La più importante JAM SESSION SWING – GOODMAN @ CARNEGIE HALL (1938)

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Anche questa volta, spazio soprattutto alla musica, senza troppi orpelli e parole.

Non si può però non introdurre uno dei concerti più famosi di tutti i tempi, l’esordio di Benny Goodman nel tempio newyorchese della musica classica, registrato dal vivo il 16 gennaio 1938. Testimonianza fondamentale di un passaggio decisivo per la diffusione del Jazz presso il largo pubblico e il cambiamento epocale che va sotto il nome di Swing Era. E per l’occasione speciale il generoso e ambiziono King of Swing volle con sé il meglio del Jazz dell’epoca, con rappresentanti delle orchestre migliori di tutti i tempi: Ellington (presente attraverso Carney, Williams e soprattutto un Hodges in grandissima forma al sax contralto) e Basie (lui stesso al piano, poi l’intera mitica All American Rhythm Section e Clayton e Lester Young al tenore!). Oltre ovviamente ai suoi grandi solisti, sia della big band (James e Elman alla tromba e Krupa alla batteria, tra gli altri) che dei piccoli combo (Hampton strepitoso).

Insomma, un live leggendario da gustare dalla prima all’ultima nota, pubblicato nel 1950 con la simpatica introduzione ai brani dello stesso direttore d’orchestra (come potrete sentire anche nel brano oggetto di questo post).

Ma veniamo alla Jam Session che ha fatto la storia dello Swing, quella che per circa 16 minuti realizzò nel teatro più famoso di New York la magia di un piccolo club fumoso notturno, portando l’arte dell’improvvisazione ai suoi massimi livelli in un luogo dove mai era arrivata. Sul tema di Honeysuckle Rose del grande Fats Waller, il cui tema è a gran ritmo suonato a inizio e fine della session, partono una serie di assoli che gareggiano per maestria, swing e fantasia. Perché le Jam Session non sono state inventate dal Be Bop negli anni ’40, ma da New Orleans in poi, anche se in forme diverse, hanno attraversato la storia del Jazz. Anche nell’epoca in cui veniva chiamato Swing!

Insomma, la perizia e l’estro di questi artisti si manifesta nella magia dell’improvvisazione e se è impossibile stilare una graduatoria, i gusti personali mi portano a sottolinearvi l’esibizione di alcuni dei 10 che si cimentano in questa impresa (nell’ordine dei solos: Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton): Lester Young che nei suoi due spazi ci mostra col suo sax sempre un po’ dietro il ritmo perché fu influenza fondamentale per tanto del Jazz successivo, Count Basie che mette a tacere definitivamente tutti i dubbi sulla sua bravura non esibizionistica al piano, Johnny Hodges che lascia senza fiato dall’inizio alla fine, Benny Goodman che mette in chiaro perché il clarinetto è lo strumento per eccellenza del Jazz classico, Freddie Green che prende uno dei pochi assoli di tutta la sua lunghissima e luminosa carriera (!!!), Harry James infine che sorprende quasi per l’inventiva alla tromba, un po’ messa in secondo piano nel resto della sua carriera di successo.

Ecco qui questa perla musicale:

“Honeysuckle Rose Jam Session” – Carnegie Hall 1938

Buon divertimento e buon ascolto a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Una chicca trovata su Internet: qui la riproduzione originale del programma della serata del 16/01/1938!

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Believe it or not: this mught really be the most important Jam Session in all the Jazz history. For sure during the Swing Era, because for the first time the King of Swing was invited to play in the temple of classical music in New York, the Carnegie Hall. The all concert is one of the most famous one and it worth a listening from the beginning ‘til the end. In this record released in 1950 you can also hear the friendly intros of Benny Goodman itself to every song.

And what about this unique Jam Session, played by some of the most important Jazz musicians members of the most important big bands, such as Goodman (James, Krupa), Ellington (Carney, Hodges) and Basie (Green, Page, Young, Basie itself). Because the Jam Session were surely not invented by Be Bop artists, but since New Orleans were the most original and improvisative part of Jazz. And you can hear it at the top, with a lot of solos played by the 10 artists involved in this session: in order Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton.

I mean, listen to the tenor sax of Lester Young, to the alto of Johnny Hodges in full effect, to the Maestro level of Count Basie and Benny Goodman at their instruments, to the surprising Harry James at the trumpet. And, last but not least: the mighty Freddie Green playing one of his unique guitare solos!!!

It really worth dedicated approx 16 minutes to this musical pearl.

