11 buoni motivi per andare al Royal Swing Fest – 11 good reason to join the Royal Swing Fest

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Ci siamo!

Il Royal Swing Fest sta per cominciare e allora in qualità di resident dj mi fa piacere proporre un breve elenco di buone ragioni per non perderselo.

Ci vediamo prestissimo sulla pista da ballo e ai workshop! See you soon there in Collegno!

🙂

Mazz Jazz aka Professor Bop

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  1. Ci saranno 5 grossi eventi in 4 giorni, con 6 band dal vivo (la musica dal vivo, la vera anima del Jazz!) e 2 dj a far ballare fino a tarda notte! – There will be 5 big parties in 4 days, with 6 bands playing live and 2 dj’s in order to hit the dancefloor!
  2. 12 ore di workshop con ben 9 insegnanti internazionali (e date un occhio ai costi d’iscrizione)! – 12 hours of workshops with 9 international teachers (and check the prices)!
  3. La location, il parco della Certosa Reale di Collegno, è un gioiello architettonico! – The location is unique: the park of the Certosa Reale di Collegno!
  4. Una grande giornata aperta a tutti di festa e celebrazione della Liberazione il 25 aprile! – An open fest on the italian Liberation day!
  5. Partecipanti da 12 diverse nazioni, 3 continenti riuniti a ballare Swing! – Partecipants from 12 different countries, 3 continents reunited to dance Swing!
  6. La possibilità di visitare Torino, una delle più belle e creative città d’Italia! – Torino is one of the most beautiful and creative italian cities!
  7. Le battles tra band dal vivo e anche tra dj che animeranno le serate, riprendendo la tradizione del Savoy Ballroom di Harlem! – The good old Savoy Ballroom tradition of the battles (between live bands, but also dj’s)!
  8. La storia dello Swing raccontata il 25 aprile da Professor Bop col suo show The Swing Era. 1926-1946 Song-by-Year! – Professor Bop will tell the history of our music during his The Swing Era. 1926-1946 Song-by-Year show on the 25th of April!
  9. Una bellissima sede per le serate danzanti nelle ex-Lavanderie a Vapore della Certosa! – A wonderful location for the night dancing parties in the former Lavanderie a Vapore of the Certosa!
  10. Delle divertenti competizioni jack&jill con ricchi premi e cotillons! – Some funny jack&jill competitions with great prizes!
  11. Non da ultimo: uno spumeggiante dj resident Mazz Jazz a cui i gentili organizzatori hanno lasciato carta bianca riguarda la realizzazione delle sue idee e proposte musicali (tra cui anche un dj set tematico diverso ogni sera a tutto vinile)! – Last but not least: the organizers gave to the “crazy” resident dj Mazz Jazz freedom to propose all his musical ideas (and a different them for every vinyl dj set each night)!

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QUESTO È IL JAZZ! – THIS IS JAZZ! (After Hours, 1958)

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[Portrait of Roy Eldridge, Spotlite (Club), New York, N.Y., ca. Nov. 1946] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

PLEASE FIND ENGLISH VERSION BELOW

Questo breve filmato, girato come puntata pilota di una trasmissione televisiva sul Jazz (che poi non fu mai realizzata, purtroppo), contiene tutti gli elementi essenziali della nostra musica (e del nostro ballo, visto che le due cose sono strettamente collegate nel Jazz). In soli 20 minuti abbondanti After Hours (titolo originale di questo video girato nel 1958) condensa tutti gli elementi essenziali: la musica trascinante di un combo composto da eccellenti musicisti, la voce e lo scat di una cantante straordinaria, il ballo di due dei principali ballerini della storia del Lindy Hop e dell’Authentic Jazz, l’atmosfera notturna di un club newyorchese dopo la chiusura al pubblico (quando i musicisti si dedicano alle jam session per il puro piacere di suonare e creare).

E quale meravigliosa squadra troviamo impegnata in una serie mozzafiato di brani tra lo Swing e il Be Bop (siamo nel 1958 e un grande come il tenorsassofonista Coleman Hawk Hawkins si pone curiosamente tra i due mondi musicali, come anche il trombettista Roy Little Jazz Eldridge, principale ispiratore della svolta di Dizzy Gillespie): i già citati straordinari solisti Hawkins ed Eldridge, ma anche altri grandi di questa musica come Cozy Cole alla batteria, Johnny Guarnieri al piano, Mint Hinton al contrabbasso e Barry Galbraith alla chitarra. Con la presenza eccellente e sorprendente della cantante Carol Stevens, che interpreta alla grande alcuni degli standard, inscenando anche una simpatico solo di scat singing insieme a Little Jazz.

L’episodio pilota si svolge significativamente nella 52esima strada di Manhattan piena di Jazz Club, ribattezzata Swing Street. Poteva mancare il ballo e in particolare il Lindy Hop? A ulteriore riprova non solo che lo Swing non è morto dopo la fine dell’epoca delle Big Band (ma è passato attraverso il Be Bop negli anni ’50 mantenendo intatta la sua carica di ritmo), ma anche che il Lindy Hop non è mai del tutto scomparso dalle scene e dai palcoscenici, ecco che troviamo due dei migliori ballerini afroamericani di tutti i tempi, Al Minns e Leon James, che si scatenano in una serie di passi solo e in coppia. Un vero piacere per gli occhi godere la loro interpretazione di un brano scatenato della band, come anche il ballo più “social” accennato dai finti camerieri un paio di canzoni prima. Sì perché ovviamente tutte le atmosfere sono ricostruite in studio, mentre i brani sono stati improvvisati dal vivo dai musicisti per l’occasione.

Canzoni magnifiche come Lover Man, Just you, Just me o Taking a Chance on Love sono interpretate dal gruppo con un incredibile tiro ritmico swing che non si ferma mai e una grande perizia negli assoli (più vicini al contemporaneo Be Bop). L’atmosfera di un vero Jazz Club è ricreata con dovizia di particolari ed è un vero peccato che i produttori decisero dopo questo pilota di non proseguire con le riprese (si era d’altronde in una fase calante di successo per il Jazz, a tutto vantaggio di forme più commerciali e semplici di musica).

