La più importante JAM SESSION SWING – GOODMAN @ CARNEGIE HALL (1938)

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PLEASE FIND ENGLISH VERSION BELOW

Anche questa volta, spazio soprattutto alla musica, senza troppi orpelli e parole.

Non si può però non introdurre uno dei concerti più famosi di tutti i tempi, l’esordio di Benny Goodman nel tempio newyorchese della musica classica, registrato dal vivo il 16 gennaio 1938. Testimonianza fondamentale di un passaggio decisivo per la diffusione del Jazz presso il largo pubblico e il cambiamento epocale che va sotto il nome di Swing Era. E per l’occasione speciale il generoso e ambiziono King of Swing volle con sé il meglio del Jazz dell’epoca, con rappresentanti delle orchestre migliori di tutti i tempi: Ellington (presente attraverso Carney, Williams e soprattutto un Hodges in grandissima forma al sax contralto) e Basie (lui stesso al piano, poi l’intera mitica All American Rhythm Section e Clayton e Lester Young al tenore!). Oltre ovviamente ai suoi grandi solisti, sia della big band (James e Elman alla tromba e Krupa alla batteria, tra gli altri) che dei piccoli combo (Hampton strepitoso).

Insomma, un live leggendario da gustare dalla prima all’ultima nota, pubblicato nel 1950 con la simpatica introduzione ai brani dello stesso direttore d’orchestra (come potrete sentire anche nel brano oggetto di questo post).

Ma veniamo alla Jam Session che ha fatto la storia dello Swing, quella che per circa 16 minuti realizzò nel teatro più famoso di New York la magia di un piccolo club fumoso notturno, portando l’arte dell’improvvisazione ai suoi massimi livelli in un luogo dove mai era arrivata. Sul tema di Honeysuckle Rose del grande Fats Waller, il cui tema è a gran ritmo suonato a inizio e fine della session, partono una serie di assoli che gareggiano per maestria, swing e fantasia. Perché le Jam Session non sono state inventate dal Be Bop negli anni ’40, ma da New Orleans in poi, anche se in forme diverse, hanno attraversato la storia del Jazz. Anche nell’epoca in cui veniva chiamato Swing!

Insomma, la perizia e l’estro di questi artisti si manifesta nella magia dell’improvvisazione e se è impossibile stilare una graduatoria, i gusti personali mi portano a sottolinearvi l’esibizione di alcuni dei 10 che si cimentano in questa impresa (nell’ordine dei solos: Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton): Lester Young che nei suoi due spazi ci mostra col suo sax sempre un po’ dietro il ritmo perché fu influenza fondamentale per tanto del Jazz successivo, Count Basie che mette a tacere definitivamente tutti i dubbi sulla sua bravura non esibizionistica al piano, Johnny Hodges che lascia senza fiato dall’inizio alla fine, Benny Goodman che mette in chiaro perché il clarinetto è lo strumento per eccellenza del Jazz classico, Freddie Green che prende uno dei pochi assoli di tutta la sua lunghissima e luminosa carriera (!!!), Harry James infine che sorprende quasi per l’inventiva alla tromba, un po’ messa in secondo piano nel resto della sua carriera di successo.

Ecco qui questa perla musicale:

“Honeysuckle Rose Jam Session” – Carnegie Hall 1938

Buon divertimento e buon ascolto a tutti!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Una chicca trovata su Internet: qui la riproduzione originale del programma della serata del 16/01/1938!

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Believe it or not: this mught really be the most important Jam Session in all the Jazz history. For sure during the Swing Era, because for the first time the King of Swing was invited to play in the temple of classical music in New York, the Carnegie Hall. The all concert is one of the most famous one and it worth a listening from the beginning ‘til the end. In this record released in 1950 you can also hear the friendly intros of Benny Goodman itself to every song.

And what about this unique Jam Session, played by some of the most important Jazz musicians members of the most important big bands, such as Goodman (James, Krupa), Ellington (Carney, Hodges) and Basie (Green, Page, Young, Basie itself). Because the Jam Session were surely not invented by Be Bop artists, but since New Orleans were the most original and improvisative part of Jazz. And you can hear it at the top, with a lot of solos played by the 10 artists involved in this session: in order Lester Young, Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges, rhythm section Count Basie + Freddie Green + Walter Page + Gene Krupa, Carney, Goodman, Green, James, Young, Clayton.

I mean, listen to the tenor sax of Lester Young, to the alto of Johnny Hodges in full effect, to the Maestro level of Count Basie and Benny Goodman at their instruments, to the surprising Harry James at the trumpet. And, last but not least: the mighty Freddie Green playing one of his unique guitare solos!!!