What can I say? Enjoy!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Una breve antologia di 110 ANNI di JAZZ BALLABILE – A brief ANTHOLOGY OF 110 YEARS of DANCEABLE JAZZ

Nulla più che una breve compilation, assemblata e selezionata dal sottoscritto, per dare un’idea veloce (e spero divertente) di come la musica Jazz e il ballo si siano evoluti negli anni. Astenersi puristi e tradizionalisti. Il Jazz ballabile è una storia musicale lunga e gloriosa, unita da radici comuni (il Blues) e andamento ritmico (swing e groove). Parola di fonomescitore! 😉

Buon divertimento, buon ascolto e buon ballo,

Mazz Jazz aka Professor Bop

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GLI ANNI ’10 – IN THE ’10s

Le prime incisioni in assoluto di Jazz della Original Dixieland Jazz Band capitanata dall’italoamericano Nick La Rocca già restituiscono bene il suono che nacque nei quartieri poveri di New Orleans e poi migrò al Nord e nel mondo. Una musica fatta per strada o nei locali malfamati, per intrattenere e divertire attraverso il movimento.

“Livery Stable Blues” – The Original Dixieland Jazz Band (1917)

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GLI ANNI ’20 – IN THE ’20s

Potrebbe mai mancare in qualsiasi antologia del Jazz Louis Armstrong? No, quindi eccolo qui con i suoi fuochi d’artificio e i suoi Hot Five, tra cui in questa formazione anche il grande pianista e compositore (e poi direttore di big band) Earl Hines. Il ritmo indiavolato è arrivato a Chicago e New York e continua a infiammare i club.

Louis Armstrong and his Hot Five – “Fireworks” (1928)

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GLI ANNI ’30 – IN THE ’30s

Con la Swing Era il Jazz diventa la colonna sonora principale, non solo negli Stati Uniti. Le ballroom esplodono e il Savoy di Harlem è giustamente ancora celebrato, anche per la sua importanza sociale (una dei pochi locali pubblici in cui bianchi e neri potevano ballare insieme, nei decenni della segregazione). E qui una versione unica che restituisce l’atmosfera di quelle serate:

“St. Louis Blues” – Ella Fitzgerald & Chick Webb at the Savoy Ballroom (1939)

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GLI ANNI ’40 – IN THE ’40s

Lo Swing, baby. Un fenomeno di costume, sociale e culturale che ha dato i suoi frutti maturi in questa decade, portando alla nascita anche altri fermenti, come il Be Bop e l’Early RnB, nati entrambi in seno alle big band dei grandi direttori, a partire dalla formazione di colui che fu nominato The King of Swing.

“Give Me The Simple Life” – Benny Goodman (1946)

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GLI ANNI ’50 – IN THE ’50s

Se da una parte tutti pensano a questo decennio come quello del RnR, orchestre come quella di Basie non persero mai il proprio tiro super swingante e attraversarono tutte le epoche girando il mondo e suonando dal vivo (espressione massima di questa musica), cogliendo spunti dalle altre correnti musicali, ma mantenendo sempre al centro quel suono caratteristico di Kansas City che unì le generazioni del Jazz a cavallo della metà del Novecento.

Count Basie – “Lullaby Of Birdland” (1958)

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GLI ANNI ’60 – IN THE 60s

Forti iniezioni di Soul e richiami alla storia della musica black entrano sempre più nel Jazz, richiamando le radici originarie del Blues e del ritmo di origine (non solo) afroamericana. Gli anni ’60 sono un periodo di sperimentazione sociale, politica e artistica. Ne sono prova anche nel nostro campo i nuovi fermenti che animano case discografiche come la celebre Blue Note, che pubblica questo album di cosiddetto Soul-Jazz, che avrà un successo inaspettato e strepitoso (tanto da essere ancora oggi campionato e imitato da vari musicisti).

“The Sidewinder” – Lee Morgan (1963)

 

 

The Sidewinder : Lee Morgan

GLI ANNI ’70 – IN THE ’70s

Artisti come Herbie Hancock furono molto criticati per avere portato un groove funky ed elettronico nella musica Jazz. Come che sia, sta di fatto che questo tipo di sonorità influenzarono anche altri grandi come Miles Davis, che cercarono in questo modo di aggiornare il Verbo musicale che aveva radici nel Blues. A voi l’ascolto:

Herbie Hancock – “Chameleon” (1973)

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GLI ANNI ’80 – IN THE ’80s

Il dilagare della fusion, con esisti spesso non troppo felici, fu accompagnato da una reazione musicale, che restava più legata alla tradizione del Jazz, nelle sue forme Hard Bop e poi Hot Jazz. Wynton Marsalisè senza dubbio l’artista che incarna questo movimento, che non ha innovato la storia musicale, ma ha di sicuro regalato qualità e bravura musicale. Eccolo all’inizio della sua carriera, interprete di un classico con una delle formazioni Jazz più longeve e di successo, i Jazz Messengers:

“Moanin'” – Art Blakey & The Jazz Messengers (with Marsalis) (1980)

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GLI ANNI ’90 – IN THE ’90s

In una fase di ristagno creativo, furono altre forme musicali come l’Hip Hop a creare occasioni muove di incontro, all’insegna della musica Black. Il compianto Guru, in compagnia di Dj Premier e musicisti Jazz come Ronny Jordan e Donald Byrd, con il progetto Jazzmatazz segnò di sicuro un punto a favore dell’integrazione e della qualità musicale.