Non si può chiudere meglio questo post dedicato ad una vera gemma che con quanto dice la voce fuori campo all’inizio del film: “This is my beat, the jazz beat”!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Quasi dimenticavo: ecco il link alla versione completa e originale! 😉

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Sometimes you can find all you need in order to describe a wonderful musical world in a short movie. This is why After Hours (original title) is so important: in only 20 minutes circa you have Jazz music and dance in its best performance. Filmed in 1958 as a pilot episode of a television show (which unfortunaly never saw the light afterwards), it is staged in a Jazz Club in the so called Swing Street (52nd) in Manhattan, NY.

What a show with Coleman Hawkins, Roy Eldridge, Cozy Cole, Mint Hinton, Johnny Guarnieri and Barry Galbraith performing live great music, between the swingin’ pulse and the Be Bop soloist style. In 1958 artists such as Hawk and Little Jazz were the living bridge between different styles and periods of Jazz. Plus a great surprise, the singer (also scat singer) Carol Stevens, what a voice and savoir-faire on stage (enjoy the scat battle with Roy!).

And, when I wrote that here you can find all that we need, here it comes the dance, the Lindy Hop and Authentic Jazz steps! We have here 2 of the greatest afroamerican dancers of all times: Al Minns and Leon James live and loud! Both dancing solo and couple coreos, it is really a pleasure for our eyes to watch them performing (another proof that Lindy Hop never really disappeared from theatres and shows, even during the hard times when other kind of pop and commercial music was kicking Jazz out of the charts).

Therefore, I fully recommend After Hours as the best intro to Jazz musica and dance. As the voice says in this short movie, never forget that: “This is my beat, the jazz beat”!

🙂

Here is the link to this film, an authentic monument of a wonderful musical Era.

Enjoy!

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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[Portrait of Coleman Hawkins and Miles Davis, Three Deuces, New York, N.Y., ca. July 1947] (LOC) Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

Perché la musica dal vivo – Jazz is (a)live

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The Colored Idea Band of Sonny Clay arrives in Sydney, 1928 / Sam Hood [State Library of New South Wales]

PLEASE FIND ENGLISH VERSION BELOW

Senza volere rientrare nel campo dell’ovvio, la scarsità di occasione per gustare della buona musica Jazz dal vivo, in particolare nella sua versione ballabile, mi spinge a dedicare queste poche righe all’importanza che per questo genere musicale ha la dimensione dal vivo.

Non si tratta solo di riconoscere ai musicisti (che hanno studiato anni) la bravura per avere raggiunto la loro capacità espressiva con gli strumenti, anche se sarebbe importante ribadire che anche durante le serate danzanti gli applausi a chi sta sul palco sarebbero doverosi. Intendo proprio sostenere che questa forma musicale è nata e vive solo esprimendosi dal vivo, manifestandosi nella sinergia “in diretta” tra i musicisti e tra i musicisti e i ballerini (quando tutto ciò avviene in una sala da ballo). In questo modo in passato il Jazz si è evoluto e continuerà a farlo solo se riusciremo a creare sempre più occasioni di festa, ballo e ascolto dal vivo.

La dimensioni improvvisativa stessa del Jazz si alimenta delle occasioni in cui chi sta sul palco può interloquire con un pubblico. Preme ribadire inoltre che i molti musicisti giovani che abbiamo anche nella città di Milano, potranno continuare a deliziare le nostre orecchie e i nostri piedi felici solo se sapremo creare gli eventi e le iniziative in grado di sostenerli nel loro lavoro e passione musicale.

Penso sempre che sia un peccato vedere come ai concerti l’età media sia così alta, un’occasione persa per conoscere meglio il Jazz. Un invito allora: non perdiamo l’occasione di celebrare il Jazz (e lo Swing) suonato dal vivo da musicisti, anche il ballo ne trarrà giovamento, sprigionando maggiore creatività e felicità.

Viva il Jazz, viva i musicisti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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It might sounds obvious, but it is unfortunately not easy to listen Jazz music live, even in dancing parties, so I’d like to write a few lines dedicated to explain how music live music and musicians are important for this kind of music.

First of all, it’s time to recognize to musicians their hard work, in order to develop their skills with their instruments. Years of study deserve our thankful applause (also during dance events and concerts). Plus, this kind of music was born and it’s alive most of all when played in a live session, with the sinergy between the musicians on stage and between the musicians and the dancers. Live and direct. Jazz will go on only if we will be able to organize and partecipate to concerts and bands will be able to play their music on stage.

Improvisation itself, as an important part of Jazz, is alive only when a musician can “talk” to an audience. Plus, it’s important to give to young musicians an opportunity to play and work, so they will be able to provide us good music more and more also in the future!

What a pity: most of the times audiences are pretty old, young people often don’t attend concerts. My humble suggestion: let’s enjoy Jazz (and Swing) music live, even our dances will be more creative and happier.

Raise your hands up for Jazz, raise your hands up for live music!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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[Portrait of Charlie Parker, Tommy Potter, and Max Roach, Three Deuces, New York, N.Y., ca. Aug. 1947] (LOC) – Gottlieb, William P., 1917-, photographer.

Il lindyhopper più famoso della storia – The most famous lindyhopper in history

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PLEASE FIND ENGLISH VERSION BELOW

Non sto parlando di Frankie Manning, di Al Minns o Leon James, di Norma Miller o di qualcuno dei grandi maestri e ballerini Lindy Hop dei nostri giorni. Intendo raccontare invece brevemente la storia di Detroit Red, conosciuto molto più per altri meriti e altre vicende piuttosto che per il ballo, ma che a tutti gli effetti può essere considerata la persona più celebre che in una fase della sua vita amò e ballò la musica Jazz/Swing.

Forse lo avete già riconosciuto dalla foto, visto che sto parlando di colui che, nato Malcolm Little nel 1925, dopo l’arresto a 20 anni e un lungo periodo di detenzione e conversione, scelse il nome di Malcolm X. Chi ha visto il bel film biografico di Spike Lee, ricorda di sicuro la scena stupenda ambientata nella Roseland Ballroom di Boston, con un finto Lionel Hampton a dirigere l’orchestra e Denzel Washington a ballare coreografato proprio da Frankie Manning e in compagnia di Ryan Francois (vero che sapete di cosa sto parlando? 😉

Il soprannome gli derivava dal suo passaggio, prima di arrivare ad Harlem nel 1943, nel Michigan. Il colore tendente al rosso dei capelli, eredità di una nonna irlandese, completatava la caratterizzazione. Eccolo qui in una foto segnaletica di quegli anni scapestrati:

Original Caption: 1944-Boston, MA: Malcolm Little, at age 18, at the time of an arrest for larceny, police photograph front and profile.