It really worth dedicated approx 16 minutes to this musical pearl.

What can I say? Enjoy!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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Una breve antologia di 110 ANNI di JAZZ BALLABILE – A brief ANTHOLOGY OF 110 YEARS of DANCEABLE JAZZ

Nulla più che una breve compilation, assemblata e selezionata dal sottoscritto, per dare un’idea veloce (e spero divertente) di come la musica Jazz e il ballo si siano evoluti negli anni. Astenersi puristi e tradizionalisti. Il Jazz ballabile è una storia musicale lunga e gloriosa, unita da radici comuni (il Blues) e andamento ritmico (swing e groove). Parola di fonomescitore! 😉

Buon divertimento, buon ascolto e buon ballo,

Mazz Jazz aka Professor Bop

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GLI ANNI ’10 – IN THE ’10s

Le prime incisioni in assoluto di Jazz della Original Dixieland Jazz Band capitanata dall’italoamericano Nick La Rocca già restituiscono bene il suono che nacque nei quartieri poveri di New Orleans e poi migrò al Nord e nel mondo. Una musica fatta per strada o nei locali malfamati, per intrattenere e divertire attraverso il movimento.

“Livery Stable Blues” – The Original Dixieland Jazz Band (1917)

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GLI ANNI ’20 – IN THE ’20s

Potrebbe mai mancare in qualsiasi antologia del Jazz Louis Armstrong? No, quindi eccolo qui con i suoi fuochi d’artificio e i suoi Hot Five, tra cui in questa formazione anche il grande pianista e compositore (e poi direttore di big band) Earl Hines. Il ritmo indiavolato è arrivato a Chicago e New York e continua a infiammare i club.

Louis Armstrong and his Hot Five – “Fireworks” (1928)

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GLI ANNI ’30 – IN THE ’30s

Con la Swing Era il Jazz diventa la colonna sonora principale, non solo negli Stati Uniti. Le ballroom esplodono e il Savoy di Harlem è giustamente ancora celebrato, anche per la sua importanza sociale (una dei pochi locali pubblici in cui bianchi e neri potevano ballare insieme, nei decenni della segregazione). E qui una versione unica che restituisce l’atmosfera di quelle serate:

“St. Louis Blues” – Ella Fitzgerald & Chick Webb at the Savoy Ballroom (1939)

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GLI ANNI ’40 – IN THE ’40s

Lo Swing, baby. Un fenomeno di costume, sociale e culturale che ha dato i suoi frutti maturi in questa decade, portando alla nascita anche altri fermenti, come il Be Bop e l’Early RnB, nati entrambi in seno alle big band dei grandi direttori, a partire dalla formazione di colui che fu nominato The King of Swing.

“Give Me The Simple Life” – Benny Goodman (1946)

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GLI ANNI ’50 – IN THE ’50s

Se da una parte tutti pensano a questo decennio come quello del RnR, orchestre come quella di Basie non persero mai il proprio tiro super swingante e attraversarono tutte le epoche girando il mondo e suonando dal vivo (espressione massima di questa musica), cogliendo spunti dalle altre correnti musicali, ma mantenendo sempre al centro quel suono caratteristico di Kansas City che unì le generazioni del Jazz a cavallo della metà del Novecento.

Count Basie – “Lullaby Of Birdland” (1958)

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GLI ANNI ’60 – IN THE 60s

Forti iniezioni di Soul e richiami alla storia della musica black entrano sempre più nel Jazz, richiamando le radici originarie del Blues e del ritmo di origine (non solo) afroamericana. Gli anni ’60 sono un periodo di sperimentazione sociale, politica e artistica. Ne sono prova anche nel nostro campo i nuovi fermenti che animano case discografiche come la celebre Blue Note, che pubblica questo album di cosiddetto Soul-Jazz, che avrà un successo inaspettato e strepitoso (tanto da essere ancora oggi campionato e imitato da vari musicisti).