Guru Featuring Donald Byrd – “Loungin'” (1993)

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GLI ANNI 2000 – IN THE 2000s

Sempre alla ricerca di nuove forme d’espressione e ispirazione, alimentato dalla creatività e dall’incontro tra culture diverse, il Jazz aveva da tempo scoperto il ritmo e le melodie latinoamericane. Un importante esponente di questa scuola è stato il cubano Arturo Sandoval, che ascoltiamo qui in un’interpretazione sempre attuale del famoso brano composto da Dizzy Gillespie molti decenni prima.

Arturo Sandoval – A night in Tunisia (2001)

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LA NOSTRA DECADE – OUR DECADE

In una fase che ancora stenta a trovare innovazioni decisive e nuove svolte, forme più commerciali di Jazz emergono e raccolgono consensi. Come nel caso di Gregory Porter, che negli ultimi anni ha vinto molti riconoscimenti ed è stato in grado di riportare nelle classifiche questo genere di musica.

Gregory Porter – “Liquid Spirit” (2013)

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E il futuro cosa ci riserverà? Non dobbiamo dubitarne: questa musica continuerà a stupirci e a farci muovere, regalando gioia e ritmo.

🙂

 

 

 

 

 

Cosa è il Jazz: un richiamo d’amore creolo (cit. Ellington)

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Partiamo da questo brano meraviglioso, opera di uno dei più grandi compositori del Novecento, Duke Ellington:

Adelaide Hall, Duke Ellington and his Orchestra – Creole Love Call (1927)

Nel 1927 Adelaide Hall cantò questa musica soave con dei vocalizzi senza testo che accompagnavano la musica. Una scelta modernissima e un effetto straordinario, che rende la voce umana uno strumento a tutti gli effetti, in buonissima compagnia (sentite ad esempio l’assolo straordinario alla tromba di Bubber Miley). Come dice il titolo è un canto, un richiamo d’amore creolo. Che ci fa pensare a New Orleans e alle origini interculturali del Jazz, nato dalla confluenza di fiumi e culture diverse, a partire dalle radici Blues afroamericane.

Interessante ascoltare anche questa versione successiva del Duca, senza voce (e quindi a mio modesto parere meno affascinante):

Duke Ellington – Creole Love Call (1932)

Giusto dire, per la completezza, che questa straordinaria composizione era in realtà una reinterpretazione di un tema scritto nel 1923 dal primo King del Jazz, Joe Oliver, leader della King Oliver’s Creole Jazz Band (e il nome non fu scelto a caso).

King Oliver’s Creole Jazz Band:- “Camp Meeting Blues”

Capita in tutta la storia del Jazz che opere precedenti siano prese d’ispirazione per rifacimenti e nuove versioni. Fa parte della grandezza di questa musica e della sua diversità dalla tradizione classica europea.

Ma più che di musica, volevo parlare dell’origine creola di questa musica e del suo significato. Prendo spunto anche dalla lettura di un libro che è stato una bellissima sorpresa e che mi ha aperto molto nuove prospettive, come non succedeva dai tempi della lettura di Blues People del grande Leroi Jones (aka Amiri Baraka), di cui ho già scritto poco fa nel post sulla bibliografia musicale (che trovate più rapidamente attraverso il menù principale che si apre cliccando sul quadrato in alto a destra). L’opera del critico statunitense Eric Nisenson, Blue. Chi ha ucciso il Jazz? (Odoya Ed., scritto in originale nel 1997), al di là della polemica a volte un po’ aspra ed eccessiva con i neotradizionalisti alla Wynton Marsalis (grande musicista, meno grande come critico e organizzatore culturale, ma ne ho già parlato all’inizio di questo blog a proposito del documentario sul Jazz girato da Ken Burns), è illuminante e chiara riguardo alla storia della musica di origine (non solo) afroamericana nel secolo scorso e offre una chiave di lettura importante, legata proprio alla sua creoleness, che lascia poco spazio al purismo musicale e culturale e alla distinzioni basate sul colore della pelle (sia da parte dei bianchi che ad un certo punto hanno “rubato” negli anni ’50 il Blues ai neri, sia da parte dei neotradizionalisti che invece sostengono che solo gli afroamericani sanno cosa è il Blues). Le radici “sporche” nel quartiere a luci rosse di Storyville del Jazz, come anche i contributi arrivati da diverse fonti geografiche (i ritmi spagnoli, il Blues afroamericano, le bande militari francesi, la melodia strumentale degli italo-americani, le fanfare klezmer) rendono questa musica allergica alle categorizzazioni troppo rigide e, come sostiene Nisenson, forse l’approccio migliore è quello di apprezzare i cambiamenti e il movimento incessante di ricerca che ha animato i migliori esponenti musicali fin dai tempi di New Orleans. I musicisti migliori si valutano in base alla qualità musicale, non sulla loro provenienza. Quando ad esempio Django arrivò negli States, ottenne dai colleghi, anche dai più importanti jazzisti neri, grande stima e collaborazione. Senza dimenticare che questa musica nasce dal bisogno di libertà di un popolo schiavizzato paradossalmente proprio nella “patria della libertà”, Nisenson ricorda come anche artisti “arrabbiati” come Miles Davis o Charles Mingus abbiano apprezzato le collaborazioni musicali a prescindere dal colore della pelle dei componenti delle loro formazioni. Lo stesso vale per i più grandi dello Swing come Goodman e Krupa, che nel momento in cui il Jazz arrivava alle masse bianche (e al successo commerciale) non hanno dimenticato coloro da cui quella musica proveniva e hanno creato i primi combo misti dal punto di vista etnico, anche a costo di suscitare scandali, turbolenze e arresti in una nazione ancora fortemente segregazionista e razzista.

