La più importante JAM SESSION SWING – GOODMAN @ CARNEGIE HALL (1938)

Goodman 1

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Anche questa volta, spazio soprattutto alla musica, senza troppi orpelli e parole.

Non si può però non introdurre uno dei concerti più famosi di tutti i tempi, l’esordio di Benny Goodman nel tempio newyorchese della musica classica, registrato dal vivo il 16 gennaio 1938. Testimonianza fondamentale di un passaggio decisivo per la diffusione del Jazz presso il largo pubblico e il cambiamento epocale che va sotto il nome di Swing Era. E per l’occasione speciale il generoso e ambiziono King of Swing volle con sé il meglio del Jazz dell’epoca, con rappresentanti delle orchestre migliori di tutti i tempi: Ellington (presente attraverso Carney, Williams e soprattutto un Hodges in grandissima forma al sax contralto) e Basie (lui stesso al piano, poi l’intera mitica All American Rhythm Section e Clayton e Lester Young al tenore!). Oltre ovviamente ai suoi grandi solisti, sia della big band (James e Elman alla tromba e Krupa alla batteria, tra gli altri) che dei piccoli combo (Hampton strepitoso).

Insomma, un live leggendario da gustare dalla prima all’ultima nota, pubblicato nel 1950 con la simpatica introduzione ai brani dello stesso direttore d’orchestra (come potrete sentire anche nel brano oggetto di questo post).

Ma veniamo alla Jam Session che ha fatto la storia dello Swing, quella che per circa 16 minuti realizzò nel teatro più famoso di New York la magia di un piccolo club fumoso notturno, portando l’arte dell’improvvisazione ai suoi massimi livelli in un luogo dove mai era arrivata. Sul tema di Honeysuckle Rose del grande Fats Waller, il cui tema è a gran ritmo suonato a inizio e fine della session, partono una serie di assoli che gareggiano per maestria, swing e fantasia. Perché le Jam Session non sono state inventate dal Be Bop negli anni ’40, ma da New Orleans in poi, anche se in forme diverse, hanno attraversato la storia del Jazz. Anche nell’epoca in cui veniva chiamato Swing!

Insomma, la perizia e l’estro di questi artisti si manifesta nella magia dell’improvvisazione e se è impossibile stilare una graduatoria, i gusti personali mi portano a sottolinearvi l’esibizione di alcuni dei 10 che si cimentano in questa impresa (nell’ordine dei solos: Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton): Lester Young che nei suoi due spazi ci mostra col suo sax sempre un po’ dietro il ritmo perché fu influenza fondamentale per tanto del Jazz successivo, Count Basie che mette a tacere definitivamente tutti i dubbi sulla sua bravura non esibizionistica al piano, Johnny Hodges che lascia senza fiato dall’inizio alla fine, Benny Goodman che mette in chiaro perché il clarinetto è lo strumento per eccellenza del Jazz classico, Freddie Green che prende uno dei pochi assoli di tutta la sua lunghissima e luminosa carriera (!!!), Harry James infine che sorprende quasi per l’inventiva alla tromba, un po’ messa in secondo piano nel resto della sua carriera di successo.

Ecco qui questa perla musicale:

“Honeysuckle Rose Jam Session” – Carnegie Hall 1938

Buon divertimento e buon ascolto a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Una chicca trovata su Internet: qui la riproduzione originale del programma della serata del 16/01/1938!

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Believe it or not: this mught really be the most important Jam Session in all the Jazz history. For sure during the Swing Era, because for the first time the King of Swing was invited to play in the temple of classical music in New York, the Carnegie Hall. The all concert is one of the most famous one and it worth a listening from the beginning ‘til the end. In this record released in 1950 you can also hear the friendly intros of Benny Goodman itself to every song.

And what about this unique Jam Session, played by some of the most important Jazz musicians members of the most important big bands, such as Goodman (James, Krupa), Ellington (Carney, Hodges) and Basie (Green, Page, Young, Basie itself). Because the Jam Session were surely not invented by Be Bop artists, but since New Orleans were the most original and improvisative part of Jazz. And you can hear it at the top, with a lot of solos played by the 10 artists involved in this session: in order Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton.

I mean, listen to the tenor sax of Lester Young, to the alto of Johnny Hodges in full effect, to the Maestro level of Count Basie and Benny Goodman at their instruments, to the surprising Harry James at the trumpet. And, last but not least: the mighty Freddie Green playing one of his unique guitare solos!!!

It really worth dedicated approx 16 minutes to this musical pearl.

What can I say? Enjoy!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

Goodman 2

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Cosa è il Jazz: un richiamo d’amore creolo (cit. Ellington)

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Partiamo da questo brano meraviglioso, opera di uno dei più grandi compositori del Novecento, Duke Ellington:

Adelaide Hall, Duke Ellington and his Orchestra – Creole Love Call (1927)

Nel 1927 Adelaide Hall cantò questa musica soave con dei vocalizzi senza testo che accompagnavano la musica. Una scelta modernissima e un effetto straordinario, che rende la voce umana uno strumento a tutti gli effetti, in buonissima compagnia (sentite ad esempio l’assolo straordinario alla tromba di Bubber Miley). Come dice il titolo è un canto, un richiamo d’amore creolo. Che ci fa pensare a New Orleans e alle origini interculturali del Jazz, nato dalla confluenza di fiumi e culture diverse, a partire dalle radici Blues afroamericane.