“The Sidewinder” – Lee Morgan (1963)

 

 

The Sidewinder : Lee Morgan

GLI ANNI ’70 – IN THE ’70s

Artisti come Herbie Hancock furono molto criticati per avere portato un groove funky ed elettronico nella musica Jazz. Come che sia, sta di fatto che questo tipo di sonorità influenzarono anche altri grandi come Miles Davis, che cercarono in questo modo di aggiornare il Verbo musicale che aveva radici nel Blues. A voi l’ascolto:

Herbie Hancock – “Chameleon” (1973)

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GLI ANNI ’80 – IN THE ’80s

Il dilagare della fusion, con esisti spesso non troppo felici, fu accompagnato da una reazione musicale, che restava più legata alla tradizione del Jazz, nelle sue forme Hard Bop e poi Hot Jazz. Wynton Marsalisè senza dubbio l’artista che incarna questo movimento, che non ha innovato la storia musicale, ma ha di sicuro regalato qualità e bravura musicale. Eccolo all’inizio della sua carriera, interprete di un classico con una delle formazioni Jazz più longeve e di successo, i Jazz Messengers:

“Moanin'” – Art Blakey & The Jazz Messengers (with Marsalis) (1980)

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GLI ANNI ’90 – IN THE ’90s

In una fase di ristagno creativo, furono altre forme musicali come l’Hip Hop a creare occasioni muove di incontro, all’insegna della musica Black. Il compianto Guru, in compagnia di Dj Premier e musicisti Jazz come Ronny Jordan e Donald Byrd, con il progetto Jazzmatazz segnò di sicuro un punto a favore dell’integrazione e della qualità musicale.

Guru Featuring Donald Byrd – “Loungin'” (1993)

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GLI ANNI 2000 – IN THE 2000s

Sempre alla ricerca di nuove forme d’espressione e ispirazione, alimentato dalla creatività e dall’incontro tra culture diverse, il Jazz aveva da tempo scoperto il ritmo e le melodie latinoamericane. Un importante esponente di questa scuola è stato il cubano Arturo Sandoval, che ascoltiamo qui in un’interpretazione sempre attuale del famoso brano composto da Dizzy Gillespie molti decenni prima.

Arturo Sandoval – A night in Tunisia (2001)

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LA NOSTRA DECADE – OUR DECADE

In una fase che ancora stenta a trovare innovazioni decisive e nuove svolte, forme più commerciali di Jazz emergono e raccolgono consensi. Come nel caso di Gregory Porter, che negli ultimi anni ha vinto molti riconoscimenti ed è stato in grado di riportare nelle classifiche questo genere di musica.

Gregory Porter – “Liquid Spirit” (2013)

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E il futuro cosa ci riserverà? Non dobbiamo dubitarne: questa musica continuerà a stupirci e a farci muovere, regalando gioia e ritmo.

🙂

 

 

 

 

 

The soundtrack of the FRANKIE MANNING’S AUTOBIOGRAPHY

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So here I am finally starting the english version of this blog with this post about a little work I made a few years ago, when I was so entusiastic about this music and dance, that that I read through all the Frankie Manning’s autobiography searching for the songs and artists mentioned by one of the most famous lindyhoppers in the world.

This is the book I’m talking about, I guess most of you already knows it. What I missed was a sort of soundtrack that can be inspired by Frankie’s life, so I provided a playlist including all the tracks and musicians mentioned in this wonderful book, a true story of the brilliant but tragic past century. A story from an afroamerican point of view into the show business, where a little bit of integration was faster, compared to the segregation into US society.

So most of the book is about Harlem during the ’30s and ’40s and of course there’s a lot about the Savoy Ballroom, but what I found very interesting is also what happened after the Second World War. Musically speaking, also most of the songs are from the Swing Era, a period that Manning lived very powerfully. You can find in my playlist some of the best black big bands of all times, Frankie’s favourites like Chick Webb and then Count Basie. But there is also some very good Hot Jazz from Fats Waller for instance and some of the first true swing big bands (the likes of Henderson, Redman, Ellington). Plus some of the most successfull white orchestras of the times when Frankie swung his life out (Dorsey, Hill).

There are 35 tracks and most of them are directly mentioned by Frankie, but some are added under my choice, between the artists that are only written without a specific quote of one of their composition. Plus, a few ones are choosen between the most influencial artists of the beginning of the Swing Era described by this book.

My intention was not to provide a sort of “best of”, what you can better find for instance here, but to tell a story through the wonderful Jazz music of the 20th century.

So please find at this link my playlist, I hope you’ll enjoy and share (quoting the source and without commercial use, following the Creative Commons licence of this blog) my playlist, a tribute to a great man and to the most wonderful Jazz and Swing music:

Frankie Manning’s Autobiography Soundtrack

I was very happy to read on Facebook that my qork was appreciated by the Frankie Manning Foundation and here I am again share this with all of you, in order to enjoy good music inspired by the best Lindy Hop stories of the 20th century.

All the best to our happy feets then,

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

My intention is to provide more and more an english translation of this blog, but it is often quicker to use my language as a native speaker. I see many posts are read also abroad and I want to thank all of you for the patience and attention.