Original Caption: 1944-Boston, MA: Malcolm Little, at age 18, at the time of an arrest for larceny, police photograph front and profile.

Sì perchè Detroit Red era un vero tipaccio, impegnato in diversi generi di attività illegali, ma anche con la passione della musica e del ballo. Tanto da riuscire a sostentarsi ad un certo punto anche spacciando droghe ai musicisti delle big band dei locali in cui andava a ballare. Non tutti sanno che in un breve periodo Detroit Red tentò anche una carriera legale nello spettacolo, come performer ballerino e musicista. Questa esperienza finì presto e come dicevamo la sua vita cambiò decisamente con l’arresto a 20 anni.

Non è mia intenzione qui parlare di come Malcolm Little si trovò ad affrontare una vita difficile da orfano, nero negli Stati Uniti segregazionisti e con poche possibilità di una vita decente e rispettata (il padre tra l’altro, attivista per i diritti civili degli afroamericani, era molto probabilmente stato assassinato dai razzisti a stelle e strisce). E non è questo lo spazio neanche per parlare di tutto quello che Malcolm X disse e fece nei decenni successivi, fino a diventare uno dei più influenti afroamericani della storia del ventesimo secolo, ancora oggi considerato un modello di emancipazione (o criticato per le sue prese di posizione radicali).

Mi interessava ricordarlo solo per la sua passione musicale, per il suo gusto zoot suit nello stile e per questo periodo che lui stesso ricorda nella sua celebre autobiografia, passato ad inseguire la musica di Basie ed Ellington. In cui le ballroom di Harlem e di alcune grandi città del Nord erano uno dei pochi luoghi di libertà per gli afroamericani, a cui non era ancora concesso l’ingresso nella maggior parte dei locali pubblici (se non sul palco dei musicisti, per poi uscire dalla porta di servizio per non “mischiarsi” alla clientala dei bianchi).

Per una strana ironia della sorte tra l’altro, Malcolm X fu assassinato durante un comizio che si stava svolgendo proprio in una sala da ballo di Harlem.

Bisognerebbe ricordare che Harlem fu incendiata dai riot degli afroamericani nel ’43, che la Savoy Ballroom fu chiusa negli anni ’50 forse perché dava fastidio l’integrazione e la libertà per tutti che promuoveva, che la zoot suit non fu solo un vestito, ma anche un simbolo di protesta a Los Angeles negli anni ’40.

E chissà, magari in qualche prossimo proverò a ricordarlo.

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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This time I’m not talking about Frankie Manning, Norma Miller, Al Minns and Leon James and all the great past and present dancers that made the Lindy Hop history. I’m talking about history itself and Detroit Red, the most important man that was also a lindyhopper in his youth. He loved and danced Jazz/Swing, but we know him very well because of his life after Lindy Hop.

Detroit Red was born as Malcolm Little in 1925 and after a period of detention in jail named himself Malcolm X. I won’t talk about his importance as a political leader and activist for the civil rights of afroamerican people, that makes him both a model of emancipation and a critizised statesman for other, due to his radical ideology. I guess many of you know the famous lindy hop scene in the Malcolm X autobiographic movie by Spike Lee. It was coreographed by Frankie Manning and Denzel Washington dances together with a young Ryan Francois. In case you don’t know it, please find it here.

You might already know the life of Malcolm X, orphan with a difficult and troubled youth in the segregated USA (and the father was an activist most probably killed by a group of white racists). But what’s written also in his famous autobiography is how much he enjoyed the live music of big bands such as Count Basie and Duke Ellington, during the times he indulged in criminal activities (under the nickname of Detroit Red, because he arrived in Harlem from Michigan and her grandma was irish). He even managed to be a dealer for the musicians, in order to enter the clubs and enjoy the music and dance. And we shouldn’t forget that most of the clubs were segregated and black people was often allowed to enter only performing on stage and with no contact with the white audience. Music and dance were promotion of freedom and fun also for afroamericans, and that’s why the Savoy was so important and the zoot suit was not only something to wear, but also a way of protest (for instance in Los Angeles during the ’40s). Malcolm even performed as a stage dancer and musician for a short while, before he was jailed.

Sad but true, Malcolm X was shooted in 1965 during his last speech in a ballroom, Harlem, NY. Music and dance are important, also if you want to know better your history.

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

Connecting Lindy Hop scene to Jazz and Swing history

hipsterlogogenerator_1450951530971Thanks to the support of the writer and dancer Cynthia Millman, co-author of the Frankie Manning Autobiography and member of the board of the Frankie Manning Foundation, that shared some positive comments and link from this blog, writing about my project for a public soundtrack-playlist of her book, Mazz Jazz has finally become really international! 🙂

Thanks to her the number of international visits has grown instantly a lot, so it’s really time to speak english! I will work more and more on what has been my intention since the beginning of this blog a few months ago, I mean translating my contents from my native tongue to english, in order to let the international audience (which has always read this blog since the beginning, mostly from USA, France and Asia) understand.

This is what she wrote to me a few days ago, it was a wonderful xmas present and recognition to me, I’d like to share it with you (of course I quote it under her authorization):

I wanted to thank you so much for your project on the soundtrack of Frankie Manning’s life. It’s an absolutely wonderful idea, and I am very grateful for your enthusiasm for the book, and the time you put into this project. I am sure the music will draw some people to Frankie’s life story, much as it drew Frankie to dancing. 
Several years before the book was published, a swing dance historian named Terry Monaghan (who unfortunately passed away several years ago), invited me to do a radio program with him on WBGO, a jazz station broadcasting out of Newark, NJ. The concept was similar to yours. We walked through the station’s CD library picking out all the songs we could find that Frankie mentioned. Then we told anecdotes about his life, each leading into one of the songs. 
So I was super glad to hear that you have created this program based on the fabulous music in Frankie’s life. Best wishes with this, and thank you again for sharing your knowledge of jazz, and helping dancers find their way to the music and to Frankie. 

But first of all of course I apologize, there might be mistakes in the way I write in english, hop this won’t get too bad for international readers.

I’d like here to start introducing the purpose of this Mazz Jazz blog: connecting the wonderful and international Lindy Hop scene to the marvellous Jazz and Swing history. As you can see, I use Swing and Jazz as sinonimous, because the music we dance as lindyhoppers is Jazz. Swing is the name that US society gave to Jazz during the ’30s and ’40s, because Jazz was a word with an ethnical and racial mark that could not fit to the middle class white America. But what we love to dance is Jazz, in all his power and full effect, played by some of the biggest big band of those decades.

