Il brano da isola deserta: WEST END BLUES (1928)

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Il giochino è conosciuto e ovviamente resta tale, senza prenderlo troppo sul serio. Ma se foste costretti a scegliere un solo brano da portarvi sulla famosa isola deserta, vuoi quale portereste con voi per allietare le vostre solitarie giornate?

Io no ho dubbi: porterei la versione di West End Blues interpretata nel 1928 da Louis Armstrong e i suoi Hot Five, nella formazione in cui al piano sedeva il grande Earl Hines.

Il brano, un classico Blues in 12 misure dedicato ad un famoso locale su un lago nei pressi di New Orleans, fu composto poco prima dal primo (e forse unico Re) del Jazz, King Oliver e divenne presto celebre in diverse versioni, tra cui una anche vocale della meravigliosa orchestra di Clarence Williams. Un’altra gioiello musicale è la versione orchestrale in chiave Swing della formazione guidata da Charlie Barney, del 1944.

Ma se scelgo questa versione è perché in questi 3 minuti circa di musica, incisi agli albori del Jazz nel 1928, c’è tutto: l’incipit di tromba forse più famoso di tutti i tempi, lo scat singing e un secondo assolo di tromba straordinario di Pops che contengono tutta l’arte improvvisati, un intervento di Hines che anticipa di decenni gli sviluppi musicali successivi. E un motivo armonico-melodico che ti entra in testa e non ti lascia più. Insomma, tutto quel che ci rende felici di questa musica.

Quale la vostra scelta invece?

Mazz Jazz aka Professor Bop

 

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Una breve antologia di 110 ANNI di JAZZ BALLABILE – A brief ANTHOLOGY OF 110 YEARS of DANCEABLE JAZZ

Nulla più che una breve compilation, assemblata e selezionata dal sottoscritto, per dare un’idea veloce (e spero divertente) di come la musica Jazz e il ballo si siano evoluti negli anni. Astenersi puristi e tradizionalisti. Il Jazz ballabile è una storia musicale lunga e gloriosa, unita da radici comuni (il Blues) e andamento ritmico (swing e groove). Parola di fonomescitore! 😉

Buon divertimento, buon ascolto e buon ballo,

Mazz Jazz aka Professor Bop

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GLI ANNI ’10 – IN THE ’10s

Le prime incisioni in assoluto di Jazz della Original Dixieland Jazz Band capitanata dall’italoamericano Nick La Rocca già restituiscono bene il suono che nacque nei quartieri poveri di New Orleans e poi migrò al Nord e nel mondo. Una musica fatta per strada o nei locali malfamati, per intrattenere e divertire attraverso il movimento.

“Livery Stable Blues” – The Original Dixieland Jazz Band (1917)

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GLI ANNI ’20 – IN THE ’20s

Potrebbe mai mancare in qualsiasi antologia del Jazz Louis Armstrong? No, quindi eccolo qui con i suoi fuochi d’artificio e i suoi Hot Five, tra cui in questa formazione anche il grande pianista e compositore (e poi direttore di big band) Earl Hines. Il ritmo indiavolato è arrivato a Chicago e New York e continua a infiammare i club.

Louis Armstrong and his Hot Five – “Fireworks” (1928)

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GLI ANNI ’30 – IN THE ’30s

Con la Swing Era il Jazz diventa la colonna sonora principale, non solo negli Stati Uniti. Le ballroom esplodono e il Savoy di Harlem è giustamente ancora celebrato, anche per la sua importanza sociale (una dei pochi locali pubblici in cui bianchi e neri potevano ballare insieme, nei decenni della segregazione). E qui una versione unica che restituisce l’atmosfera di quelle serate:

“St. Louis Blues” – Ella Fitzgerald & Chick Webb at the Savoy Ballroom (1939)

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GLI ANNI ’40 – IN THE ’40s

Lo Swing, baby. Un fenomeno di costume, sociale e culturale che ha dato i suoi frutti maturi in questa decade, portando alla nascita anche altri fermenti, come il Be Bop e l’Early RnB, nati entrambi in seno alle big band dei grandi direttori, a partire dalla formazione di colui che fu nominato The King of Swing.