La colonna sonora dell’AUTOBIOGRAFIA DI FRANKIE MANNING

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Qualche anno fa, in fase di pieno entusiasmo e passione per questi ritmi di danza, mi cimentai in una piccola “impresa”: annotare e ricercare tutte le musiche e gli autori citati dal grande ballerino di Lindy Hop Frankie Manning nella sua autobiografia (disponibile anche in traduzione italiana, pubblicata nel 2014 e reperibile qui).

Il libro, uscito nel 2007, credo lo conosca la maggior parte di voi, non spendo quindi troppe parole a presentarlo. Racconta la storia di una persona importante per il nostro mondo, perché fu tra i principali protagonisti della diffusione del Lindy Hop nella Harlem degli anni ’30 e ’40 (anche se quello che si può considerarne a torto o ragione l’inventore, Shorty George Snowden, ne ballava una prima versione Breakaway già alla fine degli anni ’20). Merita non solo per l’autobiografia del simpatico Frankie, ma perché è uno spaccato di storia afroamericana del Novecento, con particolare attenzione al mondo dello spettacolo (in cui qualche forma di integrazione si fece spazio un poco prima rispetto al resto della società statunitente). Tanti racconti del Savoy, ma anche dei viaggi in tour per il mondo, della Seconda Guerra Mondiale e del periodo successivo da impiegato postale. Fino a quando il Lindy, che non era mai scomparso da Harlem ma vi era rimasto un po’ confinato come in un ritorno alle radici, fu riscoperto in Europa e cominciò l’allegro revival di cui siamo ancora parte.

Venendo alla musica che ho raccolto, emergono chiaramente i gusti musicali di uno dei principali ballerini professionisti swing del secolo scorso: tante big band e Jazz a gogò! La predilezione di Manning fu prima per la band di Chick Webb, resident nel mitico Savoy in cui lui ballava, poi per la formazione di Count Basie, che a detta di molti è stata per diversi decenni l’orchestra Swing per eccellenza. Troverete quindi nella playlist che ho assemblato brani interpretati da queste big band, ma anche Hot Jazz scatenato (Waller), il primo Swing proposto dalle grandi orchestre black dell’epoca (Henderson, Ellington, Don Redman) e super orchestre Swing bianche di successo a New York e non solo in quegli anni (Dorsey, Hill).

Vi lascio volentieri il gusto della scoperta, sono 35 brani che vengono per la maggior parte citati nell’autobiografia. Una parte invece sono stati scelti dal sottoscritto, selezionando gli autori di cui viene citato il nome e non qualche esecuzione specifica. In pochissimi casi invece, non potendo trovare né brano né autore, ho inserito dei brani vicini per periodo ed esecutore, spero sena distanziarmi troppo dalle indicazioni dell’autore. Il ritmo vola veloce, Frankie amava soprattutto nella prima parte della sua carriera (a cui fa riferimento la maggior parte dei brani) scatenarsi anche in acrobazie agili e rapide che lasciavano di stucco il pubblico dei ballerini.

Sono uscite negli ultimi anni della sua vita alcune pubblicazioni discografiche che raccoglievano il suo best of, come questo disco. Ho voluto invece in questa playlist raccogliere una colonna sonora della sua vita e dei brani che hanno segnato i periodi cruciali di un’esistenza a tutto Swing.

Non mi resta che proporvi il link alla playlist, che è a disposizione di tutti su Spotify. Vi sarei grato se la voleste ascoltare e diffondere, citando la fonte (e senza utilizzazioni commerciali non autorizzate, nella spirito della licenza Creative Commons di questo blog):

Frankie Manning’s Autobiography Soundtrack

Buon divertimento per i nostri happy feet!

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

PS

Il prossimo post del blog sarà la traduzione in inglese di questo, per potere raggiungere anche il pubblico estero che a quanto risulta dalle statistiche consulta queste pagine. Già ai tempi della realizzazione di questa playlist fui onorato di ricevere i complimenti da parte della della Frankie Manning Foundation.