Concludo in musica come sempre il mio ragionamento, proponendo alcuni ascolti che credo significativi. Sentiamo ad esempio colui che addirittura sostenne di avere inventato il Jazz, il creolo di New Orleans Jelly Roll Morton, alle prese al piano con ritmi e strutture proprie della musica latina (che in particolare nella versione caraibica ha avuto molta influenza sullo Swing al tempo delle big band):

The Crave – Jelly Roll Morton (Original Version)

Oppure uno dei concerti più importanti del secolo scorso, quello che nel 1938 Benny Goodman con tanti straordinari ospiti tenne alla Carnegie Hall. Ecco un brano in cui lui e il trombettista Ziggy Elman, pure di origini ebraiche, ad un certo punto (2’33”) trasformano questa stupenda canzone (tratta da un musical yiddish), in una festa mitteleuropea, proprio nel tempio della musica classica newyorchese:

“Bei Mir Bist Du Schoen” by Benny Goodman from Live At Carnegie Hall 1938 Concert on Columbia

Ringraziamenti per l’attenzione e cordiali saluti a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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SWINGIN’ THE BLUES (per sapere cosa è lo Swing, citofonare COUNT BASIE)

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Gottlieb, William P., “Portrait of Count Basie and Bob Crosby, Howard Theater, Washington, D.C., ca. 1941” [The Library of Congress]

Molti appassionati, critici e musicisti non hanno dubbi: se Louis Armstrong fu Mr. Jazz (cit. Duke Ellington, uno che se ne intendeva), Mr. Swing fu lui, Count Basie. Il titolo di King of Swing fu assegnato per vari motivi sociali e meriti musicali al grande Benny Goodman, che segnò intorno al 1935 in positivo un’epoca di svolta, anche dal punto di vista culturale, grazie anche ai nuovi mezzi tecnologici (la radio in primis). Ma se potessimo contare il numero di ballerini che hanno mosso i loro piedi felici sulle note di una big band, vedremmo che l’onorata e lunga carriera dell’orchestra di Basie non ha avuto rivali, in termini quantitativi e qualitativi. William James “Count” Basie (1904-1984), nativo del New Jersey, ha infatti suonato e swingato fino alla fine dei suoi giorni, dirigendo in giro per il mondo una serie di successive incarnazioni della sua prima gloriosa big band, che hanno sempre fatto ascoltare (e ballare) del grandissimo Swing, pur non potendo mantenere il livello stratosferico della formazione degli anni ’30-’40 (quella che insieme all’orchestra di Ellington degli stessi anni è stata la più grande di tutti i tempi, con artisti e solisti del calibro di Lester Young al sax tenore, Jo Jones alla batteria, Buck Clayton e Harry Edison alle trombe, Vic Dickenson e Dicky Wells ai tromboni, Freddie Green alla chitarra ritmica, Walter Page al basso, oltre ovviamente al Conte seduto al piano).

Per raccontare la grandezza di questo artista e spiegare cosa sia lo Swing (inteso come sostantivo con la maiuscola, che indica un genere musicale Jazz sviluppatosi soprattutto negli anni ’30 e ’40, mentre come verbo e aggettivo può essere applicato anche a tanti altri tipi di musica), cominciamo allora proprio da una incisione dal vivo del 1940:

