a century ago. Which fruit is she referring to? Why does it seem to grow only in the South?

First we have to look back to the past: the abolishment of slavery and involuntary servitude in the US (with the Thirteenth Amendment to the Constitution) in no way led to the elimination of racism;
Some words  taken from a John Reed (a US political activist and journalist) speech can help us understand the problem:

“In America there live ten million Negroes who are concentrated mainly in the South. In recent years however many thousands of them have moved to the North. The Negroes in the North are employed in industry while in the South the majority are farm labourers or small farmers. The position of the Negroes is terrible, particularly in the Southern states. Paragraph 16 of the Constitution of the United States grants the Negroes full civil rights. Nevertheless most Southern states deny the Negroes these rights. In other states, where by law the Negroes possess the right to vote, they are killed if they dare to exercise this right. Negroes are not allowed to travel in the same railway carriages as whites, visit the same saloons and restaurants, or live in the same districts. There exist special, and worse, schools for Negroes and similarly special churches.” (The report goes on depicting the disheartening condition of the Afro-Americans…)

We can comprehend the reality of racial segregation, legitimated by the doctrine of “separate but equal”. As we can easily imagine, the second part of this formula was almost never taken into account.

To sum up, it was sadly easy to see a black man dangling from a tree. According to the Tuskegee Institute, in the years between 1889 and 1940 3.833 people were lynched;  90% of these murders took place in the South, and 80% of the “bodies swinging” were Afro-Americans.  Very often it wasn’t even necessary that the individual had committed a crime to lynch him: the only fact that he was black allowed the people to consider it as a “preventive action” in order to completely avoid the possibility that he could “become too much arrogant”.
Most of these crimes were promoted or directly carried out by the KKK (Ku Klux Klan): this organization still exists and during the years had seen periods of high notoriety (in the Twenties more than four million people joined it). Moreover, it is a duty to say that, according to a survey developed in the Southern States in 1939, almost six white citizens over ten were in favor of this macabre spectacle.

”Pastoral scene of the gallant south,

The bulging eyes and the twisted mouth,

Scent of magnolias, sweet and fresh,

Then the sudden smell of burning flesh.”

This jazz song, which goes straight to the point referring to merciless images, was not well understood at first, or in other situations some company refused to release it, because it represented a scandal. This due to the persistence of racism among huge sectors of the US population.

To conclude, although Holiday was the first artist to perform this single, the song was originally written by Abel Meeropol, a teacher who lived in Bronx, and it was firstly published on the communist newspaper New Masses.  This song shouted something that was not to say, it sounded as a strong action of denounce and protest. Therefore the very writer felt disappointed when Billie Holiday asserted to be the author, together with her pianist.

Billie Holiday – Strange Fruit

Alessandro Fiorucci (VD)

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What a wonderful world

Louis Armstrong bezoekt Amsterdam *29 oktober 1955

A CONTROVERSIAL JAZZ MAN

Louis Armstrong – What a Wonderful World ♪

Louis Armstrong (August 4th, 1901-July 6th, 1971) is one of the most important Jazz singer and trumpeter. He was Afro-American (grandson of slaves), but he was one of the first to become truly famous, despite the color of his skin. He was able to shift the focus of the music from the collective improvisation to solo performance.

He had rarely promoted his political ideas, but he criticized the president Eisenhower for his segregation policy, during the Little Rock Crisis.

He was born in New Orleans, which was a city of racial discrimination, but where ragtime (the beginning of Jazz) was appreciated. He improved his cornet playing skills in the band of the city in his early life.

In the ‘20s, during the period of maximum growth of jazz music culture, his musicianship matured so that he was one of the first Jazz man involved in trumpet solo.

After many experiences in New Orleans and Chicago, he went to Harlem, playing in the Connie’s Inn, rival of the famous Cotton Club, where he reached great success.

Because of the “Great Depression” in the early ‘30s many musicians stopped to sing, but Louis moved to Los Angeles (to the new Cotton Club), then returned to New Orleans and afterwards started a tour in Europe.

He settled permanently in Queens, NY, in 1943 where he first created the All Stars (a band of six), then recorded many important and famous songs, and won the most important prize.

Until few years before his death he continued to perform.

He is a controversial figure, he was so famous and influential, but he never used his prominence with white Americans for the Civil Rights Movement, which alienated him from members of the black community.

He was largely accepted into American society, and he had the access to many things exclusive even for whites, and this makes the members of the Afro-American community call him Uncle Tom (the phrase “Uncle Tom” has also become an epithet for a person who is slavish and excessively subservient to perceived authority figures, particularly a black or brown person who behaves in a subservient manner to white people […]).

Some musicians criticized him for not taking part strong enough to the American Civil Rights Movement, but when he spoke against Eisenhower it made national news, and he cancelled a tour in the USSR as a protest. («The way they’re treating my people in the South, the government can go to hell»).

Despite this political neutrality, he wrote many songs asking for peace and inclusion, meanwhile the political reality was of racial division and segregation. One above all is What a wonderful world which conveys hope and optimism for the future, with reference to babies being born into the world and having much to look forward to.

Many covers had been made of this song, but the original one gave Armstrong many recognitions, and climbed the charts of many countries.

Riccardo Sala (VD)

WHAT A WONDERFUL WORLD

I see trees of green, red roses too
I see them bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world

I see skies of blue and clouds of white
The bright blessed day, the dark sacred night
And I think to myself, what a wonderful world

The colours of the rainbow, so pretty in the sky
Are also on the faces of people going by
I see friends shakin’ hands, sayin’ How do you do?
They’re really saying I love you

I hear babies cryin’, I watch them grow
They’ll learn much more than I’ll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
Yes, I think to myself, what a wonderful world

Oh yeah