SWINGIN’ THE BLUES (per sapere cosa è lo Swing, citofonare COUNT BASIE)

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Gottlieb, William P., “Portrait of Count Basie and Bob Crosby, Howard Theater, Washington, D.C., ca. 1941” [The Library of Congress]

Molti appassionati, critici e musicisti non hanno dubbi: se Louis Armstrong fu Mr. Jazz (cit. Duke Ellington, uno che se ne intendeva), Mr. Swing fu lui, Count Basie. Il titolo di King of Swing fu assegnato per vari motivi sociali e meriti musicali al grande Benny Goodman, che segnò intorno al 1935 in positivo un’epoca di svolta, anche dal punto di vista culturale, grazie anche ai nuovi mezzi tecnologici (la radio in primis). Ma se potessimo contare il numero di ballerini che hanno mosso i loro piedi felici sulle note di una big band, vedremmo che l’onorata e lunga carriera dell’orchestra di Basie non ha avuto rivali, in termini quantitativi e qualitativi. William James “Count” Basie (1904-1984), nativo del New Jersey, ha infatti suonato e swingato fino alla fine dei suoi giorni, dirigendo in giro per il mondo una serie di successive incarnazioni della sua prima gloriosa big band, che hanno sempre fatto ascoltare (e ballare) del grandissimo Swing, pur non potendo mantenere il livello stratosferico della formazione degli anni ’30-’40 (quella che insieme all’orchestra di Ellington degli stessi anni è stata la più grande di tutti i tempi, con artisti e solisti del calibro di Lester Young al sax tenore, Jo Jones alla batteria, Buck Clayton e Harry Edison alle trombe, Vic Dickenson e Dicky Wells ai tromboni, Freddie Green alla chitarra ritmica, Walter Page al basso, oltre ovviamente al Conte seduto al piano).

Per raccontare la grandezza di questo artista e spiegare cosa sia lo Swing (inteso come sostantivo con la maiuscola, che indica un genere musicale Jazz sviluppatosi soprattutto negli anni ’30 e ’40, mentre come verbo e aggettivo può essere applicato anche a tanti altri tipi di musica), cominciamo allora proprio da una incisione dal vivo del 1940:

Lester Young – Count Basie Live In Boston 1940 ~ Take It, Pres

Proporrò solo esecuzioni live, perché il meglio dello Swing è sempre quello suonato dalle orchestre da ballo nelle loro interpretazioni dal vivo, in cui hanno più libertà di espressione e comunicazione con la pista e la sala. Come nota ad esempio anche Frankie Manning nella sua autobiografia, anche la big band di Basie sprigionava tutta la sua potenza “atomica” (cit. dell’album Atomic Basie) in questi momenti, che abbiamo la fortuna di potere ascoltare e vedere negli archivi musicali di YouTube. Tornando al primo ascolto, gli ingredienti fondamentali che rendono il suono di Basie inconfondibile ci sono tutti: la struttura a riff con cui si rispondono le diverse sezioni dell’orchestra (gli ottoni e le ance), il call and response che struttura il brano con l’alternarsi dei solisti e dell’orchestra al completo, la All-American Rhythm Section (piano, basso, batteria) che non smette mai di swingare, il piano di Basie che introduce e segue l’orchestra con pochi inconfondibili tocchi, emergendo nei momenti di break. Aggiungiamoci la qualità dei musicisti: Lester Young (per cui Basie compose il brano) che nei suoi assoli tiene sempre e volutamente la melodia un po’ dietro rispetto alla battuta, quasi fuori tempo (il che fa capire perché è stato il sassofonista più influente del Novecento, sia in ambito Jazz che RnB), Jo Jones che inventa un nuovo modo di tenere il ritmo con le spazzole e sottolinea a climax con il rullante, Freddie Green che non va mai in assolo con la chitarra, ma continua imperterrito a tenere il ritmo 4/4 con la sua chitarra.

Un altro esempio, questi due brani del 1941 (tra cui quello che dà il titolo a questo post):

COUNT BASIE – Swingin’ the Blues (1941)

Anche qui possiamo vedere e sentire il sound di Kansas City in tutta la sua potenza ritmica: composizioni basate sulle blue notes e sulla tipica struttura Blues, che sono suonate su un ritmo indiavolato e oscillante sostenuto dalla sezione ritmica dell’orchestra, su cui i solisti improvvisano. Basie non ha inventato tutto questo, visto che la sua orchestra fu il proseguimento di quella di Bennie Moten, la cui direzione ereditò alla scomparsa del direttore. Gli ingredienti principali c’erano già, ma Basie li miscela nella maniera migliore, grazie anche alla qualità dei suoi collaboratori. Il Conte era un pianista influenzato inizialmente dallo stile stride e boogie, da cui progressivamente tolse tutti gli orpelli e i virtuosismi, per sviluppare un stile pianistico molto più essenziale che serviva a sostenere e indirizzare il lavoro di tutta l’orchestra.