Lester Young – Count Basie Live In Boston 1940 ~ Take It, Pres

Proporrò solo esecuzioni live, perché il meglio dello Swing è sempre quello suonato dalle orchestre da ballo nelle loro interpretazioni dal vivo, in cui hanno più libertà di espressione e comunicazione con la pista e la sala. Come nota ad esempio anche Frankie Manning nella sua autobiografia, anche la big band di Basie sprigionava tutta la sua potenza “atomica” (cit. dell’album Atomic Basie) in questi momenti, che abbiamo la fortuna di potere ascoltare e vedere negli archivi musicali di YouTube. Tornando al primo ascolto, gli ingredienti fondamentali che rendono il suono di Basie inconfondibile ci sono tutti: la struttura a riff con cui si rispondono le diverse sezioni dell’orchestra (gli ottoni e le ance), il call and response che struttura il brano con l’alternarsi dei solisti e dell’orchestra al completo, la All-American Rhythm Section (piano, basso, batteria) che non smette mai di swingare, il piano di Basie che introduce e segue l’orchestra con pochi inconfondibili tocchi, emergendo nei momenti di break. Aggiungiamoci la qualità dei musicisti: Lester Young (per cui Basie compose il brano) che nei suoi assoli tiene sempre e volutamente la melodia un po’ dietro rispetto alla battuta, quasi fuori tempo (il che fa capire perché è stato il sassofonista più influente del Novecento, sia in ambito Jazz che RnB), Jo Jones che inventa un nuovo modo di tenere il ritmo con le spazzole e sottolinea a climax con il rullante, Freddie Green che non va mai in assolo con la chitarra, ma continua imperterrito a tenere il ritmo 4/4 con la sua chitarra.

Un altro esempio, questi due brani del 1941 (tra cui quello che dà il titolo a questo post):

COUNT BASIE – Swingin’ the Blues (1941)

Anche qui possiamo vedere e sentire il sound di Kansas City in tutta la sua potenza ritmica: composizioni basate sulle blue notes e sulla tipica struttura Blues, che sono suonate su un ritmo indiavolato e oscillante sostenuto dalla sezione ritmica dell’orchestra, su cui i solisti improvvisano. Basie non ha inventato tutto questo, visto che la sua orchestra fu il proseguimento di quella di Bennie Moten, la cui direzione ereditò alla scomparsa del direttore. Gli ingredienti principali c’erano già, ma Basie li miscela nella maniera migliore, grazie anche alla qualità dei suoi collaboratori. Il Conte era un pianista influenzato inizialmente dallo stile stride e boogie, da cui progressivamente tolse tutti gli orpelli e i virtuosismi, per sviluppare un stile pianistico molto più essenziale che serviva a sostenere e indirizzare il lavoro di tutta l’orchestra.

Non è un caso che molti dei brani interpretati da questa big band (di cui solo una piccola ma significativa parte composti dallo stesso Basie) portino nel titolo la definizione di Blues. Eccone un altro, che scelgo per la qualità, ma anche per il fatto che fu eseguito proprio da noi a Milano, nel 1960:

Count Basie “Blues in Frankie’s Flat” (Frank Foster solista)

Ammiriamo i solisti, tra cui il sax tenore di Frank Foster, mentre si alzano a turno per eseguire il loro assolo. Al contrario di altre formazioni, il ritmo su cui si danza non viene mai meno (gettando nel panico i ballerini), è sempre l’obiettivo centrale scandito incessantemente da basso-batteria-chitarra. E che dire del modo in cui il piano di Basie gioca in pochi preziosi momenti con i suoi orchestrali? Una lezione di umiltà e precisione quella del direttore dell’orchestra, che si mette al servizio dello Swing. Perché Basie ha dimostrato nei combo e nelle formazioni più ristrette di essere un grande solista al piano, ma lo riteneva uno sfoggio inutile quando suonava con le sue big band, che dovevano far divertire e ballare il pubblico.

Dedico un ultimo video a Freddie Green, musicista e amico fondamentale per Count Basie durante tutta la vita. Questo brano stupendo di una delle orchestre “tarde”, fu infatti composto dal chitarrista che fu l’unico membro sempre presente nei vari decenni di attività:

Count Basie Orchestra – Corner Pocket (1962)

Dimostra come non smise mai di swingare alla grande, anche quando alcuni dei migliori musicisti Jazz di tutti i tempi (Lester Young su tutti) non suonavano più da tempo con il Conte. E se nei decenni finali di attività, anche per motivi anagrafici, il ritmo rallentò a favore di melodie e arrangiamenti più dolci, il focus restò sempre il movimento, sia quello dei ballerini in pista che degli ascoltatori in sala da concerto (che tengono il ritmo anche loro, con i piedi).