As the Frankie Manning Foundation does, following his teaching and humanity, when we talk about music and dance we should always consider also a social perspective. Remembering Jazz and Lindy Hop were born in New Orleans and Harlem, it also means that we should consider afroamerican history and segregation (not only) in US society.

So in this blog you’ll find articles about jazz and swing music, lindy hop history, curiosities and episodes, reviews and some of my dj’ing projects. My aim is always to promote fun and culture. I truly believe that they can walk together, and this is also why I’m a teacher in my professional life. I don’t want to bore dancers, but during my dj set and with my articles I’d like to explain why Jazz music is so amazing and how much you can find and enjoy in its world.

Well, I’ll try to keep this blog more and more international and to offer both italian and english sides in the future, in the meantime I thank you for your attention, this was a brief presentation, you can find more in my Mazz Jazz (aka Professor Bop) and in the Hot Club de Milan FB group that I created in order to promote Jazz and Swing music.

All the best and more soon, let’s enjoy our happy feet (and ears)!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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The soundtrack of the FRANKIE MANNING’S AUTOBIOGRAPHY

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So here I am finally starting the english version of this blog with this post about a little work I made a few years ago, when I was so entusiastic about this music and dance, that that I read through all the Frankie Manning’s autobiography searching for the songs and artists mentioned by one of the most famous lindyhoppers in the world.

This is the book I’m talking about, I guess most of you already knows it. What I missed was a sort of soundtrack that can be inspired by Frankie’s life, so I provided a playlist including all the tracks and musicians mentioned in this wonderful book, a true story of the brilliant but tragic past century. A story from an afroamerican point of view into the show business, where a little bit of integration was faster, compared to the segregation into US society.

So most of the book is about Harlem during the ’30s and ’40s and of course there’s a lot about the Savoy Ballroom, but what I found very interesting is also what happened after the Second World War. Musically speaking, also most of the songs are from the Swing Era, a period that Manning lived very powerfully. You can find in my playlist some of the best black big bands of all times, Frankie’s favourites like Chick Webb and then Count Basie. But there is also some very good Hot Jazz from Fats Waller for instance and some of the first true swing big bands (the likes of Henderson, Redman, Ellington). Plus some of the most successfull white orchestras of the times when Frankie swung his life out (Dorsey, Hill).

There are 35 tracks and most of them are directly mentioned by Frankie, but some are added under my choice, between the artists that are only written without a specific quote of one of their composition. Plus, a few ones are choosen between the most influencial artists of the beginning of the Swing Era described by this book.

My intention was not to provide a sort of “best of”, what you can better find for instance here, but to tell a story through the wonderful Jazz music of the 20th century.

So please find at this link my playlist, I hope you’ll enjoy and share (quoting the source and without commercial use, following the Creative Commons licence of this blog) my playlist, a tribute to a great man and to the most wonderful Jazz and Swing music:

Frankie Manning’s Autobiography Soundtrack

I was very happy to read on Facebook that my qork was appreciated by the Frankie Manning Foundation and here I am again share this with all of you, in order to enjoy good music inspired by the best Lindy Hop stories of the 20th century.

All the best to our happy feets then,

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

My intention is to provide more and more an english translation of this blog, but it is often quicker to use my language as a native speaker. I see many posts are read also abroad and I want to thank all of you for the patience and attention.

La colonna sonora dell’AUTOBIOGRAFIA DI FRANKIE MANNING

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Qualche anno fa, in fase di pieno entusiasmo e passione per questi ritmi di danza, mi cimentai in una piccola “impresa”: annotare e ricercare tutte le musiche e gli autori citati dal grande ballerino di Lindy Hop Frankie Manning nella sua autobiografia (disponibile anche in traduzione italiana, pubblicata nel 2014 e reperibile qui).

Il libro, uscito nel 2007, credo lo conosca la maggior parte di voi, non spendo quindi troppe parole a presentarlo. Racconta la storia di una persona importante per il nostro mondo, perché fu tra i principali protagonisti della diffusione del Lindy Hop nella Harlem degli anni ’30 e ’40 (anche se quello che si può considerarne a torto o ragione l’inventore, Shorty George Snowden, ne ballava una prima versione Breakaway già alla fine degli anni ’20). Merita non solo per l’autobiografia del simpatico Frankie, ma perché è uno spaccato di storia afroamericana del Novecento, con particolare attenzione al mondo dello spettacolo (in cui qualche forma di integrazione si fece spazio un poco prima rispetto al resto della società statunitente). Tanti racconti del Savoy, ma anche dei viaggi in tour per il mondo, della Seconda Guerra Mondiale e del periodo successivo da impiegato postale. Fino a quando il Lindy, che non era mai scomparso da Harlem ma vi era rimasto un po’ confinato come in un ritorno alle radici, fu riscoperto in Europa e cominciò l’allegro revival di cui siamo ancora parte.

Venendo alla musica che ho raccolto, emergono chiaramente i gusti musicali di uno dei principali ballerini professionisti swing del secolo scorso: tante big band e Jazz a gogò! La predilezione di Manning fu prima per la band di Chick Webb, resident nel mitico Savoy in cui lui ballava, poi per la formazione di Count Basie, che a detta di molti è stata per diversi decenni l’orchestra Swing per eccellenza. Troverete quindi nella playlist che ho assemblato brani interpretati da queste big band, ma anche Hot Jazz scatenato (Waller), il primo Swing proposto dalle grandi orchestre black dell’epoca (Henderson, Ellington, Don Redman) e super orchestre Swing bianche di successo a New York e non solo in quegli anni (Dorsey, Hill).

Vi lascio volentieri il gusto della scoperta, sono 35 brani che vengono per la maggior parte citati nell’autobiografia. Una parte invece sono stati scelti dal sottoscritto, selezionando gli autori di cui viene citato il nome e non qualche esecuzione specifica. In pochissimi casi invece, non potendo trovare né brano né autore, ho inserito dei brani vicini per periodo ed esecutore, spero sena distanziarmi troppo dalle indicazioni dell’autore. Il ritmo vola veloce, Frankie amava soprattutto nella prima parte della sua carriera (a cui fa riferimento la maggior parte dei brani) scatenarsi anche in acrobazie agili e rapide che lasciavano di stucco il pubblico dei ballerini.