“Give Me The Simple Life” – Benny Goodman (1946)

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GLI ANNI ’50 – IN THE ’50s

Se da una parte tutti pensano a questo decennio come quello del RnR, orchestre come quella di Basie non persero mai il proprio tiro super swingante e attraversarono tutte le epoche girando il mondo e suonando dal vivo (espressione massima di questa musica), cogliendo spunti dalle altre correnti musicali, ma mantenendo sempre al centro quel suono caratteristico di Kansas City che unì le generazioni del Jazz a cavallo della metà del Novecento.

Count Basie – “Lullaby Of Birdland” (1958)

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GLI ANNI ’60 – IN THE 60s

Forti iniezioni di Soul e richiami alla storia della musica black entrano sempre più nel Jazz, richiamando le radici originarie del Blues e del ritmo di origine (non solo) afroamericana. Gli anni ’60 sono un periodo di sperimentazione sociale, politica e artistica. Ne sono prova anche nel nostro campo i nuovi fermenti che animano case discografiche come la celebre Blue Note, che pubblica questo album di cosiddetto Soul-Jazz, che avrà un successo inaspettato e strepitoso (tanto da essere ancora oggi campionato e imitato da vari musicisti).

“The Sidewinder” – Lee Morgan (1963)

 

 

The Sidewinder : Lee Morgan

GLI ANNI ’70 – IN THE ’70s

Artisti come Herbie Hancock furono molto criticati per avere portato un groove funky ed elettronico nella musica Jazz. Come che sia, sta di fatto che questo tipo di sonorità influenzarono anche altri grandi come Miles Davis, che cercarono in questo modo di aggiornare il Verbo musicale che aveva radici nel Blues. A voi l’ascolto:

Herbie Hancock – “Chameleon” (1973)

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GLI ANNI ’80 – IN THE ’80s

Il dilagare della fusion, con esisti spesso non troppo felici, fu accompagnato da una reazione musicale, che restava più legata alla tradizione del Jazz, nelle sue forme Hard Bop e poi Hot Jazz. Wynton Marsalisè senza dubbio l’artista che incarna questo movimento, che non ha innovato la storia musicale, ma ha di sicuro regalato qualità e bravura musicale. Eccolo all’inizio della sua carriera, interprete di un classico con una delle formazioni Jazz più longeve e di successo, i Jazz Messengers:

“Moanin'” – Art Blakey & The Jazz Messengers (with Marsalis) (1980)

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GLI ANNI ’90 – IN THE ’90s

In una fase di ristagno creativo, furono altre forme musicali come l’Hip Hop a creare occasioni muove di incontro, all’insegna della musica Black. Il compianto Guru, in compagnia di Dj Premier e musicisti Jazz come Ronny Jordan e Donald Byrd, con il progetto Jazzmatazz segnò di sicuro un punto a favore dell’integrazione e della qualità musicale.

Guru Featuring Donald Byrd – “Loungin'” (1993)

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GLI ANNI 2000 – IN THE 2000s

Sempre alla ricerca di nuove forme d’espressione e ispirazione, alimentato dalla creatività e dall’incontro tra culture diverse, il Jazz aveva da tempo scoperto il ritmo e le melodie latinoamericane. Un importante esponente di questa scuola è stato il cubano Arturo Sandoval, che ascoltiamo qui in un’interpretazione sempre attuale del famoso brano composto da Dizzy Gillespie molti decenni prima.

Arturo Sandoval – A night in Tunisia (2001)

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LA NOSTRA DECADE – OUR DECADE

In una fase che ancora stenta a trovare innovazioni decisive e nuove svolte, forme più commerciali di Jazz emergono e raccolgono consensi. Come nel caso di Gregory Porter, che negli ultimi anni ha vinto molti riconoscimenti ed è stato in grado di riportare nelle classifiche questo genere di musica.