Non è un caso che molti dei brani interpretati da questa big band (di cui solo una piccola ma significativa parte composti dallo stesso Basie) portino nel titolo la definizione di Blues. Eccone un altro, che scelgo per la qualità, ma anche per il fatto che fu eseguito proprio da noi a Milano, nel 1960:

Count Basie “Blues in Frankie’s Flat” (Frank Foster solista)

Ammiriamo i solisti, tra cui il sax tenore di Frank Foster, mentre si alzano a turno per eseguire il loro assolo. Al contrario di altre formazioni, il ritmo su cui si danza non viene mai meno (gettando nel panico i ballerini), è sempre l’obiettivo centrale scandito incessantemente da basso-batteria-chitarra. E che dire del modo in cui il piano di Basie gioca in pochi preziosi momenti con i suoi orchestrali? Una lezione di umiltà e precisione quella del direttore dell’orchestra, che si mette al servizio dello Swing. Perché Basie ha dimostrato nei combo e nelle formazioni più ristrette di essere un grande solista al piano, ma lo riteneva uno sfoggio inutile quando suonava con le sue big band, che dovevano far divertire e ballare il pubblico.

Dedico un ultimo video a Freddie Green, musicista e amico fondamentale per Count Basie durante tutta la vita. Questo brano stupendo di una delle orchestre “tarde”, fu infatti composto dal chitarrista che fu l’unico membro sempre presente nei vari decenni di attività:

Count Basie Orchestra – Corner Pocket (1962)

Dimostra come non smise mai di swingare alla grande, anche quando alcuni dei migliori musicisti Jazz di tutti i tempi (Lester Young su tutti) non suonavano più da tempo con il Conte. E se nei decenni finali di attività, anche per motivi anagrafici, il ritmo rallentò a favore di melodie e arrangiamenti più dolci, il focus restò sempre il movimento, sia quello dei ballerini in pista che degli ascoltatori in sala da concerto (che tengono il ritmo anche loro, con i piedi).

Buono Swing a tutti da

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

🙂

PS

Faccio un’eccezione e vi propongo anche un brano registrato in studio e non dal vivo. Ma diamine, sentite che Blues aveva ancora il Conte a 60 anni con la sua Big Band (maiuscole messe volutamente)!!!

https://www.youtube.com/watch?v=yYMHcVx6dx0

Correva l’anno di grazia 1956

Sono molti gli anni del secolo scorso che hanno segnato la storia della musica di origine (non solo) afroamericana. Il 1956 (anno conosciuto anche per gli avvenimenti di Ungheria e le ripercussioni che ebbe nel comunismo mondiale) fu senz’altro tra questi. Scelgo di parlarne oggi perché rappresenta nella maniera migliore la varietà e la ricchezza della musica Jazz (e di tutto ciò che è spuntato dall’Albero del Jazz e del Blues), con l’apporto di stili diversi che, al di là delle periodizzazioni necessarie per scrivere i libri di storia, hanno convissuto e non di rado collaborato, per generare nuovi ibridi e nuove musiche. Ecco allora una veloce carrellata attraverso alcuni degli album più importanti registrati nel magnifico e lontano 1956.

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Punto di partenza l’esibizione di quell’anno al Festival di Newport da parte di una delle più grandi orchestre di tutti i tempi, la formazione capitanata da Duke Ellington. Fu infatti quel concerto (e questo disco At Newport che lo testimonia) durante il più celebre festival estivo del Jazz a rilanciare la carriera di Ellington e a mantenere in vita fino alla fine dei suoi giorni l’attenzione sulla sua grande musica, aliena da qualsiasi ristretta categorizzazione. Come si può sentire in questo album, la qualità degli strumentisti, degli arrangiamenti e della direzione di Ellington garantivano ancora energia Jazz al 100%, ammirata e apprezzata sia dai cultori del passato tradizionale, che dai modernisti (con cui il Duca, che veniva dai primordi della nostra musica, collaborò spesso e volentieri).

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Ma il 1956 fu anche l’anno in cui fu pubblicato il primo capolavoro storico di quello che è attualmente considerato il più grande jazzista vivente: Sonny Rollins. Il suo sax tenore canta in questo album intitolato in maniera esplicita Saxohpne Colossus, in cui è accompagnato da un quartetto in cui alla batteria troviamo Max Roach. Anche le altre registrazioni di quell’anno mostrano un musicista giovane, ma già in grado di raggiungere i vertici del Jazz moderno con i suoi assoli e le sue improvvisazioni, sia su standard come Moritat che su sue composizioni (come la famosissima St. Thomas, ispirata dall’origine caraibica della sua famiglia). Tra queste ultime, propongo un ascolto da questo disco, che racchiude tutta poetica di questo grande artista:

Sonny Rollins – “Blue 7”