Sono uscite negli ultimi anni della sua vita alcune pubblicazioni discografiche che raccoglievano il suo best of, come questo disco. Ho voluto invece in questa playlist raccogliere una colonna sonora della sua vita e dei brani che hanno segnato i periodi cruciali di un’esistenza a tutto Swing.

Non mi resta che proporvi il link alla playlist, che è a disposizione di tutti su Spotify. Vi sarei grato se la voleste ascoltare e diffondere, citando la fonte (e senza utilizzazioni commerciali non autorizzate, nella spirito della licenza Creative Commons di questo blog):

Frankie Manning’s Autobiography Soundtrack

Buon divertimento per i nostri happy feet!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Il prossimo post del blog sarà la traduzione in inglese di questo, per potere raggiungere anche il pubblico estero che a quanto risulta dalle statistiche consulta queste pagine. Già ai tempi della realizzazione di questa playlist fui onorato di ricevere i complimenti da parte della della Frankie Manning Foundation.

SWINGIN’ THE BLUES (per sapere cosa è lo Swing, citofonare COUNT BASIE)

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Gottlieb, William P., “Portrait of Count Basie and Bob Crosby, Howard Theater, Washington, D.C., ca. 1941” [The Library of Congress]

Molti appassionati, critici e musicisti non hanno dubbi: se Louis Armstrong fu Mr. Jazz (cit. Duke Ellington, uno che se ne intendeva), Mr. Swing fu lui, Count Basie. Il titolo di King of Swing fu assegnato per vari motivi sociali e meriti musicali al grande Benny Goodman, che segnò intorno al 1935 in positivo un’epoca di svolta, anche dal punto di vista culturale, grazie anche ai nuovi mezzi tecnologici (la radio in primis). Ma se potessimo contare il numero di ballerini che hanno mosso i loro piedi felici sulle note di una big band, vedremmo che l’onorata e lunga carriera dell’orchestra di Basie non ha avuto rivali, in termini quantitativi e qualitativi. William James “Count” Basie (1904-1984), nativo del New Jersey, ha infatti suonato e swingato fino alla fine dei suoi giorni, dirigendo in giro per il mondo una serie di successive incarnazioni della sua prima gloriosa big band, che hanno sempre fatto ascoltare (e ballare) del grandissimo Swing, pur non potendo mantenere il livello stratosferico della formazione degli anni ’30-’40 (quella che insieme all’orchestra di Ellington degli stessi anni è stata la più grande di tutti i tempi, con artisti e solisti del calibro di Lester Young al sax tenore, Jo Jones alla batteria, Buck Clayton e Harry Edison alle trombe, Vic Dickenson e Dicky Wells ai tromboni, Freddie Green alla chitarra ritmica, Walter Page al basso, oltre ovviamente al Conte seduto al piano).

Per raccontare la grandezza di questo artista e spiegare cosa sia lo Swing (inteso come sostantivo con la maiuscola, che indica un genere musicale Jazz sviluppatosi soprattutto negli anni ’30 e ’40, mentre come verbo e aggettivo può essere applicato anche a tanti altri tipi di musica), cominciamo allora proprio da una incisione dal vivo del 1940:

Lester Young – Count Basie Live In Boston 1940 ~ Take It, Pres

Proporrò solo esecuzioni live, perché il meglio dello Swing è sempre quello suonato dalle orchestre da ballo nelle loro interpretazioni dal vivo, in cui hanno più libertà di espressione e comunicazione con la pista e la sala. Come nota ad esempio anche Frankie Manning nella sua autobiografia, anche la big band di Basie sprigionava tutta la sua potenza “atomica” (cit. dell’album Atomic Basie) in questi momenti, che abbiamo la fortuna di potere ascoltare e vedere negli archivi musicali di YouTube. Tornando al primo ascolto, gli ingredienti fondamentali che rendono il suono di Basie inconfondibile ci sono tutti: la struttura a riff con cui si rispondono le diverse sezioni dell’orchestra (gli ottoni e le ance), il call and response che struttura il brano con l’alternarsi dei solisti e dell’orchestra al completo, la All-American Rhythm Section (piano, basso, batteria) che non smette mai di swingare, il piano di Basie che introduce e segue l’orchestra con pochi inconfondibili tocchi, emergendo nei momenti di break. Aggiungiamoci la qualità dei musicisti: Lester Young (per cui Basie compose il brano) che nei suoi assoli tiene sempre e volutamente la melodia un po’ dietro rispetto alla battuta, quasi fuori tempo (il che fa capire perché è stato il sassofonista più influente del Novecento, sia in ambito Jazz che RnB), Jo Jones che inventa un nuovo modo di tenere il ritmo con le spazzole e sottolinea a climax con il rullante, Freddie Green che non va mai in assolo con la chitarra, ma continua imperterrito a tenere il ritmo 4/4 con la sua chitarra.

Un altro esempio, questi due brani del 1941 (tra cui quello che dà il titolo a questo post):

COUNT BASIE – Swingin’ the Blues (1941)

Anche qui possiamo vedere e sentire il sound di Kansas City in tutta la sua potenza ritmica: composizioni basate sulle blue notes e sulla tipica struttura Blues, che sono suonate su un ritmo indiavolato e oscillante sostenuto dalla sezione ritmica dell’orchestra, su cui i solisti improvvisano. Basie non ha inventato tutto questo, visto che la sua orchestra fu il proseguimento di quella di Bennie Moten, la cui direzione ereditò alla scomparsa del direttore. Gli ingredienti principali c’erano già, ma Basie li miscela nella maniera migliore, grazie anche alla qualità dei suoi collaboratori. Il Conte era un pianista influenzato inizialmente dallo stile stride e boogie, da cui progressivamente tolse tutti gli orpelli e i virtuosismi, per sviluppare un stile pianistico molto più essenziale che serviva a sostenere e indirizzare il lavoro di tutta l’orchestra.