Gregory Porter – “Liquid Spirit” (2013)

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E il futuro cosa ci riserverà? Non dobbiamo dubitarne: questa musica continuerà a stupirci e a farci muovere, regalando gioia e ritmo.

🙂

 

 

 

 

 

FOR DANCERS ONLY: sul rapporto tra Jazz e ballo

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Si è detto e scritto molto sul rapporto tra jazz e ballo, in particolare sulla sua versione ballabile per eccellenza, lo Swing. Cercherò di ricapitolare alcune considerazioni e osservazioni, basandomi su alcune fonti/citazioni e su alcune esperienze dirette. Non è mia intenzione tornare sulla contrapposizione tra jazz tradizionale e moderno, che ritengo fuorviante. Anche perché amo tutta la musica di origine (non solo) afroamericana e se quindi parlo in questa occasione del jazz che ci fa muovere e danzare, cioé che ha swing, è perché mi sembra importante rivolgermi in primis ai ballerini che abbiano voglia di scoprire questo magnifico mondo musicale, in pista da ballo come in una sala da concerto (o in un ascolto casalingo).

For dancers only è un titolo che non intende escludere nessuno, ma solo richiamare una celebre esecuzione di uno dei grandi dello Swing, Jimmie Lunceford (che conoscete tutti di sicuro, se non altro per avere ballato lo shim sham sulle note di un altro suo brano):

Jimmie Lunceford – “For dancers only”

Partiamo da una citazione, che introduce al tema nella maniera migliore, anche perché proviene da una fonte autorevole, Lester Young (uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi). Intervistato da Nat Hentoff per la rivista Down Beat nel 1956, così disse:

“Mi auguro che il jazz venga suonato più spesso per ballare. Suonare per ballare mi diverte molto, anche a me piace ballare. Il ritmo dei ballerini ti torna indietro sul palco, quando suoni. […] Credo che alla fine si tornerà alla swing e all’orchestra da ballo.”

A parte quella che sembra una profezia finale effettivamente avveratisi in questa epoca di ritorno alla musica jazz da ballare, importa cominciare da questo punto di vista perché viene di un musicista che non fu mai conservatore e anzi anticipò e accompagnò varie svolte. Il richiamo di Pres è alla storia del jazz, che nasce come musica popolare da ballo. Nel passaggio ad una forma d’arte più da sala da concerto, il sassofonista era forse preoccupato in quegli anni che si perdesse la sua radice popolare (come in effetti in parte avvenne, soprattutto fra gli afroamericani, a favore del rhythm&blues e di tutto quel che originò).

Consideriamo inoltre che molti artisti si divertivano a ballare. Pare che Armstrong fosse un ballerino provetto, che amava far volteggiare le dame. Aspetto questo, l’interazione tra i sessi, da non sottovalutare, nell’affermazione del ballo di coppia durante il secolo scorso. Lo scandalo puritano e perbenista suscitato prima negli USA e poi in Europa da balli come il Charleston (un inno alla libertà del corpo, in primis femminile, in un’epoca di repressione maschilista e bigotta) e poi il Lindy Hop, spiega perchè ad esempio il presidente degli Stati Uniti W. Wilson si pronunciò pubblicamente contro l’affermarsi di queste forme di danza. E perché nonostante il successo che continuava anche in tempo di guerra, venisse chiusa nel 1943 la sala da ballo jazz più importante di sempre, il Savoy Ballroom. L’accusa pretestuosa di favoreggiamento della prostituzione mascherava in realtà il perbenismo e lo scandalo creato in una società classista e segregata da un luogo di ritrovo in cui tutti si ritrovavano insieme a prescindere dal colore della propria pelle, dalle classi sociali e dalla provenienza geografica. E in cui direttori d’orchestra neri dirigevano musicisti bianchi, invertendo l’ordine gerarchico. Il primo politico di origine afroamericana eletto al Congresso nel distretto di Harlem, Adam Clayton Powell, così commentò enfaticamente quando fu chiusa dalle autorità la sala che aveva ospitato più di 250 big band dal vivo (e fino a 1500 ballerini per sera): «A New York Hitler ha segnato un punto a favore sul fronte del pregiudizio razziale».