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Proseguiamo citando un grandissimo artista, che nel 1956 non solo pubblicò alcuni favolosi album, ma perse anzitempo la vita, lasciando un vuoto enorme nella musica Jazz del Novecento, di cui fu tra i migliori interpreti alla tromba. Questo album dal vivo del quintetto di Clifford Brown (accompagnato da Max Roach e Sonny Rollins tra gli altri) tocca i vertici di quello che è stato chiamato Hard Bop. Ma prima di tutto tocca le corde dell’emozione musicale, grazie alla sua straordinaria tecnica e anima. Forse il meglio del Jazz moderno ancora per tanti anni a seguire, At Basin Street e gli altri dischi registrati con Roach entrano di diritto nel “best of” jazzistico del Secolo Breve.

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Torniamo a qualcosa di più classico, ma non meno appassionante, visto che sempre in quell’anno uscì il primo album registrato da Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald per la Verve (seguito poi da altri 2 bestseller). Ella and Louis ci offre una serie di delicate ballate e standard in cui entrambi danno il meglio dal punto di vista del canto e dell’interpretazione. Un ascolto dolce che ha suggellato un’amicizia e una collaborazione tra due artisti non più nel fiore degli anni, ma ancora pieni di immaginazione e voglia di musica.

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Fu il 1956 anche l’ultimo anno in cui Horace Silver fece parte dei Jazz Messengers, la celebre e titolata formazione che aveva fondato insieme al batterista Art Blakey, componendo anche alcuni dei loro maggiori successi nel mondo del Jazz. L’album omonimo The Jazz Messengers è per questo considerato uno dei più importanti nella lunga storia di questa band composta da neri americani, che ha continuato poi ad accompagnare diversi periodi musicali, caratterizzandosi soprattutto per animate e vivaci esibizioni dal vivo.

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Altro album, altra storia importante che prese vita nel 1956. Count Basie inserisce come cantante dell’orchestra più Swing di tutti i tempi Joe Williams, che introduce uno stile molto diverso, in soldoni meno shout e più romantico, del precedente Jimmy Rushing. Il titolo del disco che inaugura la loro collaborazione è tutto un programma e non ha bisogno di troppi commenti: Count Basie swings, Joe Williams sings. Il capolavoro Alright Ok You Win garantì notorietà a questa piccola svolta nell’evoluzione del Conte dello Swing.

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E poi ci fu chi in quell’anno si portò avanti, musicalmente parlando, in direzione di quel che fu poi definito in maniera invero piuttosto generica Post-Bop. Parlo di Charlie Mingus e di uno dei suoi album principali, quel Pithecanthropus Erectus interpretato al sax alto da Jackie McLean, sugli arrangiamenti comunicati a voce di Mingus. Sempre fuori dagli schemi, un album che apre un nuovo capitolo della nostra musica.

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E chiudiamo la rassegna su questo stupendo e intenso 1956 con Lei: Billie Holiday. Che accompagna la sua autobiografia Lady sings the Blues con un album dallo stesso titolo. Troviamo qui alcune sue registrazioni degli anni tra il ’54 e il ’56, per chi come me ha un debole per Lady Day sempre e comunque un’esperienza speciale ascoltare le sue interpretazioni.

Ci fermiamo qui, molti altri potrebbero essere gli album selezionati per il 1956, abbiamo privilegiato uno sguardo ampio e i nostri gusti. Il consiglio ovviamente è di cercare gli originali e comprarli, anche perché la bellezza delle copertine di questi dischi è parte del prezzo (e del gusto di possederli).

Buon ascolto e buone danze a voi dal vostro

Mazz Jazz

🙂

From Swing to Bop: le JAM SESSION

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Il titolo è un omaggio esplicito a Charlie Christian e alle registrazioni artigianali di un appassionato delle sue esibizioni in jam session al Minton’s Playhouse di New York nel 1941. Quei suoni improvvisati della sua chitarra elettrica hanno infatti non solo aperto l’era di questo strumento, che divenne sempre più protagonista negli anni a venire, ma hanno anche permesso di ricostruire il passaggio e la svolta musicale che alcuni musicisti delle big band Swing compierono negli anni ’40, inaugurando quello che fu chiamato Be Bop (onomatopea per descrivere i suoni veloci e scat-tanti di Bird e Diz): from Swing to Bop, per l’appunto.