Buono Swing a tutti da

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

Faccio un’eccezione e vi propongo anche un brano registrato in studio e non dal vivo. Ma diamine, sentite che Blues aveva ancora il Conte a 60 anni con la sua Big Band (maiuscole messe volutamente)!!!

https://www.youtube.com/watch?v=yYMHcVx6dx0

From Swing to Bop: le JAM SESSION

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Il titolo è un omaggio esplicito a Charlie Christian e alle registrazioni artigianali di un appassionato delle sue esibizioni in jam session al Minton’s Playhouse di New York nel 1941. Quei suoni improvvisati della sua chitarra elettrica hanno infatti non solo aperto l’era di questo strumento, che divenne sempre più protagonista negli anni a venire, ma hanno anche permesso di ricostruire il passaggio e la svolta musicale che alcuni musicisti delle big band Swing compierono negli anni ’40, inaugurando quello che fu chiamato Be Bop (onomatopea per descrivere i suoni veloci e scat-tanti di Bird e Diz): from Swing to Bop, per l’appunto.

Ma non è di quell’importantissimo documento sonoro che voglio parlare in questa sede. Ci sono infatti altri esempi meravigliosi e celebri di jam, che hanno fatto la storia della nostra musica. Questo genere di improvvisazione di gruppo, in cui a partire da una tema brevemente esposto e introdotto i solisti subentrano a turno, con uno spirito a metà tra la collaborazione e la sfida aperta, è stato praticato sia nell’Era dello Swing che nella successiva epopea Be Bop. E per la libertà che scaturiva da queste session notturne, meno formali dei concerti, è sempre stata una risorsa importante, generatrice di novità e sorprese.

Cominciamo ad esempio dal cosiddetto “Re dello Swing”, sua maestà Benny Goodman, che quando nel 1938 ebbe la possibilità di portare il Jazz dentro al tempio della musica classica, la Carnegie Hall, preparò un programma completo e ricco, che intendeva rendere omaggio a tutte le sfaccettature di questa musica, dagli inizi a New Orleans fino a New York, passando per la sua Chicago. E non poteva quindi mancare una lunga jam, che prese come spunto un famoso standard composto da Fats Waller. Come si può sentire dalle straordinarie registrazioni di questo evento epocale, il tema diventa secondario, rispetto alla maestria e all’estro dei solisti (del livello di Goodman stesso, Krupa, Basie, Hodges, Young, James, Clayton):

Honeysuckle Rose – Benny Goodman (Carnegie Hall, 1938)

Un altro celebre esempio di brano composto e pensato proprio come una jam fu quella che divenne non a caso la sigla di una delle migliori orchestre Swing di tutti i tempi (tanti dicono la migliore in realtà), la formazione capitanata da Count Basie. One o’clock Jump infatti è stato fin dall’inizio suonato con lo spirito di una jam session, in cui gli interpreti giocavano e volavano a partire dagli accordi scritti sul pentagramma dal Conte. Queste improvvisazioni davano il meglio ovviamente dal vivo e duravano spesso parecchio, come in questo esempio tratto da un concerto del 1957 al più importante festival Jazz dell’epoca, a Newport. Troviamo ancora il sax di Lester Young e il piano di Basie, insieme uno dopo l’altro al tenore di Illinois Jacquet, alla tromba di Roy “Little Jazz” Eldridge e alla batteria di Jo Jones:

One o’clock Jump – Count Basie (Newport, 1957)

A segnare il passaggio a improvvisazioni ancora più rivoluzionarie, che andavano oltre la melodia e gli accordi del tema e tenevano spesso soltanto le armonie degli standard suonati, fu non solo la chitarra di Charlie Christian, ma anche il nuovo modo di suonare la batteria proprio del batterista di Basie, Jo Jones, con il ruolo preminente dato ai cimbali per tenere il ritmo. Da lui prese ispirazione Kenny Clarke nelle formazioni che infiammavano i locali hipster affacciati sulla 52ma strada di New York verso la metà degli anni ’40, spesso con Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax alto e Oscar Pettiford al contrabbasso/violoncello.

Questo tipo di session divenne così importante per la musica Jazz che si cercò di riprodurla anche su disco, come nel caso delle registrazioni Jazz At The Philarmonic promosso dal grande impresario Norman Granz, che congegnò proprio una serie di pubblicazioni come raccolta dal vivo di lunghe sfide e scambi sonori tra solisti. Tra queste nel 1952 le performance in studio a Hollywood di personaggi del calibro di Charlie Bird Parker, Benny Carter, Ben Webster, Charlie Shavers, Oscar Peterson, Ray Brown e Barney Kessel (che mostra come la chitarra elettrica dopo Christian fosse diventato uno strumento solista a tutti gli effetti), impegnati in questa straordinaria jam su armonie Blues:

Charlie Parker – J.A.T.P. Blues (Hollywood, 1952)

Anche qui quindi troviamo l’incontro tra diversi periodi e stili del Jazz, che dialogano e si sfidano sui battiti ultra-rapidi della musica, scanditi da basso e batteria (che a loro volta diventano solisti in alcune sezioni).