Come scrive Arrigoni (vedi sotto), la liberazione del corpo nel ballo moderno si nutre in questo rito dell’esotismo garantito dalla traccia dei balli ancestrali dell’Africa Occidentale ancora presente nel ballo jazz, del contatto fisico sensuale e del rapporto reciprocamente funzionale tra musica e danza. Pensiamo alla tap dance: ballare è come fare jazz attraverso il ritmo, il movimento e l’improvvisazione!

Su questo argomento ho trovato tante altre informazioni e aneddoti preziosi nel libro Jazz Foto di Gruppo di A. Arrigoni (Saggiatore Editore, 2010), che vi dedica un interessante capitolo intitolato The joint is jumpin’, da una canzone del one-and-only Fats Waller (gustatevi il filmato d’epoca originale al link e cercate il testo, che descrive proprio l’atmosfera accaldata e vivace di un club):

Fats Waller – “The Joint is jumpin'”

Altrimenti la bibliografia in lingua italiana è piuttosto scarsa (qualche accenno più consistente nella storia del Jazz di Zenni per Stampa Alternativa ad esempio), mentre le fonti letterarie in lingua inglese danno senza ombra di dubbio più soddisfazione (a cominciare dal classico Jazz Dance: The Story of American Vernacular Dance di M&J Stearns).

Sempre ovviamente a disposizione per commenti, informazioni e scambi di opinione. Qui sul blog, sui social o ancora meglio in consolle o pista da ballo.

🙂

Mazz Jazz (aka Professor Bop)

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A proposito di Jazz, Lindy Hop e Swing: lo sapevate che…

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Una breve rassegna di curiosità, notizie e fatti raccolti dallo scrivente secondo il proprio particolare e soggettivo punto di vista su questo meraviglioso mondo musicale.

JAZZ

  • Nel 1964 il celebre trombettista Dizzy Gillespie si candidò come indipendente alle elezioni presidenziali statunitensi. Dichiarò che in caso di vittoria la White House sarebbe diventata la Blues House e il suo governo sarebbe stato composto da: Duke Ellington (Secretary of State), Miles Davis (Director of the CIA), Max Roach (Secretary of Defense), Charles Mingus (Secretary of Peace), Ray Charles (Librarian of Congress), Louis Armstrong (Secretary of Agriculture), Mary Lou Williams (Ambassador to the Vatican), Thelonious Monk (Travelling Ambassador) and Malcolm X (Attorney General). Il ricavato della vendita dei materiali promozionali andò ad associazioni impegnati nella campagna per i diritti civili negli Stati Uniti (tra cui quella presieduta da Martin Luther King).
  • Django Reinhardt, francese di origine rom, quando fu scoperto come musicista viveva in una roulotte in un accampamento alle porte di Paris e suonava in strada.
  • Si dibatte ancora sul significato della parola Jazz: comparve per la prima volta nel 1913 come Jass e pare fosse un doppiosenso a sfondo sessuale, per indicare il “pepe” e il ritmo della musica Hot suonata a New Orleans.
  • Nella diffusione del Jazz nel mondo ebbero un ruolo fondamentale intellettuali statunitensi ed europei antifascisti (in particolare comunisti) come John Hammond e Charles Delaunay.
  • Non è del tutto vero che i regimi fascisti e nazisti proibirono il Jazz: era condannato come forma di musica degenerata perché d’origine negroide ed ebraica, ma vista la sua popolarità era a volte tollerata, a patto che fossero tradotti tutti i testi e non si desse troppo spazio al solismo e all’improvvisazione, a vantaggio di melodie più facili e leggere. Il ministro nazista Goebbels promosse addirittura per motivi di propaganda un’orchestra Swing, denominata Charlie and his orchestra.
  • Louis Armstrong fumò marijuana (le reefer cigarettes le cui qualità erano decantate in molti brani dell’epoca) durante tutta la sua vita e finì una volta in carcere per questo motivo. Scrisse anche una lettera al presidente Eisenhower per chiederne la legalizzazione.