Non è un caso che molti dei brani interpretati da questa big band (di cui solo una piccola ma significativa parte composti dallo stesso Basie) portino nel titolo la definizione di Blues. Eccone un altro, che scelgo per la qualità, ma anche per il fatto che fu eseguito proprio da noi a Milano, nel 1960:

Count Basie “Blues in Frankie’s Flat” (Frank Foster solista)

Ammiriamo i solisti, tra cui il sax tenore di Frank Foster, mentre si alzano a turno per eseguire il loro assolo. Al contrario di altre formazioni, il ritmo su cui si danza non viene mai meno (gettando nel panico i ballerini), è sempre l’obiettivo centrale scandito incessantemente da basso-batteria-chitarra. E che dire del modo in cui il piano di Basie gioca in pochi preziosi momenti con i suoi orchestrali? Una lezione di umiltà e precisione quella del direttore dell’orchestra, che si mette al servizio dello Swing. Perché Basie ha dimostrato nei combo e nelle formazioni più ristrette di essere un grande solista al piano, ma lo riteneva uno sfoggio inutile quando suonava con le sue big band, che dovevano far divertire e ballare il pubblico.

Dedico un ultimo video a Freddie Green, musicista e amico fondamentale per Count Basie durante tutta la vita. Questo brano stupendo di una delle orchestre “tarde”, fu infatti composto dal chitarrista che fu l’unico membro sempre presente nei vari decenni di attività:

Count Basie Orchestra – Corner Pocket (1962)

Dimostra come non smise mai di swingare alla grande, anche quando alcuni dei migliori musicisti Jazz di tutti i tempi (Lester Young su tutti) non suonavano più da tempo con il Conte. E se nei decenni finali di attività, anche per motivi anagrafici, il ritmo rallentò a favore di melodie e arrangiamenti più dolci, il focus restò sempre il movimento, sia quello dei ballerini in pista che degli ascoltatori in sala da concerto (che tengono il ritmo anche loro, con i piedi).

Buono Swing a tutti da

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

Faccio un’eccezione e vi propongo anche un brano registrato in studio e non dal vivo. Ma diamine, sentite che Blues aveva ancora il Conte a 60 anni con la sua Big Band (maiuscole messe volutamente)!!!

https://www.youtube.com/watch?v=yYMHcVx6dx0

Jazz, Swing e Lindy Hop: CONSIGLI PER LA LETTURA

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Quello che segue non è che una serie di brevi recensioni e commenti del sottoscritto, che intende condividere alcune delle letture di questi ultimi anni, visto che non pochi mi hanno chiesto consigli al riguardo. Frutto ovviamente di pareri personali, pertanto più che opinabili, oltre che dei miei gusti personali. Indico quando possibile le versioni italiane, anche se le traduzioni non sono sempre all’altezza, per permetterne una più facile e ampia leggibilità. Mancano di sicuro molti libri importanti di riferimento (reperibili per la maggior parte solo in lingua inglese), ma l’elenco non poteva essere infinito e la mia giornata, ahimé, dura solo 24 ore, troppe poco per leggere e ascoltare tutto quello che vorrei. Come ne La biblioteca de Babel del fantastico J.L. Borges, l’impresa di leggere in una vita sola tutto quello che sarebbe da leggere è immane. Ma vale senza dubbio la pena provarci! 😉

Leroi Jones (Amiri Baraka), IL POPOLO DEL BLUES. SOCIOLOGIA DEGLI AFROAMERICANI ATTRAVERSO IL JAZZ (Shake Ed., 2011; originale: Blues People (Negro Music in White America, 1963)

Non posso che cominciare dal pensatore e dal libro che per me hanno costituito fin dall’inizio il riferimento principale. Anche se non condivido più tutte le accese polemiche di cui fu protagonista Amiri Baraka (che ho avuto la fortuna di vedere in concerto/lettura dal vivo a Milano pochi mesi prima della sua morte nel 2014) in nome del nazionalismo nero, la sua analisi della storia degli afroamericani attraverso i generi musicali che li videro protagonisti nel Novecento non perde di acume e attualità. Una lettura non sempre facile, ma fondamentale e anche divertente, con cui cercare di cogliere non solo le evoluzioni musicali, ma anche i nodi della storia sociale e culturale (non solo) statunitense che ancora non sono in gran parte venuti al pettine.

Southern Eileen, LA MUSICA DEI NERI AMERICANI. DAI CANTI DEGLI SCHIAVI AI PUBLIC ENEMY (Il Saggiatore, 2007; originale: The Music of Black Americans (A History), 1997)

Anche in questo caso un lavoro che presuppone una visione politica precisa riguardo alla storia degli afroamericani. Ma è la prima storia della musica Black scritta da una studiosa nera, da un punto di vista nero. Buono il lavoro riassuntivo di più di un secolo di storia, meno originali le analisi musicali. Comunque un libro da tenere e consultare.

M.W. Stearns – J. Stearns, JAZZ DANCE. THE STORY OF AMERICAN VERNACULAR DANCE, (Da Capo, 1968)

Per quanto riguarda la storia dei balli del Novecento negli Stati Uniti, questo libro è considerato da molti una Bibbia del settore. Molto documentato, basandosi anche su fonti orali dirette, raccoglie storie molto dettagliate sui principali ballerini e sulle evoluzioni dello stile di ballo. Non solo Lindy Hop ovviamente, anzi avendo come centro focale la Tap Dance, il cui ruolo decisivo ho compreso proprio grazie allo spazio dedicatogli in queste pagine.

Frankie Manning C.R. Millman – FRANKIE MANNING. AMBASCIATORE DEL LINDY HOP (Derive Approdi, 2014; originale: Frankie Manning. Ambassador of Lindy Hop, 2007)

Anche in questo caso un libro fondamentale, per ricostruire non solo la storia del Lindy Hop, ma anche il clima nel mondo Jazz nel Novecento. Basato sui racconti di uno dei principali ballerini del secolo scorso, di sicuro risente del suo punto di vista personale e non sempre oggettivo, ma proprio per questo può interessare ancora di più, perché è un libro vivo e vibrante, con una colonna sonora stupenda (che ho ricostruito in una playlist qualche anno fa, ma di questo parlerò in seguito sul blog).

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Stanley Dance, THE WORLD OF SWING. A ORAL HISTORY OF BIG BAND JAZZ (Da Capo, 2001)

Una storia interamente fondata su interviste ai più grandi protagonisti delle big band Swing del Novecento. Non solo i più famosi, ma anche quei grandi artisti spesso meno conosciuti, ma non per questo meno significativi. Consigliatissimo a chi volesse gettare uno sguardo da dentro al mondo del Jazz.