Ho voluto fornire solo alcuni esempi importanti di questa forma musicale così caratteristica del Jazz, di tutto il Jazz (e non solo di ciò che è scaturito con il Be Bop, come a volte si pensa). Tante altre pagine straordinarie di musica si potrebbero citare, ma vorrei concludere accennando al ballo, visto che è un altro mio interesse e passione. Perché può sembrare a prima vista più difficile interpretare col movimento il volo pindarico dei solisti Jazz, ma non è anche più stimolante e soddisfacente lanciarsi su poliritmi e improvvisazioni, piuttosto che sempre su scansioni squadrati e regolari della musica? Non è in fondo questo anche il bello della vita, il piacere dell’imprevisto, cari “colleghi”?

😉

Mazz Jazz

A proposito di Jazz, Lindy Hop e Swing: lo sapevate che…

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Una breve rassegna di curiosità, notizie e fatti raccolti dallo scrivente secondo il proprio particolare e soggettivo punto di vista su questo meraviglioso mondo musicale.

JAZZ

  • Nel 1964 il celebre trombettista Dizzy Gillespie si candidò come indipendente alle elezioni presidenziali statunitensi. Dichiarò che in caso di vittoria la White House sarebbe diventata la Blues House e il suo governo sarebbe stato composto da: Duke Ellington (Secretary of State), Miles Davis (Director of the CIA), Max Roach (Secretary of Defense), Charles Mingus (Secretary of Peace), Ray Charles (Librarian of Congress), Louis Armstrong (Secretary of Agriculture), Mary Lou Williams (Ambassador to the Vatican), Thelonious Monk (Travelling Ambassador) and Malcolm X (Attorney General). Il ricavato della vendita dei materiali promozionali andò ad associazioni impegnati nella campagna per i diritti civili negli Stati Uniti (tra cui quella presieduta da Martin Luther King).
  • Django Reinhardt, francese di origine rom, quando fu scoperto come musicista viveva in una roulotte in un accampamento alle porte di Paris e suonava in strada.
  • Si dibatte ancora sul significato della parola Jazz: comparve per la prima volta nel 1913 come Jass e pare fosse un doppiosenso a sfondo sessuale, per indicare il “pepe” e il ritmo della musica Hot suonata a New Orleans.
  • Nella diffusione del Jazz nel mondo ebbero un ruolo fondamentale intellettuali statunitensi ed europei antifascisti (in particolare comunisti) come John Hammond e Charles Delaunay.
  • Non è del tutto vero che i regimi fascisti e nazisti proibirono il Jazz: era condannato come forma di musica degenerata perché d’origine negroide ed ebraica, ma vista la sua popolarità era a volte tollerata, a patto che fossero tradotti tutti i testi e non si desse troppo spazio al solismo e all’improvvisazione, a vantaggio di melodie più facili e leggere. Il ministro nazista Goebbels promosse addirittura per motivi di propaganda un’orchestra Swing, denominata Charlie and his orchestra.
  • Louis Armstrong fumò marijuana (le reefer cigarettes le cui qualità erano decantate in molti brani dell’epoca) durante tutta la sua vita e finì una volta in carcere per questo motivo. Scrisse anche una lettera al presidente Eisenhower per chiederne la legalizzazione.

LINDY HOP

  • Le orchestre preferite dal famoso ballerino Frankie Manning furono prima la formazione diretta da Chick Webb e dopo la scomparsa di quest’ultima la big band di Count Basie.
  • Al Savoy Ballroom nelle serate Swing non si ballava solo Lindy Hop, ma anche vari altri stili, tra cui Fox Trot, Big Apple, Charleston e perfino qualche Waltz!
  • Il Lindy Hop non è scomparso dopo la Seconda Guerra Mondiale, per essere riscoperto con il Revival che prese me mosse in Svezia e UK negli anni ’80 (con la riscoperta della figura di Manning); il Lindy rimase vivo nei quartieri neri di New York, grazie ad alcuni maestri e ballerini. In un certo senso restò a casa, prima di diffondersi nel mondo all’inizio del Ventunesimo Secolo.
  • Prima della riscoperta di Frankie come ambasciatore del Lindy Hop nel mondo, i ballerini più celebri erano considerati Al Minns e Leon James (che potete ammirare all’opera qui: Al & Leon at the Dupont Show of the Week). In effetti anche i non molti studi sulle danze Jazz di Harlem fino a circa 20 anni fa dimenticarono Manning, a favore di Al&Leon, che continuarono più a lungo la loro carriera (mentre Frankie divenne un postino).
  • Il primo provino di Billie Holiday fu come ballerina in uno speakeasy di Harlem. Per fortuna non era così brava, quindi per la fame si propose invece come cantante (dopo essere entrata di nascosto in alcuni locali in cui i neri e i poveri non erano ammessi).