Interessante ascoltare anche questa versione successiva del Duca, senza voce (e quindi a mio modesto parere meno affascinante):

Duke Ellington – Creole Love Call (1932)

Giusto dire, per la completezza, che questa straordinaria composizione era in realtà una reinterpretazione di un tema scritto nel 1923 dal primo King del Jazz, Joe Oliver, leader della King Oliver’s Creole Jazz Band (e il nome non fu scelto a caso).

King Oliver’s Creole Jazz Band:- “Camp Meeting Blues”

Capita in tutta la storia del Jazz che opere precedenti siano prese d’ispirazione per rifacimenti e nuove versioni. Fa parte della grandezza di questa musica e della sua diversità dalla tradizione classica europea.

Ma più che di musica, volevo parlare dell’origine creola di questa musica e del suo significato. Prendo spunto anche dalla lettura di un libro che è stato una bellissima sorpresa e che mi ha aperto molto nuove prospettive, come non succedeva dai tempi della lettura di Blues People del grande Leroi Jones (aka Amiri Baraka), di cui ho già scritto poco fa nel post sulla bibliografia musicale (che trovate più rapidamente attraverso il menù principale che si apre cliccando sul quadrato in alto a destra). L’opera del critico statunitense Eric Nisenson, Blue. Chi ha ucciso il Jazz? (Odoya Ed., scritto in originale nel 1997), al di là della polemica a volte un po’ aspra ed eccessiva con i neotradizionalisti alla Wynton Marsalis (grande musicista, meno grande come critico e organizzatore culturale, ma ne ho già parlato all’inizio di questo blog a proposito del documentario sul Jazz girato da Ken Burns), è illuminante e chiara riguardo alla storia della musica di origine (non solo) afroamericana nel secolo scorso e offre una chiave di lettura importante, legata proprio alla sua creoleness, che lascia poco spazio al purismo musicale e culturale e alla distinzioni basate sul colore della pelle (sia da parte dei bianchi che ad un certo punto hanno “rubato” negli anni ’50 il Blues ai neri, sia da parte dei neotradizionalisti che invece sostengono che solo gli afroamericani sanno cosa è il Blues). Le radici “sporche” nel quartiere a luci rosse di Storyville del Jazz, come anche i contributi arrivati da diverse fonti geografiche (i ritmi spagnoli, il Blues afroamericano, le bande militari francesi, la melodia strumentale degli italo-americani, le fanfare klezmer) rendono questa musica allergica alle categorizzazioni troppo rigide e, come sostiene Nisenson, forse l’approccio migliore è quello di apprezzare i cambiamenti e il movimento incessante di ricerca che ha animato i migliori esponenti musicali fin dai tempi di New Orleans. I musicisti migliori si valutano in base alla qualità musicale, non sulla loro provenienza. Quando ad esempio Django arrivò negli States, ottenne dai colleghi, anche dai più importanti jazzisti neri, grande stima e collaborazione. Senza dimenticare che questa musica nasce dal bisogno di libertà di un popolo schiavizzato paradossalmente proprio nella “patria della libertà”, Nisenson ricorda come anche artisti “arrabbiati” come Miles Davis o Charles Mingus abbiano apprezzato le collaborazioni musicali a prescindere dal colore della pelle dei componenti delle loro formazioni. Lo stesso vale per i più grandi dello Swing come Goodman e Krupa, che nel momento in cui il Jazz arrivava alle masse bianche (e al successo commerciale) non hanno dimenticato coloro da cui quella musica proveniva e hanno creato i primi combo misti dal punto di vista etnico, anche a costo di suscitare scandali, turbolenze e arresti in una nazione ancora fortemente segregazionista e razzista.

Concludo in musica come sempre il mio ragionamento, proponendo alcuni ascolti che credo significativi. Sentiamo ad esempio colui che addirittura sostenne di avere inventato il Jazz, il creolo di New Orleans Jelly Roll Morton, alle prese al piano con ritmi e strutture proprie della musica latina (che in particolare nella versione caraibica ha avuto molta influenza sullo Swing al tempo delle big band):

The Crave – Jelly Roll Morton (Original Version)

Oppure uno dei concerti più importanti del secolo scorso, quello che nel 1938 Benny Goodman con tanti straordinari ospiti tenne alla Carnegie Hall. Ecco un brano in cui lui e il trombettista Ziggy Elman, pure di origini ebraiche, ad un certo punto (2’33”) trasformano questa stupenda canzone (tratta da un musical yiddish), in una festa mitteleuropea, proprio nel tempio della musica classica newyorchese:

“Bei Mir Bist Du Schoen” by Benny Goodman from Live At Carnegie Hall 1938 Concert on Columbia

Ringraziamenti per l’attenzione e cordiali saluti a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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