LINDY HOP

  • Le orchestre preferite dal famoso ballerino Frankie Manning furono prima la formazione diretta da Chick Webb e dopo la scomparsa di quest’ultima la big band di Count Basie.
  • Al Savoy Ballroom nelle serate Swing non si ballava solo Lindy Hop, ma anche vari altri stili, tra cui Fox Trot, Big Apple, Charleston e perfino qualche Waltz!
  • Il Lindy Hop non è scomparso dopo la Seconda Guerra Mondiale, per essere riscoperto con il Revival che prese me mosse in Svezia e UK negli anni ’80 (con la riscoperta della figura di Manning); il Lindy rimase vivo nei quartieri neri di New York, grazie ad alcuni maestri e ballerini. In un certo senso restò a casa, prima di diffondersi nel mondo all’inizio del Ventunesimo Secolo.
  • Prima della riscoperta di Frankie come ambasciatore del Lindy Hop nel mondo, i ballerini più celebri erano considerati Al Minns e Leon James (che potete ammirare all’opera qui: Al & Leon at the Dupont Show of the Week). In effetti anche i non molti studi sulle danze Jazz di Harlem fino a circa 20 anni fa dimenticarono Manning, a favore di Al&Leon, che continuarono più a lungo la loro carriera (mentre Frankie divenne un postino).
  • Il primo provino di Billie Holiday fu come ballerina in uno speakeasy di Harlem. Per fortuna non era così brava, quindi per la fame si propose invece come cantante (dopo essere entrata di nascosto in alcuni locali in cui i neri e i poveri non erano ammessi).

SWING

  • Swing non è altro che un nome dato al Jazz per “scolorirlo” dalla connotazione razziale e “ripulirlo” dai doppisensi, in modo da poterlo offrire più facilmente al grande pubblico statunitense. In precedenza i dischi Jazz erano tradizionalmente rivolti al pubblico coloured e venivano chiamati race records (definizione che durerà fino a quando fu coniato alla fine degli anni ’40 il nome di rhythm and blues).
  • Molti degli artisti di colore durante l’Era dello Swing suonavano in locali in cui non sarebbero potuti entrare come spettatori o ballerini a causa della segregazione. Spesso durante i tour in giro per gli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, dovevano mangiare da soli sui bus o in macchina, perché non accettati nei ristoranti. Alcuni musicisti bianchi, come Gene Krupa, finirono in carcere per avere protestato contro questa assurdità.
  • Non è facile stabilire quale fu la prima formazione “mista” composta da musicisti bianchi e neri. La maggior parte dei critici assegna questo primato a Benny Goodman, alcuni all’orchestra diretta da Charlie Barnet.
  • Per qualche decennio i critici musicali favorevoli al cosiddetto Jazz moderno criticarono lo Swing come musica troppo facile e commerciale, dimenticando che praticamente tutti i Beboppers cominciarono e si formarono proprio nelle big band degli anni ’30 e ’40.
  • Alcuni celebri artisti protagonisti dell’Era dello Swing continuarono la loro carriera confrontandosi senza problemi e con coraggio con le nuove tendenze musicali del Jazz e suonando insieme ad alcuni dei più importanti giovani: tra questi sicuramente Coleman Hawkins, Duke Ellington e Pee Wee Russel.
  • la sigla del celebre programma televisivo degli anni ’80 Drive In non è altro che un mascheramento del famoso brano Chattanooga Choo Choo, portato al successo dall’orchestra di Glenn Miller.