Stefano Zenni, STORIA DEL JAZZ. UNA PROSPETTIVA GLOBALE (Stampa Alternativa, 2012)

Anche se molti considerano ancora il saggio fondamentale di Polillo il riferimento storico migliore, nonostante gli anni passati dalla sua pubblicazione, ho maggiormente apprezzato il taglio critico e la ricostruzione forniti da Zenni, che tra l’altro assegna il giusto ruolo anche al ballo nel mondo Jazz. Inoltre è indubbiamente più aggiornato e fresco rispetto alla lettura storica del grande Polillo (che comunque è scritto molto bene e fornisce tutte le informazioni necessarie). La storia che consiglio di tenere negli scaffali, per consultarla tutte le volte che ci viene un dubbio. Molto ben fatti anche gli apparati, le appendici e gli indici, il che non è affatto scontato.

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Ted Gioia, GLI STANDARD DEL JAZZ. UNA GUIDA AL REPERTORIO, (EDT, 2015; originale: The Jazz Standars. A guide to the Reportoire, 2012)

Appena uscito, ma già lo ritengo essenziale per chi vuole conoscere il Jazz più da vicino, dal punto di vista musicale. La rassegna di standard che vengono proposti, nelle diverse interpretazioni e stili, è interessantissima, per chi ama conoscere le caratteristiche musicali della nostra musica.

Murakami Haruki – Wada Makoto, RITRATTI IN JAZZ (Einaudi, 2013; originale: Portrait in Jazz, 2001)

Delizioso e poetico libro con illustrazioni dedicato con amore al Jazz. Racconti brevi su molti dei principali protagonisti e suggerimenti sugli ascolti. Consigliato come regalo natalizio!

Stefano Zenni, I SEGRETI DEL JAZZ (Stampa Alternativa, 2008)

In ultimo, il libro più difficile tra quelli proposti. Una sfida, per chi come me ha studiato teoria musicale da piccolo, insieme al pianoforte, ma poi non vi si era più avvicinato. Ma anche il libro che permette di capire e penetrare più a fondo le strutture musicali e le caratteristiche di questa musica magica. Con qualche sforzo, accompagnandolo con il minuzioso ascolto dei tantissimi brani analizzati da Zenni, la soddisfazione è garantita. Senza togliere nulla alla poesia di questa musica, comprenderla aggiunge fascino e ammirazione.

Con l’augurio che questi riferimenti e consigli possano essere apprezzati da chi come me vuole approfondire la conoscenza di questo magnifico mondo musicale, o da chi voglia avvicinarvisi,

un saluto cordiale,

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS 1

Molti altri avrei potuto citare, tra i libri letti in questi anni. Di alcuni ho già parlato nel blog (come Jazz foto di gruppo di Arrigoni), non ho quindi ritenuto di ripetermi. Ma non volevo fare un catalogo illimitato alla Don Giovanni. Tra i non letti invece non posso non citare i saggi di Gunther Schuller, uno dei più grandi critici del secolo scorso, che mi riprometto di leggere appena possibile e le memorie di Norma Miller, la più grande ballerina Lindy vivente, uscite nel 2001. Del bel libro di Nisenson (Blue: The Murder of Jazz, 2000), che porta una visione molto decisa e originale, scriverò in seguito, dato che è sul mio comodino proprio in questi giorni. E poi a chi volesse avvicinarsi a questo mondo con delle letture meno impegnative, segnalo che è uscito da poco un libro introduttivo dal titolo Swing Dance: Fashion, Music, Culture and Key Moves, a cura del ballerino Scott Cupit.

PS 2

Corredo e accompagnamento essenziale a queste letture è ovviamente l’ascolto dei brani e dei musicisti citati, approfittate di Natale per rinfoltire la discografia! 🙂

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Ode a un genio: SLIM GAILLARD

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Questa è una dichiarazione d’amore: Slim Gaillard è l’artista la cui opera porterei sulla famosa isola deserta, potendone scegliere solo uno. Confesso quindi la mia parzialità, perché adoro questo uomo e tutto quello che ha composto e ideato (talmente tanto che pur studiandolo da anni e pur essendo scomparso da decenni, scopro spesso e volentieri qualcosa di nuovo sul suo conto).

Quanti altri possono vantare ad esempio di avere intere pagine dedicate a lui all’interno di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi, di avere un ruolo fondamentale in una delle scene cinematografiche più celebri di tutti i tempi, di avere suonato con i più grandi artisti del Jazz di tutti i tempi, di avere creato una lingua nuova e di essere stato protagonista di una serie televisiva della BBC ideata apposta per lui? Tutte cose che Slim ha fatto nei suoi 75 anni di vita (1916-1991) e molto altro troverete nella sua biografia e nelle sue imprese vout-orooniche.

Andiamo con ordine. Jack Kerouac e i protagonisti della Beat Generation furono grandi fan di questo hipster (nel senso reale e storico del termine) per eccellenza. Più hep-hip-orooni di lui, ce ne sono stati pochi al mondo nel Novecento. Leggete cosa è scritto nel capolavoro On The Road riguardo all’incontro di Sal e Dean con Slim:

‘… one night we suddenly went mad together again; we went to see Slim Gaillard in a little Frisco nightclub. Slim Gaillard is a tall, thin Negro with big sad eyes who’s always saying ‘Right-orooni’ and ‘How ‘bout a little bourbon-arooni.’ In Frisco great eager crowds of young semi-intellectuals sat at his feet and listened to him on the piano, guitar and bongo drums. When he gets warmed up he takes off his undershirt and really goes. He does and says anything that comes into his head. He’ll sing ‘Cement Mixer, Put-ti Put-ti’ and suddenly slow down the beat and brood over his bongos with fingertips barely tapping the skin as everybody leans forward breathlessly to hear; you think he’ll do this for a minute or so, but he goes right on, for as long as an hour, making an imperceptible little noise with the tips of his fingernails, smaller and smaller all the time till you can’t hear it any more and sounds of traffic come in the open door. Then he slowly gets up and takes the mike and says, very slowly, ‘Great-orooni … fine-ovauti … hello-orooni … bourbon-orooni … all-orooni … how are the boys in the front row making out with their girls-orooni … orooni … vauti … oroonirooni …” He keeps this up for fifteen minutes, his voice getting softer and softer till you can’t hear. His great sad eyes scan the audience.
Dean stands in the back, saying, ‘God! Yes!’ — and clasping his hands in prayer and sweating. ‘Sal, Slim knows time, he knows time.’ Slim sits down at the piano and hits two notes, two C’s, then two more, then one, then two, and suddenly the big burly bass-player wakes up from a reverie and realizes Slim is playing ‘C-Jam Blues’ and he slugs in his big forefinger on the string and the big booming beat begins and everybody starts rocking and Slim looks just as sad as ever, and they blow jazz for half an hour, and then Slim goes mad and grabs the bongos and plays tremendous rapid Cubana beats and yells crazy things in Spanish, in Arabic, in Peruvian dialect, in Egyptian, in every language he knows, and he knows innumerable languages. Finally the set is over; each set takes two hours. Slim Gaillard goes and stands against a post, looking sadly over everybody’s head as people come to talk to him. A bourbon is slipped into his hand. ‘Bourbon-orooni — thank-you-ovauti …’ Nobody knows where Slim Gaillard is. Dean once had a dream that he was having a baby and his belly was all bloated up blue as he lay on the grass of a California hospital. Under a tree, with a group of colored men, sat Slim Gaillard. Dean turned despairing eyes of a mother to him. Slim said, ‘There you go-orooni.’ Now Dean approached him, he approached his God; he thought Slim was God; he shuffled and bowed in front of him and asked him to join us. ‘Right-orooni,’ says Slim; he’ll join anybody but won’t guarantee to be there with you in spirit. Dean got a table, bought drinks, and sat stiffly in front of Slim. Slim dreamed over his head. Every time Slim said, ‘Orooni,’ Dean said ‘Yes!’ I sat there with these two madmen. Nothing happened. To Slim Gaillard the whole world was just one big orooni.’

Essere considerati alla stregua di un Dio dai giovani ribelli creativi nordamericani degli anni ’50 non è cosa di poco conto. Cosa fece Slim per guadagnarsi questa ammirazione? Fu sempre un personaggio sopra le righe, dotato di fantasia, creatività e (auto)ironia davvero fuori dal comune. A partire dalla sua storia personale, infarcita di episodi a metà tra realtà e mito (il padre marinaio che lo dimentica bambino su un’isola greca, dove se la cavò per mesi da solo pur non parlando una parola dell’idioma locale; i suoi natali e le sue radici familiari multi-kulti mai del tutto chiarite; i mille lavori di ogni tipo, compreso il becchino e il trasportatore di alcolici per la mafia in epoca proibizionista), tutto in Slim è genio. Siccome non gli bastava parlare correntemente 8 lingue, ne creò una nuova per il suo mondo musicale ed artistico, il vout. Solo chi è dotato di vera ironia sa prendere le cose davvero sul serio, infatti provvide a fornire anche un dizionario di questo slang hipster infarcito di riferimenti a tutte le lingue del mondo e ad un immaginario Bop fantastico.

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Non da ultimo, Slim Gaillard fu un grande musicista e compositore. Attraversando praticamente tutti i generi possibili (Jazz, Swing, Blues, Boogie, Early RnB, Mambo, Rhumba, Calypso, ecc), avendo buonissima tecnica alla chitarra con uno stile paragonato a Charlie Christian e buona pratica con molti altri strumenti (suonava il piano con le mani rovesciate ad esempio), cantando in quasi tutte le lingue del mondo (oltre a quelle inventate), potè incontrare sul suo cammino tutti i più grandi, che lo apprezzarono parecchio e collaborarono con lui. Da solo o al fianco di partner fantastici ed eccentrici come i contrabbassisti Slam Stewart (che cantava in un modo particolarissimo accompagnando il suo strumento un’ottava più in basso producendo un effetto unico) e poi Bam Brown, incontrò i grandi dello Swing e del Be Bop e suonò nei locali più importanti del Jazz (Birdland su tutti). Sentiamolo qui ad esempio mentre presenta a suo modo i compagni di jam in un’incisione del 1945 in compagnia di Dizzy Gillespie e Charlie Parker:

Charlie Parker – Slim Gaillard And His Orchestra 1945 – “Slim’s Jam”

Anche se non sono moltissimi i siti di appassionati dedicati a questo personaggio speciale e la sua fama non è estesa come dovrebbe essere, vista la sua caratura, quasi tutti in realtà lo conoscono per averlo visto in duo con Slam nella più celebre scena di ballo lindy hop di tutti i tempi. Parlo ovviamente della danza scatenata che possiamo vedere nel film Helzapoppin’ (1941), preceduta proprio da un meraviglioso siparietto musicale di cui Slim&Slam sono protagonisti:

Hellzapoppin’ (1941) – Slim Gaillard & Slam Stewart – The Harlem Congeroos

Sono talmente tanti gli spunti offerti da questo uomo, che rinuncio in partenza ad una loro trattazione esaustiva, rimandandovi per ulteriori approfondimenti al link su di lui che trovate nella pagina-menù di questo blog (che si apre cliccando il quadrato con tre righe interne che trovate in alto a destra nella pagina). Avrei solo l’imbarazzo della scelta: la sua hit Down by the station che scala le classifiche di vendita delle canzoni per bambini, i suoi boogie in arabo, le composizioni originali in lingua yiddish, la censura radiofonica subita perché il testo di una sua canzone non era altro che un menù intero di un ristorante armeno e sembrava decisamente troppo “esotico” per gli USA dei suoi tempi, le sue interpretazioni televisive e cinematografiche (al fianco di David Bowie tra gli altri) negli ultimi anni della sua carriera, i suoi flirt con alcune delle più belle attrici degli anni ’40 e ’50. Vi invito di sicuro a conoscerlo in primis attraverso la sua musica, non vi deluderà. Posso consigliare per prima cosa il cofanetto in fotografia, che contiene una parte della sua carriera e ha un costo contenuto.

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Tutto quanto detto finora spiega perchè, quando decise di trasferirsi definitivamente a London nei suoi ultimi anni, la BBC dedicò al suo meraviglioso mondo un documentario a puntate, intitolato Slim Gaillard’s Civilization (difficile reperirne la versione completa, ne trovate però estratti su YouTube). Un racconto fantastico sulla sua vita di cui lui stesso è interprete e narratore. Mattatore irresistibile fino alla fine.

Non so come ringraziarti Slim, personaggi come te che hanno reso questo mondo spesso difficile e ingiusto, un po’ più bello e divertente per tutti.

Mazz Jazz aka Professor Bop

PS

Viva il mio super-eroe preferito, Vout-Oreenie Mac Rootie O’ Scoodilly Bounce O’Vouty! 🙂

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