SWING

  • Swing non è altro che un nome dato al Jazz per “scolorirlo” dalla connotazione razziale e “ripulirlo” dai doppisensi, in modo da poterlo offrire più facilmente al grande pubblico statunitense. In precedenza i dischi Jazz erano tradizionalmente rivolti al pubblico coloured e venivano chiamati race records (definizione che durerà fino a quando fu coniato alla fine degli anni ’40 il nome di rhythm and blues).
  • Molti degli artisti di colore durante l’Era dello Swing suonavano in locali in cui non sarebbero potuti entrare come spettatori o ballerini a causa della segregazione. Spesso durante i tour in giro per gli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, dovevano mangiare da soli sui bus o in macchina, perché non accettati nei ristoranti. Alcuni musicisti bianchi, come Gene Krupa, finirono in carcere per avere protestato contro questa assurdità.
  • Non è facile stabilire quale fu la prima formazione “mista” composta da musicisti bianchi e neri. La maggior parte dei critici assegna questo primato a Benny Goodman, alcuni all’orchestra diretta da Charlie Barnet.
  • Per qualche decennio i critici musicali favorevoli al cosiddetto Jazz moderno criticarono lo Swing come musica troppo facile e commerciale, dimenticando che praticamente tutti i Beboppers cominciarono e si formarono proprio nelle big band degli anni ’30 e ’40.
  • Alcuni celebri artisti protagonisti dell’Era dello Swing continuarono la loro carriera confrontandosi senza problemi e con coraggio con le nuove tendenze musicali del Jazz e suonando insieme ad alcuni dei più importanti giovani: tra questi sicuramente Coleman Hawkins, Duke Ellington e Pee Wee Russel.
  • la sigla del celebre programma televisivo degli anni ’80 Drive In non è altro che un mascheramento del famoso brano Chattanooga Choo Choo, portato al successo dall’orchestra di Glenn Miller.

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80 ANNI DI “SWING CRAZE”

BennyGoodmanPalomar

Pochi giorni fa, il 21 agosto 2015 si è celebrato un anniversario importante per chi ama la musica Jazz: sono passati infatti esattamente 80 anni dal concerto che la big band diretta da Benny Goodman tenne alla Palomar Ballroom di Los Angeles il 21 agosto 1935. Giusto celebrare quella che è convenzionalmente considerata la data d’inizio della Swing Craze, quella “follia” per il ritmo di origine afroamericana che ha (per fortuna) resistito fino al giorno d’oggi, tanto da vedere addirittura in questi anni un ritorno in auge in grande stile della musica e dello stile anni ’30-’40.

Giunti verso la fine di un tour che li portò in giro per gli States con esiti alquanto deludenti, Benny e i suoi grandi orchestrali arrivarono a Los Angeles sulla West Coast piuttosto scoraggiati, dopo avere a più riprese dovuto rinunciare durante le esibizioni allo scatenato ritmo Swing a favore delle melodie più leggere e commerciali richieste dal pubblico. Ma il 21 agosto 1935 avvenne qualcosa di speciale, la congiunzione di alcuni elementi unici che resero quella serata storica: un pubblico giovane con tanta voglia di ballare, la trasmissione radiofonica in diretta che raggiunse per il fuso orario la East Coast nell’orario serale di maggior ascolto, la voglia dei musicisti di suonare senza se e senza ma i meravigliosi arrangiamenti di Fletcher Henderson (il vero inventore dello Swing per big band che tanto amiamo).

Per farsi un’idea di quello di cui stiamo parlando, torna ancora utile un reperto audio trovato su YouTube, che testimonia la trasmissione radiofonica dal vivo (dal titolo Let’s dance, sigla dell’orchestra di Goodman) trasmessa il giorno seguente dalla stessa ballroom losangelina:

Benny Goodman at the Palomar Ballroom (22/08/1935)

E al ritorno a Chicago e New York fu il trionfo, tanto che gli storici e i critici ritengono i dieci anni seguenti negli Stati Uniti l’età d’oro per eccellenza dello Swing. Unepoca in cui il Jazz con la sua qualità musicale raggiunse i giovani e le vette delle classifiche di vendita. La nostra musica non era più solo veicolata dai race records, i dischi riservati ad un pubblico afroamericano ancora segregato (anche nelle piste da ballo, con l’importante eccezione del Savoy di cui abbiamo parlato in un precedente post), ma veniva ballata e ascoltata indistintamente da bianchi e neri, presi dala frenesia del ritmo e dalla gioia sprigionata dagli assoli dei musicisti.

Un miracolo che si è raramente ripetuto in seguito: non solo la qualità artistica della musica Jazz che raggiunge il successo commerciale e domina le trasmissioni radiofoniche, ma anche una musica nata negli USA dagli “straccioni” e dai discriminati (neri, ebrei, creoli, migranti italoamericani e di altra provenienza geografica) che diventa la musica di tutti, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza e dal colore della pelle.

Un miracolo quindi che va ricordato e ballato intensamente, fino a quando si riaccendono le luci sul dancefloor per mandarci a dormire.

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