Mazz Jazz

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Del perché Satchmo è (tutta) la musica Black: HOTTER THAN THAT (1927-1957)

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Sono sempre più convinto che non sia possibile restringere il più celebre artista Jazz di tutti i tempi, Louis Armstrong, dentro un unico genere musicale. Neppure dentro la nostra musica, così versatile e aperta. Ritrovo infatti tracce di questo grandioso showman e musicista in tutta la storia musicale afroamericana del Novecento: dal Blues al Jazz, dal Rhythm and Blues al Soul, dal Funky all’Hip Hop. E di sicuro la sua influenza non ha ancora finito di stupirci.

Bisognerebbe provare a dimostrare quanto sostengo attraverso molteplici esempi, per mettere in evidenza come Pops fosse avanti di decenni rispetto ai suoi contemporanei all’inizio di tutto, nel passaggio tra New Orleans e Chicago. E se apparentemente dal secondo dopoguerra la sua vena inventiva si era affievolita, in realtà ha continuato a creare e anticipare, dando lezioni a tutti su come si sta intrattiene e si tiene il palco di fronte al pubblico (nel suo caso sempre numeroso, già a partire dagli anni di Chicago, quando si diffuse la voce che era arrivato dal Sud un solista che suonava come nessuno aveva mai fatto).

La sua rivoluzione musicale, che ha introdotto il solismo nel Jazz polifonico di New Orleans, che ha sottolineato il Blues alla radice del Jazz, che ha innovato il modo di cantare, non ha ancora finito di dare i suoi frutti.

E allora non posso che ricorrere alla sua arte, per accompagnare le mie parole. Con un esempio citato da molti, il brano composto da una delle sue mogli, nonché una dotata pianista, Lil Hardin, intitolato Hotter that that. Registrato insieme ai suoi Hot Five (con l’aggiunta importante del chitarrista di New Orleans Lonnie Johnson) nel 1927 negli studi della Okeh, durante una sessione d’incisione che ha modificato la storia della musica.

Eccolo qui: Louis Armstrong & His Hot Five “Hotter Than That” Okeh 8535 (1927)

Facile sentire come i suoi pur validissimi compagni di musica fossero indietro di decadi rispetto allo stato di grazia di Louis. Si confronti ad esempio l’assolo di trombone di Ory in pure stile New Orleans, con gli assoli alla cornetta di Armstrong. Il primo parte subito, velocissimo a tenere il ritmo scatenato. Il terzo è introdotto da un break degno di Dizzy Gillespie e prosegue con un riff ripetuto che è stato ripreso su così tanti strumenti in epoca Swing. Perché Satchmo ha determinato la storia musicale di tutti gli strumenti col suo stile, come anche della voce. Vogliamo parlare del suo incredibile scat-rap a ritmo alternato tra improvvisazione e Blues che non si limita a seguire la musica, ma detta la linea a tutto il gruppo? E l’energia di Louis non è quella dei migliori artisti funky e poi dei primi rapper, che giocavano con la voce in modo simile?

Non mi sembra esagerato quindi sostenere che questo artista ha condensato un secolo di musica afroamericana nella sua voce e nella sua tromba. E per rafforzare la mia tesi vi offro un altro ascolto, registrato esattamente 30 anni dopo, in quel capolavoro intitolato A musical autobiography, in cui ha raccontato la sua carriera e re-interpretato i suoi classici. Senza limitarsi a copiarli, ma adattandoli all’evoluzione del suo stile nei decenni.

E allora lo sentiamo qui accompagnato da grandi strumentisti come Edmond Hall al clarinetto e Trummy Young al trombone, in una nuova versione del 1957 in cui compare significativamente la chitarra elettrica:

Louis Armstrong: “Hotter Than That” (1957)

Mi sembra si possa dire che gli anni passati si sentono tutti, ma non in senso negativo, dato che la naturale evoluzione di un artista prevede cambiamenti di stile e accenti. La voce è diventata più soffice e roca nel suo dialogo con la chitarra, la tromba più dolce, ma il risultato è ugualmente ragguardevole.

Insomma, amare la musica Black in tutte le sue forme novecentesche, vuol dire amare Satchmo.

Mazz Jazz

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