Ma non è di quell’importantissimo documento sonoro che voglio parlare in questa sede. Ci sono infatti altri esempi meravigliosi e celebri di jam, che hanno fatto la storia della nostra musica. Questo genere di improvvisazione di gruppo, in cui a partire da una tema brevemente esposto e introdotto i solisti subentrano a turno, con uno spirito a metà tra la collaborazione e la sfida aperta, è stato praticato sia nell’Era dello Swing che nella successiva epopea Be Bop. E per la libertà che scaturiva da queste session notturne, meno formali dei concerti, è sempre stata una risorsa importante, generatrice di novità e sorprese.

Cominciamo ad esempio dal cosiddetto “Re dello Swing”, sua maestà Benny Goodman, che quando nel 1938 ebbe la possibilità di portare il Jazz dentro al tempio della musica classica, la Carnegie Hall, preparò un programma completo e ricco, che intendeva rendere omaggio a tutte le sfaccettature di questa musica, dagli inizi a New Orleans fino a New York, passando per la sua Chicago. E non poteva quindi mancare una lunga jam, che prese come spunto un famoso standard composto da Fats Waller. Come si può sentire dalle straordinarie registrazioni di questo evento epocale, il tema diventa secondario, rispetto alla maestria e all’estro dei solisti (del livello di Goodman stesso, Krupa, Basie, Hodges, Young, James, Clayton):

Honeysuckle Rose – Benny Goodman (Carnegie Hall, 1938)

Un altro celebre esempio di brano composto e pensato proprio come una jam fu quella che divenne non a caso la sigla di una delle migliori orchestre Swing di tutti i tempi (tanti dicono la migliore in realtà), la formazione capitanata da Count Basie. One o’clock Jump infatti è stato fin dall’inizio suonato con lo spirito di una jam session, in cui gli interpreti giocavano e volavano a partire dagli accordi scritti sul pentagramma dal Conte. Queste improvvisazioni davano il meglio ovviamente dal vivo e duravano spesso parecchio, come in questo esempio tratto da un concerto del 1957 al più importante festival Jazz dell’epoca, a Newport. Troviamo ancora il sax di Lester Young e il piano di Basie, insieme uno dopo l’altro al tenore di Illinois Jacquet, alla tromba di Roy “Little Jazz” Eldridge e alla batteria di Jo Jones:

One o’clock Jump – Count Basie (Newport, 1957)

A segnare il passaggio a improvvisazioni ancora più rivoluzionarie, che andavano oltre la melodia e gli accordi del tema e tenevano spesso soltanto le armonie degli standard suonati, fu non solo la chitarra di Charlie Christian, ma anche il nuovo modo di suonare la batteria proprio del batterista di Basie, Jo Jones, con il ruolo preminente dato ai cimbali per tenere il ritmo. Da lui prese ispirazione Kenny Clarke nelle formazioni che infiammavano i locali hipster affacciati sulla 52ma strada di New York verso la metà degli anni ’40, spesso con Dizzy Gillespie alla tromba, Charlie Parker al sax alto e Oscar Pettiford al contrabbasso/violoncello.

Questo tipo di session divenne così importante per la musica Jazz che si cercò di riprodurla anche su disco, come nel caso delle registrazioni Jazz At The Philarmonic promosso dal grande impresario Norman Granz, che congegnò proprio una serie di pubblicazioni come raccolta dal vivo di lunghe sfide e scambi sonori tra solisti. Tra queste nel 1952 le performance in studio a Hollywood di personaggi del calibro di Charlie Bird Parker, Benny Carter, Ben Webster, Charlie Shavers, Oscar Peterson, Ray Brown e Barney Kessel (che mostra come la chitarra elettrica dopo Christian fosse diventato uno strumento solista a tutti gli effetti), impegnati in questa straordinaria jam su armonie Blues:

Charlie Parker – J.A.T.P. Blues (Hollywood, 1952)

Anche qui quindi troviamo l’incontro tra diversi periodi e stili del Jazz, che dialogano e si sfidano sui battiti ultra-rapidi della musica, scanditi da basso e batteria (che a loro volta diventano solisti in alcune sezioni).

Ho voluto fornire solo alcuni esempi importanti di questa forma musicale così caratteristica del Jazz, di tutto il Jazz (e non solo di ciò che è scaturito con il Be Bop, come a volte si pensa). Tante altre pagine straordinarie di musica si potrebbero citare, ma vorrei concludere accennando al ballo, visto che è un altro mio interesse e passione. Perché può sembrare a prima vista più difficile interpretare col movimento il volo pindarico dei solisti Jazz, ma non è anche più stimolante e soddisfacente lanciarsi su poliritmi e improvvisazioni, piuttosto che sempre su scansioni squadrati e regolari della musica? Non è in fondo questo anche il bello della vita, il piacere dell’imprevisto, cari “colleghi”?

😉

Mazz Jazz